Hunters: caccia a parti invertite

Dopo una straordinaria campagna pubblicitaria Hunters è approdata su Prime Video il 21 febbraio. Dieci episodi, caratterizzati da una straordinaria cura dei dettagli, raggiunta anche grazie alla lunga durata di ogni puntata (mediamente un’ora). Eppure la serie non stanca e raramente la macchina narrativa sembra rallentare.

La nuova serie di casa Amazon ha avuto come produttore esecutivo Jordan Peele e sembra alimentarsi di questa presenza giovane ed innovativa, pur conservando un’aura di sobrietà: la creatura di David Weil ci regala, in effetti, un prodotto dal grande impatto popolare. Una caccia spietata ai nazisti da parte di un gruppo stranamente assortito di ebrei sopravvissuti allo sterminio e alcuni loro simpatizzanti. Le loro storie sono tutte intrecciate in maniera indissolubile dall’odio per il nemico.

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Fra i protagonisti spicca necessariamente il capo e il finanziatore dei “cacciatori”: Meyer Offerman, interpretato da uno straordinario Al Pacino. L’attore si era dedicato solo un’altra volta al mondo della serialità con Angels in America (2003); eppure è riuscito a consegnarci un ritratto veramente ben definito del suo personaggio: Offerman ha un vero e proprio culto della vendetta basata sul Talmud e su insegnamenti nati dalle sofferenze di Auschwitz. Sofferenze vissute, principalmente, a livello dei legami.

Nonostante le tematiche trattate siano già state declinate nei modi più variegati mai si era dato tanto spazio al periodo successivo alla fine degli orrori della Seconda Guerra Mondiale (la cui presenza è limitata ad una serie di flashback). Siamo negli Anni Settanta e i nazisti sembrano vivere tranquillamente negli Stati Uniti, quasi come se fossero totalmente estranei ai crimini da loro commessi; sono ingeneri, medici, politici, imprenditori. Totalmente mimetizzati ed aiutati in questo dallo stesso governo statunitense. Dalla sinossi diffusa nei mesi passati, potrebbe sembrare, quindi, che si siano totalmente adeguati al nuovo contesto dimenticandosi totalmente delle ambizioni di pochi anni prima. Tale previsione si annullerà già nei primi episodi della serie: con un’improvvisa carica drammatica lo spettatore verrà proiettato in un immaginario nuovo e, allo stesso tempo, quasi ricorsivo; un gruppo di nazisti (il cui numero non è precisato) sfrutta delle identità false per vivere e prosperare in America. La loro presenza è capillare: da importanti multinazionali a gabinetti della presidenza statunitense. E continuano ad uccidere e a progettare pulizie etniche. Anche questo assortito gruppo ha un suo leader, il Colonnello, per buona parte degli episodi quasi nascosto ed irraggiungibile.

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Da questa scoperta prende avvio l’operazione con a capo Meyer Offerman: ebreo, sopravvissuto ad Auschwitz, intriso sia di cultura biblica sia di pragmatismo. La sua ricchezza finanzia il gruppo dei “vendicatori” mentre le sue conoscenze politiche sono sempre pronte ad intervenire per salvaguardarlo dalla giustizia. Improvvisamente capiamo che i loro metodi sono molto simili a quelli dei loro nemici. Ne scaturisce un problema etico, che verrà ripreso ciclicamente, e che sembra interrogarci sul limite entro cui il giusto può operare: il male va combattuto con il bene o con il necessario?

A questo interrogativo dovrà cercare risposta il vero protagonista della serie:  il giovane Jonah Heidelbaum, un ragazzo nerd, solo apparentemente impacciato, il cui tempo si divide nell’amore per la nonna, per la ragazza a cui non sa rivelarsi, e per gli amici fidati. Un giovane gentile nonostante la sua storia personale sia caratterizzata dalla mancanza. In questo ruolo troviamo un convincente Logan Lerman capace di rappresentarne turbamenti e ambizioni.

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Tra le altre interpretazioni degno di nota è il ritorno di Josh Radnor di How I Met Your Mother (2005-2014) il cui personaggio sa conferire un’aura di comicità e di leggerezza alla serie, anche nei suoi momenti più tesi. Per sempre legato al ruolo romantico e malinconico di Ted Mosby della nota sitcom, l’attore ha dovuto affrontare le difficoltà di rientrare nel mondo seriale a causa di questo ruolo ingombrante: le sue ultime apparizioni risalivano al 2018 con una puntata in Grey’s Anatomy e ad una serie di film commerciali. Eppure in questa produzione Prime Video Radnor ci ha regalato un’ottima performance e questo dovrebbe aiutarne la carriera.

Dopo l’avvio il ritmo narrativo si stabilizza in un modo tale per cui alcune azioni ed alcune vicende appaiono quasi ripetitive; eppure la serie nel complesso ne esce vittoriosa. I vari personaggi della serie si coordinano creando una visione armoniosa, almeno nel piano narrativo principale; quando si scende in flashback o in fantasie l’effetto ottenuto potrebbe disorientare lo spettatore. In effetti, queste sottotrame appaiono spesso troppo romanzate: fra i ricordi dei sopravvissuti spiccano dei dettagli che non trovano riscontro nelle testimonianze raccolte fra i sopravvissuti. Episodi come partite umane a scacchi o gare canore fra i prigionieri hanno generato forti dissensi fra le associazioni per la memoria dell’Olocausto; le critiche più aspre sono state rivolte all’autore della serie da parte di Auschwitz Memorial, che ha definito “pericolosa” la rappresentazione di David Weil del campo di concentramento. Lo showrunner così si è difeso:

Hunters, come una miriade di film acclamati sull’argomento, non sempre aderisce alla verità letterale nella sua ricerca di catturare la verità rappresentativa dell’Olocausto.

Infine, bisogna evidenziare come la linearità della narrazione venga interrotta ripetutamente: in effetti, dopo un avvio piuttosto semplice la narrazione precipita suscitando colpi di scena, sporadici sensi di colpa da parte dei “buoni” e episodi in cui famiglia e rapporti umani sembrano poter salvare da qualsiasi situazione.

Mentre gli inaspettati piani dei nazisti sortiscono i primi drammatici effetti, la squadra di Offerman deve affrontare i suoi spettri interiori: mentre per la maggior parte dei suoi membri il dramma alberga nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, il senso di inadeguatezza di Jonah deriva dalla sua giovinezza e dall’innocenza che ne consegue. Vorrebbe salvare ed invece diviene, quasi sempre, l’uomo da salvare; ad un passo dalla vendetta si ferma a riflettere.  In lui la produzione ha concentrato il problema etico scatenato dalla serie: uccidere se necessario è giusto? A lui si rivolgono tutti gli interrogativi sul problema del male e delle modalità con cui combatterlo. Il protagonista è il carattere che più muta nel corso degli episodi e a cambiare è soprattutto la sua percezione del “nemico”: da nemico personale a nemico del bene collettivo.

Un pregio di Hunters, a parte la grande capacità attoriale del suo cast, è quello di abituare lo spettatore ad uno schema narrativo per poi sovvertirlo improvvisamente (e quasi sempre con uno spaccato della società americana). Ci sono tutti i presupposti per una grande seconda stagione!

Certamente un prodotto Prime Video che merita di essere visto, meglio se in lingua originale.

Intanto, ecco il trailer:

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