Parasite – Traiettorie di un massacro

Il cinema di Bong Joon-ho è sempre stato caratterizzato da una tensione orizzontale, ben esplicata nel debutto americano del regista. L’unico ordine capace di preservare il treno-mondo di Snowpiercer dal caos e di permettere la sopravvivenza consisteva nell’impietosa e violenta legge della segregazione e della disuguaglianza tra classi. Dall’inferno dei vagoni di coda fino al presunto paradiso situato alla testa del treno, la struttura che richiamava i gironi danteschi riproduceva una lotta sociale lineare e intrisa di ottimismo, a differenza che in Memories of murder che, nella conformazione più irregolare delle geometrie spaziali, dava vita ad una struttura circolare in grado di intrecciare dramma privato e situazione storica coreana degli anni ’80. Dopo la seconda sortita americana di Okja – realizzato per Netflix -, con Parasite Bong è tornato a spiazzare in patria, giocando con i generi e alternando grottesco e gusto splatter, commedia e tragedia, accarezzando persino i toni melodrammatici, per aggiudicarsi infine la Palma d’oro al 70esimo Festival di Cannes.

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Ki-taek, Chung-sook, Ki-jung e Ki-woo sono padre, madre, figlia e figlio. La loro famiglia è molto unita ma sono tutti disoccupati, vivono in un appartamento fatiscente e sembrano essere destinati verso un futuro desolante. Grazie alla raccomandazione di un amico e falsificando qualche credenziale relativa al proprio curriculum, Ki-woo riesce ad ottenere un lavoro ben retribuito come tutor della figlia maggiore di una coppia benestante. I nuovi datori di lavoro del ragazzo navigano nell’oro e la loro situazione è totalmente speculare a quella della prima famiglia. Intuendo tutte le potenzialità insite in un contesto del genere, il giovane Ki-woo comprende che l’intreccio delle storie e dei destini dei due nuclei familiari potrebbe dar vita ad una svolta non da poco per lui e i suoi parenti.

parasite+wall+imdb

A differenza dei suoi film precedenti, l’ultimo tassello del percorso autoriale di Bong è caratterizzato da un saliscendi verticale dalle spiccate tendenze socio-politiche. Il sotto-sopra che il regista porta in scena rappresenta una società totalmente impermeabile, spietata e piena di zone d’ombra che trasformano i personaggi in creature mostruose, maschere demoniache disposte ad ogni tipo di scarto e mutazione pur di emanciparsi dalla condizione in cui versano. Parasite somiglia molto a Noi, l’ultimo film di Jordan Peele, una home-invasion sui sensi di colpa della nuova borghesia nera nei confronti dei fantasmi del passato. Il regista di Get Out, però, è stato abile ad allargare il campo e a trasformare il discorso in un incubo collettivo e contemporaneo, la cui intuizione narrativo-schematica offre diverse vie di uscita. Il film di Bong, invece, non reca con sè tracce di colpe, anzi, il (presunto) riscatto delle classi sociali è intriso inevitabilmente di violenza ed è osservato con glaciale noncuranza. Ma, più di ogni altra cosa e con buona pace di Jordan Peele, il mondo portato in scena dal cineasta coreano è totalmente impermeabile e costruito su personaggi che, allontanandosi dal modello di vita che appartiene loro con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni socio-economiche, finiscono per soccombere.

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In Parasite, ogni azione è controllata al millimetro da un regista onnisciente che ha dato vita ad un meccanismo schematico fino allo sfinimento. A tal proposito, una sequenza cardine mostra alcuni personaggi correre su per le scale come fossero scarafaggi da osservare al microscopio. Lo sguardo di Bong si concentra su di loro come animali da osservare in modo scientifico dopo averli privati della loro umanità. Le traiettorie geometriche diventano presto ripetitive e la moltiplicazione della prospettiva cela o mostra particolari che costringono alla continua rivalutazione di ciò che stiamo guardando. Il rischio di cui si carica un cinema del genere consiste nella costante dimostrazione di una bravura che risulta inficiata dalla sua costante ostentazione. Nella programmaticità da manuale non c’è la minima volontà di smarrirsi ma di aderire ad un gioco al massacro in cui i singoli personaggi si trasformano in pedine di un meccanismo dell’orrore che forse rischia di privare lo spettatore della propria libertà di movimento. È l’organizzazione molto preordinata a rendere claustrofobica la scacchiera in un gioco fine a sé stesso in cui è impossibile trovare il proprio spazio. In tal senso, la tensione verticale schiaccia il film e si offre come unica chiave di lettura di un universo che avrebbe meritato vie di fuga in grado di ossigenare lo spettatore e di fornire ai suoi attanti la possibilità di sfuggire al proprio ineludibile destino.

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