Cosa sono le Backrooms e perché ci siamo già stati tutti
Per gli escapisti di ogni dove è certo questa un’epoca di difficile interpretazione: quando la realtà di tutti giorni è sempre più l’irrealtà del mondo virtuale, come si può fuggire verso la libertà del pensiero dalle gabbie della convenzione e del costruito? L’escapista sente sulle proprie spalle il peso di strutture che ne minano il naturale corso dei pensieri e dell’immaginazione. Chi segue il sogno non può avere barriere, ma nemmeno chi vuole semplicemente vivere in pace può sopportare continue mediazioni tra sé e l’oggetto del proprio sguardo.
Per strada sono i cartelli pubblicitari che ci ricordano l’attività, il comprare, il dover contribuire. Un bel tram o un semplice autobus portano con sé i messaggi della grande distribuzione e del settore terziario, non si salvano nemmeno le bici in bike sharing, pubblicità anche lì sopra. Su internet – cioè sui social – è lo stesso, ma anche peggio. Non solo le pubblicità spuntano da ogni dove, ma sono i mezzi per fruirle a moltiplicarsi come le teste dell’idra. È ormai periodica la “mobilitazione“ di tanti utenti instagram contro l’ennesimo aggiornamento all’algoritmo che ne organizza i contenuti. ”Non vedo più quello che mi interessa“; ”Non vedo più le foto dei miei amici“ e così via. L’importante è che tu stia sul social e continui a scrollare, godendoti qualche pubblicità tra un reel non richiesto e l’altro.
Ma tra le maglie dell’algoritmo esistono ancora spiragli di libertà. Mentre, ormai quattro anni fa, scivolavo nel pozzo senza fondo dei “content“ sempre più scadenti, infatti, alcune immagini diverse da tutte le altre cominciavano a saltarmi all’occhio. Uffici vuoti con luci al neon accese, piscine al chiuso piene d’acqua e spopolate, corridoi, fast food anni ‘50 abbandonati e così via. Spazi dell’antropocene senza umani all’interno. Luoghi di passaggio, al confine tra mondo reale e surreale, punti dello spazio in equilibrio tra esistente e non esistente. Sono i cosiddetti spazi liminali, che su Twitter ho trovato messi in fila dall’account Liminal Spaces, un bot che pubblicava tutti i giorni immagini da luoghi reali o in computer grafica che trasmettono uno strano senso talvolta di familiarità, talvolta di inquietudine, più spesso entrambe le cose insieme. Da qui, più o meno, ho raggiunto la tana del bianconiglio, per scoprire il misterioso mondo delle backrooms, fenomeno multimediale che, partito da una singola immagine postata su 4chan, ha dato vita a una fertile corrente di creativi come su internet non se ne vedevano da anni.

Cercando di costruire una cronistoria delle backrooms, si deve risalire quindi a un post su 4chan, la foto di un ufficio vuoto, dalla carta da parati giallina, con la didascalia che qui traduco “Se non fai attenzione e scivoli fuori dalla realtà nei posti sbagliati, finirai nelle backrooms – “le stanze sul retro“ – dove non c’è altro che il puzzo di vecchia moquette umida, la follia del giallo monotono, l’infinito rumore di sottofondo delle luci fluorescenti al loro massimo ronzio, e approssimativamente seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate in maniera casuale in cui rimanere intrappolati. Dio ti salvi se senti qualcosa aggirarsi nei dintorni, perché è sicuro come l’inferno che lei ha sentito te…”
Insomma la più classica delle creepypasta, le storie di paura su cui intere comunità di internet costruiscono teorie, narrazioni ulteriori e chissà cos’altro. Senonché di classico c’è poco in tutta questa storia, perché qualcosa delle backrooms suscita sensazioni di già visto, persino di nostalgia, qualcosa di legato all’epoca dell’analogico, agli anni ‘80 e ‘90, al tempo in cui la variabile umana sembrava – e immagino fosse – ancora prominente su quella digitale tecnologica. Ci si può leggere di tutto nelle backrooms, di sicuro il loro tratto più lampante è l’ispirazione che stanno dando a molti. Come se immaginare chilometri e chilometri di stanze finalmente vuote stesse dando spazio alla creatività, all’idea che possano esistere nuove storie all’interno di un medium, quello digitale, ormai saturo all’inverosimile.

Su internet si trovano profili, siti e serie di video interamente dedicate alle backrooms: non posso qui soffermarmi su tutto, ma dai primi tentativi di risposta a quel primo post su 4chan, è nata un’enorme narrazione collettiva ben riassunta dal sito Backrooms-wiki.com, che raccoglie ed espande tutta la lore reperibile in rete, con lore intendendo tutti i trascorsi e le origini di queste strampalate stanze sul retro. Qui si scopre per esempio che esistono centinaia di livelli di queste stanze in cui si finisce in modo apparentemente casuale, letteralmente scivolando tra le maglie della realtà in questo labirintico mondo-altro in cui si aggirano persone disperse ed entità spaventose. Ogni livello delle backrooms ha caratteristiche diverse, alcuni sono completamente vuoti, altri sono infestati da entità, altri ancora forniscono il necessario alla sopravvivenza o sono controllati da gruppi di individui lì giunti per caso. C’è un po’ di tutto, ma è fondamentale notare come i vari media coinvolti nel fenomeno backrooms concorrano ad aumentare la conoscenza di questo mondo che non esiste, una sorta di frontiera inesplorata come il vecchio klondike in cui migliaia di persone si rifugiano in nome di un internet libero. O almeno questo è un modo di vederla.

Un’altra angolazione da cui guardarle, più centrale in questa sede, è quella dell’immagine in movimento, del cinema. Tralasciando infatti i mille particolari che una sana domenica pomeriggio sul divano potrà darvi la possibilità di approfondire, bisogna fare luce su un fenomeno iniziato su YouTube il 7 gennaio 2022 con il video The Backrooms (Found Footage), per me primo approccio alle backrooms nonché vero motivo per cui scrivo questo articolo. Il cortometraggio inizia con la falsa soggettiva di un giovane cameraman che sta riprendendo due attori adolescenti intenti a girare quello che è probabilmente a sua volta un cortometraggio (falsa soggettiva, perché ciò che vediamo è ciò che l’operatore riprende). Il regista chiama lo stop e dà indicazioni al cameraman, che indietreggiando per allargare l’inquadratura cade quasi da fermo e finisce risucchiato dall’asfalto. Atterra, sempre in soggettiva, in una stanza gialla, completamente vuota, illuminata da luci fluorescenti e pervasa dal costante ronzio dell’elettricità. Il video è analogico, la descrizione riporta infatti la data fittizia 23 settembre 1996. C’è già molto della nostalgia degli spazi liminali, l’ispirazione all’analog horror, ma non solo. Il cameraman si alza e riprende tutto quello che vede, iniziando a vagare per queste stanze tutte uguali, prodotte in serie, identiche a quelle comparse su 4chan tre anni prima. Chiama a gran voce, ma nessuno risponde. Trova scritte sui muri, ma non i loro autori. Qualcuno è già stato lì, e forse qualcuno ancora c’è. Se ne accorge presto, perché come Teseo nel Labirinto, il protagonista trova il suo minotauro: un’entità indefinibile, una specie di umanoide filiforme tutto nero, uno scherzo della natura che si accorge di lui e gli corre contro urlando o emettendo suoni angoscianti. Il corto è online, così come il resto della serie, trovate tutto sul canale Kane Pixels, creato da Kane Parsons, il regista all’epoca sedicenne che ha ha dato vita a tutto questo.
A sedici anni difficilmente si riescono ad avere i fondi necessari a creare qualcosa di così grande e ben fatto, persino nella grande America, terra madre del geniale regista adolescente. E infatti c’è il trucco. A parte la breve scenetta introduttiva girata con alcuni amici, Parsons gira il suo film in un luogo che non esiste. Questo e i successivi cortometraggi non sono altro che sopraffine camminate in ambienti creati con Blender e After Effects, il primo un software di modellazione tridimensionale, il secondo un programma che in questo caso concorre a rendere più reale il “girato” che esce da Blender. Non esistono stanze, non esiste nemmeno una videocamera e un cameraman, non ci sono attori fisicamente in azione, se non con la voce. Le inquadrature, i movimenti di macchina e tutto il resto sono, in sostanza, simulazioni, i cui difetti sono ben camuffati dalla patina analogica che giustifica la bassa qualità di alcuni particolari. Un’operazione geniale: sorpassare l’industry, gli studios, i valori produttivi e andare a girare là dove c’è libertà di creare un mondo da zero. Una nuova corsa all’oro che il primo video di Kane Parsons ha innescato e che oggi vede decine di emuli su YouTube e dintorni.
Parsons non è certo il primo a impiegare Blender in questo modo, ma è sicuramente ciò che più si avvicina a un autore, con una visione precisa, delle convinzioni e pure un’etica produttiva. Lo racconta in una lunga intervista rilasciata su YouTube: non gli interessa girare un horror di jumpscare, non vuole snaturare la sua idea di Backrooms per intrattenere a tutti i costi e attirare l’attenzione. L’ora ventenne Kane vuole portare avanti ciò che ha iniziato nei primi mesi di pandemia, quando, chiuso in casa, teneva su uno schermo la didattica a distanza, sull’altro Blender, imparando, facendo tentativi, scrivendo storie. Così è nato il primo video e con la stessa disciplina tutti i successivi. Ogni corto approfondisce la visione di Parsons sulle backrooms, si seguono le missioni di scienziati della misteriosa organizzazione Async, responsabile di aver aperto portali permanenti per entrare e uscire da alcuni livelli delle stanze, si assiste alle esperienze riprese da varie persone intrappolate nel labirinto, si intuisce insomma una trama che affiora attraverso episodi, notiziari su persone scomparse e materiali di orientamento per gli scienziati Async, intenzionati a usare le infinite stanze come magazzini, uffici e abitazioni che risolvano tutti i problemi di sovraffollamento del mondo reale. Insomma, una multinazionale strapotente in cerca di nuovi spazi da sfruttare per aumentare il proprio dominio economico.

Il topos dell’organizzazione che studia e controlla un luogo, talvolta dai tratti sovrannaturali, e sfrutta la scienza per fini economici è forse il tema che meglio collega l’opera di Parsons a serie come Lost, Fringe, Dark, oltre alle ispirazioni dichiarate come Mr. Robot o la più recente Severance. Chi ha visto Us di Jordan Peele avrà poi notato una forte similitudine tra le backrooms e il mondo parallelo del film: sembra che queste stanze, coi loro misteri, affiorino nel subconscio collettivo soprattutto statunitense, condensando tutti gli aspetti della società legati ad alienazione e spersonalizzazione. Una burocrazia fortissima, la serializzazione degli spazi lavorativi e abitativi, il conformismo degli arredamenti, dell’intrattenimento inteso come esperienza collettiva ottriata.
Parsons in sostanza esorcizza un sistema economico e sociale il cui campione mostruoso è il freddo algoritmo che tutto decide. Se i social network sono ormai saturi di spazzatura, nelle backrooms c’è però ancora spazio per la ricerca di senso, persino per un’esperienza artistica dallo sfondo politico. Una metafora, insomma, dell’ambiente digitale, in cui si vaga, intrappolati in qualcosa di vuoto e ripetitivo. Le backrooms, da cui con un po’ di fortuna si può uscire, sembrano suggerirci di incenerire questa spazzatura social, di non accettare il sistema. Paradossalmente, di uscire all’aria aperta e vivere questo nuovo escapismo, lontano dai social, con la mente libera dai rifiuti. Ma le backrooms evidenziano anche la possibilità per le comunità virtuali di generare correnti, anche artistiche, a cui si può contribuire dalla Corea del Sud o dall’Italia, con più o meno fondi, su YouTube o su TikTok.
Molti escapisti, vagando per le backrooms, hanno insomma trovato la loro Parigi: per i cinefili d’avanguardia la speranza è una sola, che a Kane Parsons riesca il salto di specie, dal video YouTube al film da sala cinematografica, con una mano da A24, Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor.
Qui la nostra recensione di Backrooms, il film

Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
Mi potete mandare un peluche si foxy fnaf
[…] curiosità che giorno dopo giorno nelle mani di un artista può generare un intero universo. Come scrivevo in questo approfondimento, Kane Parsons fu in grado di partire da un’immagine e di costruirci attorno un apparato […]