Martin Eden, naufrago in uno spazio senza tempo

Se nei suoi lavori precedenti Pietro Marcello aveva lasciato sempre più che la finzione invadesse il terreno del documentario e del repertorio, in Martin Eden succede l’esatto contrario, il regista campano si fa forte delle sue esperienze precedenti per approdare, da vero marinaio, sulle “sconosciute” terre della narrazione finzionale pura e dell’adattamento, lasciando che sia proprio il documentario, stavolta, a rinforzare con realismo e grande stile un film che riassume e rinnova un’intera carriera.

Conosciuto a un pubblico di nicchia e largamente apprezzato dagli esperti del settore, Pietro Marcello ha finalmente la possibilità di presentarsi al grande pubblico con il suo stile inconfondibile ma anche con molte novità. Proprio come ne La bocca del lupo, le immagini di repertorio provenienti dagli archivi di mezza Italia fanno da intermezzo più che da raccordo tra una scena e l’altra, influenzando anche una fotografia desaturata che in parte ricorda Bella e perduta, in parte è del tutto nuova nel suo essere anticata, creando un’atmosfera opalescente e dai contorni rossastri frutto di un’idea di cinema tanto forte quanto radicale. La sfida estetica sembra destinata ad essere vinta perché, dopo il trittico Sorrentino-Garrone-Guadagnino, era da un po’ che in Italia non si faceva strada un regista dalle idee così forti e dallo stile così particolare, inconfondibile.

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Sempre conscio delle battaglie sociali e della condizione degli ultimi in tutte le epoche, Marcello sceglie di trasporre l’omonimo romanzo di Jack London nella Napoli novecentesca, teatro più temporale che spaziale, laddove poco a poco ci si accorge che il tempo scorre in modo  incoerente: un televisore convive con lo scoppio della Grande Guerra, gli abiti quasi ottocenteschi di Elena Orsini si affiancano a insegne al neon, creando un palcoscenico in cui il tempo non conta più, e da lì forse si origina il fulmineo salto temporale dal Martin poco conosciuto al Martin ultrafamoso, superominico in senso artistico ma totalmente devastato nell’anima e nell’aspetto. È davvero completa la trasformazione di Luca Marinelli, per questo forse stride un po’ con il resto della narrazione, che procede per gradi nel raccontare un rozzo marinaio alle prese con una scalata culturale senza precedenti, da quasi analfabeta a scrittore affermato. Ma il cambio repentino di aspetto fisico e situazione si può giustificare con l’altrettanto repentino successo di pubblico e di critica, improvvisamente consci del valore di opere che gli editori avevano rifiutato per anni.

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È dunque il mondo esterno a insinuarsi nella psiche di Martin Eden, un buon diavolo rimasto in fondo fedele a se stesso, ma coinvolto nella macchina di un successo senza senso che l’ha allontanato dal grande amore, quella Elena che l’educò ai sentimenti e alla grammatica, che si innamorò di lui e lo sostenne finché anch’essa non fu vittima del mondo esterno, delle convenzioni, delle strutture sociali. L’atemporalità di questo film vuole forse dimostrare come la mente umana non abbia età, come sia sempre in cerca di se stessa, all’inseguimento dei propri sogni, e come possa perdersi lungo il cammino, confondendosi tra ciò che è prima e ciò che è dopo, tra il sé di una volta e quello attuale. «Io è un altro», avrebbe detto Rimbaud, ennesimo dannato della letteratura moderna, che come Martin Eden osserva il mondo da una prospettiva privilegiata.

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Eden e Marcello sembrano in effetti passeggiare insieme, guardare in faccia umani di tante epoche, ripercorrere i propri passi e riflettere, il primo sul mondo e sull’Arte, il secondo sulla propria carriera, da cui riaffiorano la Genova di Mary ed Enzo – protagonisti de La bocca del lupo -, i treni de Il passaggio della linea, le maschere e i bufali di Bella e perduta, cui il regista campano sembra quasi dire addio, forse conscio di avere davanti a sé un mondo completamente nuovo, quello delle aspettative, dei red carpet appariscenti, della critica pronta a coglierlo in fallo. Chissà, forse i miei pensieri vanno oltre la realtà, forse vedo cose che potrebbero non accadere, drammi inesistenti, ma è questa la grande forza del film di Marcello, il suggerirci di rimanere sempre fedeli a noi stessi, puntando a costruire un solido io, più che a contare su un mondo esterno che non si sa né dove sia né quando sia. Da ultimo, sul finale di una vita dedicata alla realizzazione del sè, a un individualismo senza padroni, dopo il successo, la fine di un amore e dell’amico Russ Brissenden (un tonante Carlo Cecchi), si prospetta per Martin un destino di morte, là nell’unico elemento in cui non era naufragato, l’acqua del mare che l’aveva fatto libero.

E Pietro Marcello sceglie un finale barocco, nel suo stile, una nuotata rabbiosa verso il sole che tramonta, a caccia del sublime. Contro tutto e tutti.

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Nel frattempo Martin Eden è in sala, ha vinto il Platform Prize al Toronto International Film Festival, è tra i cinque film italiani a contendersi la candidatura agli Oscar e a Venezia 76. ha regalato una Coppa Volpi a Luca Marinelli, ricordandoci che in Italia (meglio se in co-produzione) ci sono i mezzi per fare grandi film non solo di sceneggiatura, ma anche di scelte registiche e tecniche, di fotografia, di costumi e location curati nei minimi particolari, di attori consacrati e alla ribalta che anche con parti minori vanno ad arricchire il nostro cinema. Se abbiamo già detto della bravura di Marinelli – e per la verità bastava il verdetto di Lucrecia Martel e giurati del “Venezia” -, è bello constatare come da Martin Eden in poi si possa contare sull’elegante Jessica Cressy, sull’ottimo comprimario (almeno per ora) Vincenzo Nemolato, al Lido anche per 5 è il numero perfetto, e su una quantità di attori secondari la cui importanza è stata troppo spesso trascurata dalle nostre produzioni. E buone notizie anche sul fronte musicale, con la colonna sonora originale di Marco Messina e Sacha Ricci, delicata come gocce d’acqua, ben intervallata da canzoni anni Ottanta di Teresa De Sio e Daniele Pace, a ulteriore conferma di un’opera che vuole essere senza tempo.

Nota a margine: ho volutamente trascurato accenni al rapporto di Martin con il socialismo. Nonostante sia la parte più corposa del film, è quella che lascia meno il segno, col rischio di perdere il pubblico.

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