Jordan Peele – Gli incubi della società americana contemporanea

Durante l’ultimo decennio, qualsiasi risultato positivo al box-office e svariati approfondimenti critici hanno avuto Blumhouse Productions come protagonista. Lo studio di produzione fondato da Jason Blum ha visto la luce nel 2000 ma ha iniziato ad imporsi nel mercato cinematografico soltanto nel 2009, in seguito al clamoroso successo di pubblico di Paranormal Activity. In quel caso, memore del fallimento dell’operazione di acquisizione di The Blair Witch Project-Il mistero della strega di Blair, Jason Blum si è mosso come un cercatore di gemme e ha preso sotto la sua ala protettiva il progetto low-budget (o, probabilmente, sarebbe meglio definire zero-budget) di Oren Peli. Da quel momento ad oggi, Blumhouse Productions si è innestata fortemente nel tessuto di uno dei generi più fortemente radicati nell’immaginario americano post-9/11, ha lanciato nuovi autori – su tutti appunto Jordan Peele – che hanno conquistato i nostri cuori e ha riscoperto una serie di registi la cui carriera sembrava ormai destinata a progetti di poco conto e a clamorose debacle.

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In modo particolare, il 2017 ha rappresentato un’annata di fondamentale importanza per il mondo del cinema horror che, grazie al successo di IT – Capitolo uno (qui la recensione del Capitolo due), ha fatto registrare la stagione più redditizia di tutti i tempi per il genere. Il film di Andrès Muschietti, poi, si sarebbe anche imposto come l’horror in grado di incassare la cifra più alta nella storia del genere. Tuttavia, il successo dell’adattamento del romanzo di Stephen King è stato accompagnato da quello di titoli che hanno generato strilloni più contenuti ma hanno comunque segnato importanti traguardi. Nel 2017, ad esempio, Blumhouse ha distribuito Split (e ha prodotto anche Glass, insieme a M. Night Shyamalan), Auguri per la tua morte e Scappa-Get Out. Tutti e tre i titoli hanno raggiunto eccellenti incassi globali e il terzo è stato il soggetto di un case-study da parte di Anita Elberse per Harvard Business School. In effetti, sebbene i successi della compagnia di produzione di Jason Blum siano stati molteplici, è innegabile che il titolo di riferimento (dell’horror e dello studio) dell’ultimo decennio sia proprio quello diretto da Jordan Peele. Prodotto con soli 4 milioni e mezzo di budget e distribuito a livello globale da Universal Pictures, Scappa-Get Out ha lanciato il talento cristallino di Peele, ha guadagnato più di 250 milioni di dollari nel mondo, ha fruttato il Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale al suo autore e ha affermato il nome di Blumhouse al di fuori della cerchia di affezionati cui è solito rivolgersi il genere. A livello produttivo e di immagine, il progetto ha un’importanza capitale. Secondo Charles Layton, Scappa-Get Out è il film che, meglio di tutti, ha diffuso presso il pubblico il brand Blumhouse. In effetti, basta dare un’occhiata ai risultati conseguiti al box-office nel 2017 da titoli quali i già citati IT-Capitolo Uno, Split, Auguri per la tua morte per comprendere quanto il film di Peele rappresenti il perfezionamento della formula Blum. Il paradigma del low budget-high concept innerva la produzione Blumhouse e consente allo studio di realizzare utili superiori a quelli conseguiti dai grandi studios. Non è un caso che, annualmente, i titoli prodotti da Jason Blum compaiano tra le prime posizioni per profitti realizzati e per rapporto tra costi di produzione e utili. Infine, secondo quanto dichiarato in una ricerca condotta da David Ehrlich per IndieWire, insieme ad Auguri per la tua morte e a Noi, Scappa-Get Out è stato uno degli otto film originali (non basati, cioè, su sequel, spin-off, adattamenti o remake – quindi, su proprietà intellettuali preesistenti) ad aver vinto almeno un week-end al box-office a partire dal 2017. A questo punto, spostiamo la nostra focalizzazione da Blumhouse Productions al regista più importante nella scuderia degli autori lanciati da Jason Blum.

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Prima di debuttare alla regia cinematografica con Scappa-Get Out, Jordan Peele era noto per Key & Peele, sketch-comedy americana ideata e scritta insieme a Keegan-Michael Kay e a Rebecca Drysdale e andata in onda tra il 2012 e il 2015. Ma è nel 2017 che il successo planetario arride a Jordan Peele. Il film racconta il week-end d’amore di Chris Washington e Rose Armitage. I due (lui è afroamericano, lei bianca) trascorrono il fine settimana nella villa della famiglia Armitage. Il padre di Rose è un neurochirurgo, la madre lavora come ipnoterapista e il figlio minore sta per laurearsi in Medicina. Nonostante i genitori non sappiano ancora che Chris sia un ragazzo di colore, Rose è sicura che il suo fidanzato sarà ben accolto dalla famiglia che, se avesse potuto, avrebbe votato per la terza volta per Barack Obama alle elezioni presidenziali. Sta di fatto che, fin dal suo arrivo, Chris nota una serie di strani comportamenti da parte degli Armitage. Nel corso dei due giorni seguenti, gli eventi si fanno sempre più perturbanti e peculiari e, lentamente, lo spettatore si renderà conto che Chris si trova al centro di un’asta che ha il suo corpo per oggetto: colpita dall’estrema resistenza e superiorità dei corpi neri, la famiglia Armitage innesta la mente (e, quindi, l’anima) di persone bianche nei corpi di afroamericani attentamente selezionati da Rose. L’anima delle prede di colore recede fino al cosiddetto mondo sommerso, da cui può soltanto osservare, senza poter intervenire sul proprio corpo.

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Il debutto di Jordan Peele è stato uno dei casi del 2017. Sul versante strettamente produttivo e distributivo, il titolo è stato distribuito in wide-release (ha, quindi, goduto di un’ampia distribuzione a livello globale) e, durante le prime sette settimane di sfruttamento, ha ottenuto una assai contenuta perdita negli incassi (quantificata tra il 15 e il 30% rispetto alla prima settimana). La straordinaria tenuta del film è stata consentita da meccanismi di word-of-mouth e da una campagna marketing che aveva proprio l’obiettivo che il film rimanesse come trend-topic sui social network per un lungo intervallo temporale. In effetti, a differenza di una hit come IT-Capitolo Uno (che ha avuto una tenuta di 14 settimane al box-office), il percorso di Scappa-Get Out si è esteso per 4 settimane in più e ha dimostrato l’estrema competenza di Universal relativamente alla gestione di un film pensato e veicolato come totalmente concept-driven. Già a partire dal movimento di Chris e Rose verso la terrible house circondata dal bosco, il riferimento al wrong-turn movie è palese. Nonostante la “capanna” Armitage, infatti, sia travestita da liberal white civilization, sono le immagini stesse a diventare segni di sensi per niente occulti. Dalla visibilità totale della metropoli, Chris viaggia verso la fitta macchia boschiva che nasconde segreti e perversioni. Fin dalle prime sequenze, Scappa-Get Out è visivamente costruito su un’icona del terrore strettamente legata al bosco: per gli Stati Uniti, la capanna nel bosco è equiparabile al castello gotico per la cultura europea – il seme da cui germoglia l’orrore. Luoghi del genere facilitano il ritorno del rimosso e testimoniano l’isolamento fisico e mentale dei protagonisti. Del concentrare il discorso dall’immaginario americano alla situazione politica contemporanea si fa carico l’invocazione di un passato mai rimosso. Il film di Jordan Peele rielabora inconsciamente gli archetipi di Frankenstein e de Il Dottor Jekyll e Mr. Hyde. L’autore degli orrori, però, non è il violento e antropofago hilbilly/redneck, posto come espressione di una urbanoia radicata in paure ataviche che vedono le zone rurali del Midwest come spazi spirituali e fisici pericolosi. Né, tantomeno, è un rappresentante della silent majority che ha votato George W. Bush e ha appoggiato senza remore l’interventismo militare statunitense nel resto del mondo. La magione familiare liberal si afferma nell’immaginario come una sorta di Overlook Hotel, un deposito di miti e di archetipi da cui pescare a piene mani, un hostel in cui scatenare ciò che Freud definisce come pulsione di morte e Lacan come godimento, ovvero il desiderio di possedere l’Altro e di colonizzare il suo corpo. La terrible house di Scappa-Get Out è un deposito di forme che conserva ogni reliquia dell’immaginario horror americano pronta ad essere rimessa in circolo e ri-configurata, come nel finale del film, in cui Chris si rivela essere la final-girl di un racconto in grado di sottrarre il velo di Maya della retorica che domina la società americana contemporanea.

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Ancora più consapevole di sé e del suo statuto politico risulta essere Noi, nuovamente scritto e diretto da Jordan Peele nel 2019. Il film ha fruttato notevoli consensi al suo autore, erede delle scatenate scorribande di George Romero, Wes Craven, Tobe Hooper e Don Siegel. Tra l’altro, durante l’intervallo temporale trascorso tra Scappa-Get Out e Noi, Jordan Peele si è anche occupato della produzione di BlacKkKlansman, diretto da Spike Lee e – insieme al suo ultimo Da 5 Bloods – manifesto contemporaneo del Black Lives Matter. Al centro del racconto di Noi vi sono ancora corpi neri minacciati di essere colonizzati. Protagonista assoluta della narrazione è Adelaide Wilson, una donna che porta ancora con sé i traumi di un incontro con il proprio doppelganger avvenuto parecchi anni prima, quando era una bambina. Giunta in vacanza con la famiglia a Santa Cruz – lo stesso luogo dell’incontro traumatico –, la donna inizia a percepire sentori inquietanti. In piena notte, in effetti, la sua famiglia all black e middle class si trova ad affrontare quattro doppelganger decisi ad uccidere i protagonisti. L’incubo psicologico legato al rimosso individuale si evolve, amplia il campo e diventa collettivo, sociale e terribilmente contemporaneo. A fronte di un budget di 20 milioni di dollari – di gran lunga più elevato rispetto allo standard Blumhouse –, il film ne ha incassati più di 250 in tutto il mondo. La campagna marketing ha optato, ovviamente e a differenza del precedente Scappa-Get Out, per uno sfruttamento concentrato sui primi week-end; infatti, Noi non ha avuto la stessa tenuta del primo titolo diretto da Jordan Peele. Inoltre, qualsiasi trailer e pubblicità ha insistito sull’incubo individuale e sul doppelganger come amalgama di rimosso e di traumi privati piuttosto che sulla dimensione collettiva del male. L’assunto di base di Scappa-Get Out si capovolge: lì i protagonisti erano persone bianche che desideravano colonizzare (e, quindi, trasformarsi in) corpi neri, accettando la sconfitta genetica pur rivendicando la primigenia culturale; qui, invece, sono i neri a voler vivere come bianchi (una delle sequenze iniziali – con Adelaide che indossa una t-shirt raffigurante Michael Jackson – è, a tal proposito, emblematica). A differenza del suo primo film, Noi riesce ad incutere un terrore barbaro, rancoroso, goffo, infernale e sotterraneo perché allaga il campo di riferimento rispetto a Scappa-Get Out e ci costringe a fare i conti con tutto ciò che temiamo in noi e negli altri. Probabilmente, il secondo film di Noi paga il pegno di una sceneggiatura che presenta una superficie eccessivamente metaforica e che tende verso una struttura verbale a tratti troppo opprimente e castrante. Nonostante la sua dimensione esplicitamente metaforica, però, si discosta da film arty quali gli horror prodotti da A24 e riesce ad inchiodare lo spettatore alla poltrona.

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Con due soli film alle spalle, Jordan Peele è riuscito ad affermarsi come uno degli autori originali più in voga nella Hollywood contemporanea. La produzione di serie quali Hunters per Amazon Prime Video e il reboot di Ai confini della realtà lo colloca maggiormente nell’agone mediale dei nostri giorni. In attesa della distribuzione del remake di Candyman, di cui ha curato la sceneggiatura, e di Lovecraft Country, in uscita il 16 agosto grazie ad HBO e prodotta da Peele insieme a J. J. Abrams, non possiamo far altro che augurarci che il regista riesca a trovare la sua dimensione artistica, bilanciando tra cura e potenza delle immagini ed esigenza critica di sfruttare la dimensione verbale per esplicare quanto un film mostra. Lovecraft Country sarà la prova del nove e, a giudicare dal primo trailer (lo trovate sotto) – che shakera gli incubi dello scrittore americano e le proteste razziali negli Stati Uniti contemporanei –, la posta in gioco è davvero elevata. La certezza è che in pochi, negli ultimi anni e prima di Jordan Peele, sono stati in grado di schiudere all’horror politico una dimensione davvero globale e di collidere la semiosfera di natura culturale e quella di natura generica in modo a tal punto consapevole.

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