Mickey 17 – La distopia realistica e la nuova dialettica servo/padrone
Dal trionfo totale e quasi cannibale di Parasite agli Oscar sono passati sei anni. Era il lontano 2019 e, nel frattempo, l’atteso nuovo film di Bong Joon-ho ha subìto numerosi ritardi e dilazioni (si dice a causa di un montaggio sempre insoddisfacente, oltre agli scioperi di Hollywood), tanto che è passato dalla Berlinale 2025 quasi in sordina. Alla fine, è arrivato nelle sale italiane e, attraverso un percorso già esplorato ma molto diverso dall’ultimo capolavoro, ci siamo ritrovati davanti alle solite imponenti riflessioni che l’autore coreano ci rivolge.
Mickey 17 è, infatti, il ritorno alla science fiction, già esplorata in The Host e Snowpiercer e costante fonte di interesse e indagine per l’autore coreano. È anche il ritorno alla lingua inglese con un budget importante e un cast di primissimo livello che comprende una delle giovani star più richieste di Hollywood (Robert Pattinson) e due attori (Mark Ruffalo e Toni Colette) che hanno imboccato una svolta di carriera che li vede sempre più parte di progetti d’autore. Quelli elencati sono tutti elementi, come si può ben immaginare, che avevano alzato le aspettative di un progetto già di per sé ambizioso.
In questa nuova esplorazione distopica, la Terra è un posto sempre più pericoloso e l’ingenuo Mickey Barnes (Robert Pattinson) per evitare le violente ritorsioni di uno strozzino decide di candidarsi per una missione spaziale accettando il ruolo estremo di expendable, ovvero “sacrificabile”. La mansione fa parte di un progetto di colonizzazione di un pianeta alieno condotto da un politico perdente, megalomane, ridicolo ed egocentrico (Mark Ruffalo) che insieme alla moglie (Toni Colette) forma una coppia grottesca che condensa l’aspra satira di Bong contro i governanti dell’oggi, non meno caricaturali.
Sull’enorme nave spaziale della missione Mickey deve sottostare al regime calorico imposto dal suo tronfio leader, mentre viene sfruttato per svolgere i lavori più usuranti e pericolosi in quanto, ogni volta che morirà, Mickey verrà ristampato tale e quale, nel corpo e nella mente.

Mickey 17 ci offre uno sguardo spietato, ma anche vitalistico sul nostro presente e sul sempre più tenebroso futuro che ci aspetta. La mascolinità di Pattinson (titanica, violenta e carismatica in The Batman, soltanto per ricordare uno dei suoi ultimi lavori) viene depotenziata, messa in ridicolo, fino a ottenere un personaggio che è un everyman schivo e fragile, incapace di opporre resistenza all’oppressione. A incarnare una mascolinità repressa è Mark Ruffalo, agglomerato buffonesco di dittatori passati e autocrati moderni (Mussolini, Trump, Musk … metteteci pure quello che volete). Oppresso e oppressore: la versione contemporanea della dialettica servo/padrone nella forma di un lavoro che conduce alla deformazione del corpo, quindi dello spirito.
Dentro questo asse dialettico c’è una tecnologia sempre più fuori controllo, proprio perché in mano a guide farsesche, quindi pericolose (vi suona famigliare?). In questo caso sotto la lente d’ingrandimento ci sono l’intelligenza artificiale e la frontiera della stampante 3D: oggi siamo alla carne sintetica, chissà che tra qualche secolo, o anche prima, non saremo alla ristampa di un essere umano, con annesse tutte le domande di bioetica del caso. È lecito clonare un essere umano? Le copie dell’originale sono a loro volta considerabili esseri umani oppure possono essere trasformati in una schiera di schiavi?
Ovviamente siamo messi in guardia dalle enormi conseguenze etiche e antropologiche che tutto ciò comporta. Mickey, infatti, risulta essere un giocattolo, una vera e propria cavia senza diritti, completamente disumanizzata. Ma, seppure copia, rimane una persona con sentimenti, emozioni e paure. In particolare quella paura di morire che, seppure alla diciassettesima volta, non svanisce mai.

Mickey 17 non è l’ingranaggio perfetto che è stato Parasite: la sceneggiatura non manca di sbavature, il terzo atto è oltremodo diluito e la sottotrama dei mostri striscianti convince poco, insieme a una narrazione che scorre via placida, senza le improvvise inversioni di marcia del suo predecessore. Tuttavia, va sottolineato come possa essere infruttuoso comparare i due film perché tanto diversi quanto perfetti rappresentanti delle due anime cinematografiche dell’autore: quella classica (per svolgimento della storia e messinscena) e quella votata allo sci-fi.
Assestandosi nella seconda categoria, rispetto alla classicità estetica di Parasite, Mickey 17 squaderna una quantità di situazioni, visioni e scenari ben più complessi da gestire, insieme a imponenti riflessioni sul nostro pericolante presente e sulla nebulosa che è il futuro imprevedibile che si sta delineando. Alla fine il tutto, anche per queste ragioni, può risultare discontinuo – ma non meno affascinante – e il materiale narrativo non sempre riesce a stare al passo con la moltitudine di temi che l’autore intende veicolare.
Detto ciò, l’ultima fatica dell’autore coreano, oltre a offrire un’avventura visiva travolgente, ci obbliga a fare i conti con la condizione dell’uomo contemporaneo e con il delicato ed esplosivo scenario globale (geopolitico, sociale, antropologico) degli ultimi anni.
Per di più, rispetto alla chiusura cupa e pessimista di Parasite, questa volta Bong Joon-ho lascia lo spettatore con un messaggio vitalistico. L’ingenuo e accomodante Mickey alla fine vince e resiste alla diciassettesima morte: un po’ per fortuna, un po’ per meriti altrui. È rinnovata la fiducia nell’essere umano che rivendica la propria unicità ed esercita quel diritto alla ribellione di hobbesiana memoria contro l’oppressione del Potere.
Scorrono i titoli di coda. Ora tocca allo spettatore prendere coscienza.
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