Joker, la tragicommedia della vita

L’impressionante ondata di notizie, commenti, elogi, critiche, polemiche, accuse e ovviamente meme che nelle ultime settimane ha accompagnato il Joker di Todd Phillips è già un ideale corollario critico al film. I rumors sulla magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix e sulle sue bizzarre abitudini sul set (pare che tutti gli interpreti di Joker ne abbiano), il passaggio – con vittoria! – al Festival di Venezia, le dichiarazioni rilasciate a ritmo frenetico da Phillips, le accuse di essere una pellicola troppo violenta e che veicola messaggi pericolosi nonché la paura (non solo in USA) di emuli e sparatorie come quella di Aurora nel 2012 hanno contribuito a priori ad accrescere a dismisura l’hype verso un film nato come oggetto misterioso, inizialmente visto un po’ come l’ennesimo segno della grande confusione di una DC incapace di offrire una valida controproposta allo strapotere della Marvel, e poi diventato improvvisamente l’opera più attesa e chiacchierata dell’anno, probabilmente ben oltre le più rosee aspettative degli autori stessi. Ma, in definitiva, cos’è Joker? Sicuramente è un film che gli anglofoni definirebbero groundbreaking, rivoluzionario: per certi versi è fondatore di un genere, il supervillain movie, un territorio ancora tutto da scoprire nel mondo dei cinecomics (anche se titoli come Glass e Brightburn testimoniano una recente tendenza a sperimentare sul genere supereroistico, seppur con risultati alterni), ma soprattutto è un dolente e visionario biopic su una straordinaria icona pop che non è mai esistita, e che quindi, in fondo, è sempre esistita. Todd Phillips, regista di commedie, chiude un cerchio idealmente iniziato con Hated: GG Allin and the Murder Junkies (1993), documentario su un folle e anarchico cantante punk-rock con più di un punto di contatto con il Joker, e lo fa affidando completamente il suo film all’impressionante prova d’attore di Phoenix, capace di portare sullo schermo un Joker mai così umano.

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«Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una cazzo di commedia», ci dice Joker. In realtà la sua vita, così come il film di Phillips, ci pare più una tragicommedia: un mix di tragico e comico nel senso del Romanticismo ottocentesco, una coesistenza di opposti necessaria per dare libero sfogo ai sentimenti e alle passioni più incontrollabili. E, come in ogni tragicommedia, c’è il lieto fine: per Arthur Fleck, clown fallito desideroso di rispetto e amore, arriva infatti il riscatto, anche se questo significa veder bruciare un’intera città (ma «la comicità è soggettiva»). Joker è soprattutto l’origin story di un mostro omicida narrata dal punto di vista del mostro stesso. Non a caso, per sgombrare ogni dubbio, l’eroe (Batman) non c’è, e l’ambientazione di fine anni ’70 – inizio anni ’80 è pensata in primo luogo per escluderlo materialmente dalla scena. Lo spettatore è quindi inevitabilmente chiamato a identificarsi con un personaggio disturbato che finisce per compiere feroci azioni criminali, ma che in più momenti suscita anche comprensione, empatia, quasi tenerezza («sono io o sono tutti gli altri ad essere pazzi?»). È evidente come Fleck sia un uomo mentalmente instabile, malato – punto questo da non sottovalutare: Justin Edgar del Guardian ha celebrato il film come “great disability art” – e, almeno inizialmente, docile, potremmo dire “buono”: lavora facendo divertire i bambini, si prende cura della madre, sogna ingenuamente di partecipare allo show televisivo del suo conduttore preferito (un Robert De Niro in parte, pur con poco spazio a disposizione). Il film mette dunque in scena la pericolosa fascinazione verso un male improvviso (?) che non si è saputo prevedere, un tema tremendamente attuale e controverso, basta vedere i vari “giganti buoni” e “vicini che salutavano sempre” che affollano la nostra cronaca nera, piccole grandi incrinature che rivelano l’esistenza di un vuoto pauroso nonché la sostanziale incapacità da parte di una società di comprendere i suoi più profondi fallimenti. Joker è l’uomo (bianco) che (sor)ride – quale iconografia migliore per rappresentarlo se non quella del clown – ma a cui basta una sola giornata storta per precipitare nell’abisso della follia e non tornare più indietro. Condanna e compassione, a quel punto, sembrano due reazioni ugualmente sbagliate in quanto tardive. È questo scarto morale in cui viene a trovarsi lo spettatore la carta vincente che si gioca il film di Phillips, e affidarla nella mano di un attore immenso come Phoenix è la chiave del suo successo (straordinario il lavoro sul corpo e sul particolare del riso spastico, un disturbo medico realmente esistente).

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Poi certo i legami con l’attualità diventano più marcati man mano che il film prosegue, in particolare il tema del degrado e della povertà di Gotham City (crisi economica e diseguaglianze sociali), il potere dei media di condizionare le persone (idea magari non del tutto originale) e l’ascesa di un “pagliaccio” che con un messaggio tanto semplice quanto deviato riesce, seppur involontariamente, a creare sempre più consensi e imitatori (e qui i riferimenti al nostro presente sembrano fin troppo chiari). Ma è solo un contorno, utile a costruire un contesto realistico per il doloroso dramma umano del protagonista. Curioso come Phoenix fosse inizialmente contrario a legare il film in modo evidente alla mitologia di Batman, forse ignorando che Joker – così come l’Uomo Pipistrello – si presta benissimo a letture più profonde e stratificate sulla natura umana. Essi sono infatti due simboli, e questo film lo dimostra appieno dialogando a distanza sul tema con il Batman di Nolan: se in quella trilogia si racconta come un uomo (Bruce Wayne) si è elevato a simbolo (Batman) generando a sua volta un simbolo uguale e contrario (il Joker di Ledger, la cui reale identità è lasciata nell’ambiguità), qui, specularmente, si mostra come un uomo (Arthur Fleck) è diventato suo malgrado simbolo (Joker) gettando le basi per la nascita di un simbolo uguale e contrario che gli si opporrà in futuro (la scena chiave dell’omicidio degli Wayne di fronte al piccolo Bruce). Un altro modo di raccontare la stessa storia.

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Ma anche Joker, inteso come film, è già simbolo di qualcosa. Qualcuno, dopo il Leone d’oro e in attesa degli Oscar, ha parlato di “legittimazione intellettuale del cinecomic”. Qualcuno aspetta invece di vedere se sarà l’inizio di un vero e proprio trend: si parla già per esempio di un possibile franchise denominato DC Black in cui altri personaggi DC potranno subire una rivisitazione dallo spirito indipendente e autoriale come accaduto per questo Joker. Di certo c’è che il confine tra il cinema cosiddetto commerciale e il cinema d’autore si sta visibilmente assottigliando – e già due anni fa con il successo (peraltro iniziato proprio con un Leone d’oro) del fantasy La forma dell’acqua di Del Toro si era intuito qualcosa –, i due mondi si stanno incontrando e confrontando facendo intendere che un altro modo di fare cinema, commercialmente spendibile e al tempo stesso culturalmente ambizioso, sia oggi non solo possibile, ma necessario. Come dicevamo all’inizio, l’esistenza stessa di questo film, insieme a tutto ciò che lo sta circondando, è già la sua perfetta recensione, il timbro sull’importanza del suo esserci qui e ora. Decisamente non male per un film su un pagliaccio dei fumetti.

 

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