It – Capitolo due. La conclusione

Ci siamo lasciati nell’ottobre del 2017 con quello che è stato uno dei migliori prodotti horror degli ultimi tempi, o meglio: uno dei più apprezzati dal “grande pubblico”: It – Capitolo uno (clicca qui per leggere la recensione). Come recita lo stesso titolo della pellicola, il film fu girato e concepito con l’idea che potesse prendere vita un secondo e conclusivo capitolo, solo se, però, il botteghino avesse reso almeno quanto sperato, altrimenti, come lo stesso regista Andres Muschietti ha avuto modo di chiarire, sarebbe potuto rimanere un capitolo autoconclusivo. Così, per l’appunto, non è stato, tanto da essere diventato il film horror con l’incasso più alto della storia, e una delle pellicole con il miglior incasso, in tutto il mondo, del 2017.

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In una «società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati» (Alexander Langer, Non per il potere), presumo che sia assolutamente giustificato e – ahimè – giustificabile la questione dell’incasso come unica ragione fondante e motrice di un ulteriore capitolo – si spera davvero conclusivo – di una delle storie, di King, più importanti e sofferte di tutta la sua bibliografia (lo stesso King ne ha sempre parlato come fosse un parto travagliato e doloroso, qualora non bastasse la mole di un testo letterario che conta più di mille pagine). Il presupposto, che poi risulta essere l’oggetto di tutta la trama – parlo ancora dell’opera letteraria –, vuole essere il dramma, la crescita, la redenzione, e tutto ciò che vi ruota attorno (lo stesso magnifico terribile Pennywise) rimane cornice di una storia che può essere – ed effettivamente lo è – riproposta in salse differenti.

Jessica Chastain, Jay Ryan, James McAvoy, Bill Hader, Andy Bean, James Ransone, Isaiah Mustafa, Andy Muschietti

Così è per questa nuova e ultima pellicola, forse ancor più di quanto lo è stato per quella del 2017: un viaggio che dura 165 minuti, che cerca di riassumere il capolavoro del 1986 al meglio delle sue possibilità, pur riconoscendo il limite fisico dei “soli” 165 minuti per una trama molto complessa e articolata, con un comparto visivo e  tecnico importante, curato e costosissimo (ecco che ritorna la tematica del vile danaro… D’altronde, se questo è il fine, è risaputo che deve esserne anche il mezzo!). It – Capitolo due quindi è un film che merita di essere visto, poiché tutto il comparto tecnico che lo riguarda, dalla regia in primis, passando dalla fotografia (Checco Varese), il montaggio (Jason Ballantine), la scenografia (Paul D. Austeberry) e – soprattutto – gli effetti speciali (Nicholas Brooks) sono magistralmente compiuti e strutturati, così da rendere la visione della pellicola abbastanza scorrevole e godibile.

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Debbo ammettere che durante la visione sono sorte in me delle perplessità frutto forse di un uso eccessivo, a mio avviso, del jump scare, che reputo (all’alba del 2020) inutile. È forse controproducente l’utilizzo di tali espedienti per rendere l’orrore di una storia che dovrebbe essere orrorifica – e lo è – nella sua essenzialità (e non nel mezzo con cui la si vuole raffigurare – e di nuovo la medesima storia del “mezzo” e del “fine”). Debbo però anche ammettere che tale tesi, seppur in parte oggettiva, risulti essere legittimamente opinabile, e nell’ottica del mainstream, dove il “mainstream” non è necessariamente una distorsione con connotati negativi, il jump scare (ricorrente in tutta la rappresentazione) sortisce ancora l’effetto desiderato. Volendo poi giudicare le singole interpretazioni, non v’è molto da dire, se non che, visto l’eccezionale cast, e la ancor più ammirevole interpretazione del Pennywise ad opera di Bill Skarsgard, si assiste ad una messa in scena di ottimo livello, priva di sbavature.

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Ebbene, al netto di un po’ di confusione dettata forse dall’indecisa commistione del passato e del presente dal punto di vista visivo e dello scorrimento della trama, It 2 è, come si suol dire, “un bel film”, lontano però da quello che ultimamente pochi virtuosi stanno cercando di compiere, ovvero la rinascita, secondo schemi del tutto originali e svincolati dalle strutture divenute ormai inutili allo scopo, del genere horror; di ciò che significa il Cinema dell’orrore, magari non totalmente subordinato ai biechi schemi del guadagno, che pare divenire l’unica fonte motrice di qualcosa che nell’essenzialità del suo significato, per potersi considerare tale, richiede di esserne completamente svicolata: l’arte!

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