“Noi” di Jordan Peele: a rabbithole

[potrebbe contenere piccoli spoiler vari]

Dopo l’esordio rivelazione con Scappa – Get Out e l’oscar per la migliore sceneggiatura originale, Jordan Peele ritorna al cinema con Noi (Us) di cui è regista e sceneggiatore.

Come intravisto nei trailer, la famiglia Wilson si reca per una vacanza estiva in California, nel luogo dove Adelaide (Lupita Nyong’o), la madre, era solita villeggiare durante l’infanzia, ma qui si ritrovano in balia dei propri doppelgänger.

Tutto ha inizio molto prima: nel 1986, nel luna park sulla spiaggia di Santa Cruz, dopo aver vinto una maglietta di Thriller di Micheal Jackson, Adelaide bambina si allontana dal padre. Lo guarda da dietro muoversi come se stesse facendo degli strani passi di danza, come gli zombie nel videoclip di John Landis – il riferimento a Thriller anticipa il seguito: un’orda di qualcosa-altro (non più zombie) dai movimenti innaturali in una violenta danza. Mentre il padre si ferma al Whack‘em all – “colpisci la talpa” che emerge dal sottosuolo, altra prefigurazione – lei si allontana da lui per dirigersi in una casa degli specchi dove si perde, in seguito ad un momentaneo blackout. Davanti ad uno specchio incontra, come fosse un riflesso, la copia esatta di sé stessa, cosa che, viene rivelato, le causerà un profondo trauma che si protrae fino all’età adulta.

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Segue la sequenza dei titoli di testa: la camera fissa un coniglio bianco, indugia, e poi allarga lo sguardo a rivelare una e in seguito diverse gabbie con altrettanti conigli. Il rabbithole, mutuato da Alice in Wonderland di Lewis Carrol, è diventato termine di uso comune in lingua inglese per indicare il percorso concettuale che porta alla vera natura della realtà delle cose. Come Alice cade nell’abisso inseguendo il coniglio nella sua tana, Peele conduce nel profondo sotterraneo di ognuno di noi, e della società.

I doppelgänger sono la dualità dell’individuo, quella parte di sé stessi che viene nascosta, relegata in luoghi profondi dai quali non dovrebbe più emergere, ma a volte finisce per liberarsi. Vestiti di rosso e armati di forbici (due lame speculari) assaltano i protagonisti. Ma non è una persecuzione esclusiva alla famiglia Wilson, è in atto una vera rivoluzione. Dopo essere stati costretti a vivere nascosti nei cunicoli del sottosuolo i “Tethered” avviano una violenta sommossa contro gli omologhi di superficie. I doppi rappresentano anche una critica alla società statunitense, gli stessi anti-Wilson alla domanda “che cosa siete?” rispondono: «noi siamo Americani». Una società bipartita e martoriata dal conflitto endemico che vede da un lato una consistente parte della popolazione dimenticata, relegata in sottofondo, i più deboli e i più poveri, volutamente ignorati e senza possibilità di cambiamento – il senzatetto dell’86 nella medesima situazione nel presente – e dall’altra la classe borghese che pensa ad alimentare il proprio status e a fare mostrazione delle proprie ricchezze – più volte Gab (Winston Duke), marito di Adelaide, propone il proprio motoscafo ai doppelgänger in cambio della libertà e infine si convince a fuggire solo perché vi è la possibilità di guidare la lussuosa macchina degli amici ricchi.

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La campagna Hands Across America dell’1986, illustrata dal promo sul vecchio televisore all’inizio del film, è il simbolo di una falsa beneficenza che funge da rito d’espiazione ipocrita utile solo a mostrare un volto pubblico impegnato e benevolo di una classe borghese agiata che in realtà marginalizza e lega/incatena (to tether) chi non è alla sua altezza.  I Tethered che si tengono per mano durante la loro rivolta violenta ne sono la conseguenza. Come una piaga biblica: più volte ritorna il riferimento a Geremia 11.11 (cifra speculare), attraverso le parole del profeta il Dio iracondo e vendicatore dell’Antico Testamento condanna gli idolatri, coloro che venerano falsi dei: «Ecco, io faccio venir su di loro una calamità alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò».

Peele non costruisce un horror da spavento momentaneo, non si serve di mezzi da panico estemporaneo quali i jumpscare, punta a qualcosa di più profondo. Gioca col perturbante, alimenta la tensione in un costante crescendo, ricerca la paura, vuole instaurare nella coscienza dell’individuo qualcosa che lo corroda dall’interno, anche una volta che lo schermo si spegne al termine dei titoli di coda. Dall’alternanza di azione e tensione il film guadagna dinamismo, rimangono alcune contraddizioni (impossibili da analizzare senza incappare in maggiorispoiler) e alcuni errori atavici ricorrenti nella filmografia horror quali atteggiamenti non-razionali dei protagonisti (il solito “dividiamoci” in luogo del più logico “restiamo uniti”).

Nonostante la mole di argomenti e le diverse chiavi di lettura la pellicola gode di un ammirabile equilibrio e risulta coinvolgente, Noi è un doppio di sé stesso: un horror pop con marcati e frequenti riferimenti a musica, cinema o cultura pop in generale e un horror trasfigurato capace di restituire un riflesso della società attuale americana.

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