I’m still here – Cinquant’anni di Joaquin Phoenix
Dei suoi cinquant’anni di vita, Joaquin Phoenix ne ha trascorsi circa quarantadue a recitare. Nato a San Juan, Porto Rico, terzogenito di una famiglia hippy, numerosa, poliedrica e decisamente poco convenzionale, cominciò a fare l’attore così presto che a quindici anni ne era già stufo.
«Quando avevo quindici o sedici anni, mio fratello River tornò a casa dopo lavoro con una copia VHS di un film chiamato Toro scatenato, mi ha fatto sedere e me lo ha fatto guardare. Il giorno dopo mi svegliò, me lo fece vedere di nuovo e mi disse “Tu ricominci a recitare. Questo è quello che farai”. Non me lo stava chiedendo, me lo disse e basta».

Fortunatamente per noi Joaquin diede retta al fratello maggiore River, all’epoca tra gli attori più brillanti e promettenti della sua generazione che pochi anni dopo sarebbe morto giovanissimo su un marciapiede di Sunset Boulevard, lasciando un vuoto profondo nel panorama cinematografico. Icona generazionale, un Rimbaud o un James Dean in versione nineties da cui Joaquin ha certamente ereditato il carattere e il fascino un po’ maudì. Nel DNA Phoenix non c’è infatti soltanto grande creatività e talento artistico, ma anche quella rara sensibilità e intelligenza con cui vive spesso in modo conflittuale lo star system dell’industria cinematografica occidentale: anti-divo per eccellenza, nonostante l’addolcimento degli ultimi tempi, agli eventi glamour, interviste e vari siparietti hollywoodiani si presenta — ammesso che si presenti — selvatico, spesso nervoso, enigmatico e incline alla provocazione.

In questo senso, l’operazione mediatica e cinematografica più rappresentativa del Phoenix uomo e attore è I’m still here, falso documentario che si divertì a realizzare insieme all’amico Casey Affleck nel 2010. Un esperimento con cui intendeva esplorare con taglio satirico le estreme derive della celebrità e del reality show, lasciando credere a pubblico e media di voler abbandonare la recitazione per intraprendere la carriera di rapper. Una grandiosa presa per il culo che è contemporaneamente dichiarazione d’amore per la propria professione d’attore e riconoscimento dei suoi rischi e delle logiche malate che porta con sé.
Fedele all’idea di sfruttare la notorietà per dare voce e sostenere economicamente cause sociali e politiche, è da sempre in prima linea a promuovere animalismo, ambientalismo, parità di genere e lotta alle discriminazioni. Quando nel 2020 vinse praticamente ogni premio possibile, compreso il suo primo Oscar per la straordinaria interpretazione del Joker nel film di Todd Phillips, approfittò della grande visibilità televisiva per fare discorsi pungenti su queste tematiche. Vegano dall’età di tre anni, come River e tutti gli altri membri della sua famiglia, il suo è un attivismo che si esprime anche attraverso la produzione di diversi documentari volti a sensibilizzare il pubblico sui diritti degli animali, come l’acclamato Gunda oppure Earthlings, documentario anti-specista a cui ha partecipato come narratore.

Dopo l’esordio hollywoodiano con una serie di film più e meno conosciuti, da To Die For (1995) di Gus Van Sant, regista a cui già era notoriamente legato il fratello River, a 8 mm (1998) di Joel Schumacher, passando per piccoli drammi sentimentali come Inventing the Abbots (Pat O’Connor, 1997), la consacrazione internazionale di Phoenix sarebbe arrivata con Gladiator (Ridley Scott, 2000), per cui ricevette le prime candidature ai grandi premi hollywoodiani, Oscar compreso. Lo stesso anno recitò accanto a Geoffrey Rush, Kate Winslet e Michael Caine in Quills, film poco noto sul marchese De Sade, ma la partecipazione al blockbuster di Ridley Scott nei panni del folle e spietato imperatore Commodo fu quella decisiva non solo nel far emergere un talento già molto maturo per un ragazzo di venticinque anni, ma soprattutto nel tracciare irrimediabilmente la sua fisionomia d’attore. Un viso decisamente poco armonioso ma affascinante, lo sguardo glaciale, il labbro leporino, la schiena un po’ scoliotica, un corpo che non teme di essere completamente stravolto: complice anche la sua fisicità unica e poco convenzionale, da qui in poi Phoenix è stato scelto molto spesso per interpretare uomini tormentati, iper-sensibili e spesso emarginati quando non schizofrenici.

Nel 2005 presta corpo e voce a Johnny Cash nel film Walk the line, cantando e suonando in prima persona i pezzi dell’iconico man in black, riuscendo a restituirne non solo l’inconfondibile timbro vocale, ma anche tutta la complessità emotiva e la vulnerabilità estrema nel momento più conflittuale della sua vita. In The Master è diretto da Paul Thomas Anderson per interpretare Freddie Quell, veterano della seconda guerra mondiale alle prese con alcolismo e dipendenza sessuale, che faticando a reinserirsi nella società trova conforto in un pericoloso guru (uno straordinario Phillip Seymour Hoffman). Nel ruolo del veterano di guerra ritorna in A beautiful day – You were never really here (Lynne Ramsay, 2017), declinandone il disagio in modo ancora più estremo. In Beau is afraid, allucinata odissea scritta e diretta da Ari Aster, guardarlo per tre ore sullo schermo nei panni del paranoico Beau è un’esperienza quasi asfissiante: la sua è una prova attoriale estrema ed eccessiva quanto lo sono ansie e paure del personaggio che interpreta.

Tra Commodo e il Joker, giustamente considerata non solo la sua prova migliore ma in assoluto una delle migliori viste negli ultimi anni sul grande schermo, sembra infatti apparentemente comodo ricondurre il suo percorso artistico a questo specifico typecasting. Negando ogni convenzione o previsione, da sempre Phoenix dimostra al contrario di essere un attore estremamente versatile, spaziando tra titoli mainstream e film indipendenti, tra generi e ruoli diversi, dal tenerissimo zio scapolo di C’mon C’mon, al romantico Theodore in Her, fino al Gesù Cristo di Mary Magdalene.
Ciò che fa di Joaquin Phoenix uno dei migliori attori attualmente in circolazione è infatti proprio la capacità di misurarsi in modo eccellente con prodotti cinematografici di natura diversa, d’autore o commerciale che sia, elevandone sempre il valore artistico.
E probabilmente non abbiamo ancora visto niente.
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