Da 5 Bloods – Il jazz di Spike Lee

Reduce dalla cura Blumhouse in ambito mainstream con il successo di pubblico di BlacKkKlansman e dalla vittoria del primo Premio Oscar nella sua carriera (quello alla Miglior Sceneggiatura non originale), con Da 5 Bloods, Spike Lee ha dato vita ad una ricchissima tessitura mediale in grado di aggredire visivamente lo spettatore e di metterlo più volte con le spalle al muro.

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Prima di addentrarci nella costruzione di un discorso su questo suo ultimo film, da poco disponibile su Netflix, urge sottolineare quanto Da 5 Bloods compia il percorso inverso rispetto a BlacKkKlansman. Questo titolo – prodotto da Jason Blum e da Jordan Peele, alfiere del new black cinema – prendeva in considerazione il tentativo di un uomo di colore di camuffarsi e di negare sé stesso per inserirsi nel sistema e combatterlo dall’interno; al contrario, i protagonisti di Da 5 Bloods partono dalla metropoli, ritornano al cuore di tenebra della giungla vietnamita con la speranza che questo viaggio nel passato possa illuminare il (loro) presente e futuro. Impossibile, a tal proposito, non pensare al binomio circolare edificato da Scappa – Get Out e da Noi. Nel primo, l’aspirazione dei bianchi era quella di rifugiarsi in un cabin in the woods per possedere il corpo nero e dare vita ad un nuovo incubo neocolonialista; in Noi, tale aspirazione sarebbe stata capovolta a partire dalla prima emblematica scena che vede la giovane protagonista indossare una t-shirt raffigurante Michael Jackson e con i black people intenti in una lotta con l’obiettivo di trasformarsi in bianchi e capovolgere l’intero sistema sociale. Allo stesso modo, le due recenti incursioni di Spike Lee nel cinema in live-action vivono percorsi speculari, costruedno un simile itinerario.

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Il racconto alla base di Da 5 Bloods segue una rigida costruzione di genere. Quattro vecchi amici afroamericani, infatti, decidono di tornare in Vietnam per recuperare un tesoro perduto e per riportare in patria le spoglie di Norman, il più saggio tra i commilitoni. A guidare il gruppo è Paul, personaggio complesso ed emblematico. Dilaniato dai sensi di colpa e segnato dall’odio nei confronti di qualsiasi nazionalità, Paul ha votato per Donald Trump a causa della sua rabbia, ha un difficoltoso rapporto con suo figlio e ritiene – insieme ai suoi amici – che quella del Vietnam sia stata una guerra in cui il popolo afroamericano ha lottato ma non per i suoi diritti.

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Oltre a rispettare le dinamiche di genere caratterizzanti una narrazione come quella di Da 5 Bloodsin grado di spaziare dalla commedia al war-movie, dal noir fino al pamphlet politico –, come già detto, Spike Lee mira allo stomaco (e alla mente) dello spettatore attraverso la fruizione di differenti formati mediali. La tessitura creata, in tal modo, arricchisce l’ordito del film e restituisce un efficace contenitore eidetico. Da 5 Bloods si apre con Muhammad Alì che parla del Vietnam e del suo rifiuto della guerra e si chiude con le immagini di Martin Luther King, ucciso un anno dopo quel suo discorso pubblico incentrato sulle catene che ancora attanaglia(va)no le esistenze dei discendenti degli schiavi. Tra questi due estremi, Lee costruisce un immaginario lontano dal suo ambiente metropolitano e ricco di clichè e di didascalismi. Nonostante ciò, l’adesione al modello del genere riesce ad ancorare ad un rigido meccanismo narrativo tutta la vitalità e l’energia istintiva che pervade il progetto. Spike Lee costruisce un viaggio emozionale nel passato degli Stati Uniti con l’obiettivo di riflettere sul suo presente. Inevitabile, quindi, che la tessitura mediale ricca di spiegazioni declamate e di link a immagini e digressioni si accompagni ad una struttura narrativa classica, dando vita ad un insieme in grado di accontentare il poliglotta e cosmopolita pubblico di Netflix.

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Il cerchio aperto da BlacKkKlansman è stato chiuso e alla fuga dalla metropoli, adesso, corrisponde un ritorno alla giungla, cuore di tenebra in cui riscoprire e ridefinire l’identità di un gruppo che ha perso il proprio passato ma che crede che il futuro, probabilmente, sia ancora migliorabile. Tra sfondi ambientali in cui la macchina da presa indugia come a volerne catturare i fantasmi nascosti e lunghi e ingarbugliati dialoghi che omaggiano il cinema e riflettono sui traumi passati, Spike Lee restituisce la liberissima storia di un gruppo di eroi sconosciuti, che si ribellano e si sporcano le mani per raccontare (al proprio Paese e agli spettatori) la propria narrazione. In casi del genere – un cinema libero quanto una partitura jazz –, ogni debolezza è perdonata in nome di una vitalità, di un’energia e di una libertà interpretativa degne di dare vita ad innumerevoli percorsi di lettura.

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