Intervista a Filippo Tuena – Piccolo Schermo Gigantesco

Illustrazione di Valentina Marcuzzo

«piccolo schermo gigantesco» (Ottieri) è una rassegna di interviste, pubblicata su «Birdmen Magazine»,  a scrittori italiani contemporanei, a proposito della “mescolanza” di media, dell’influenza delle arti cinematografiche sulla narrativa, sulla poesia e sull’immaginario, della corrispondenza biunivoca dei mezzi. L’obiettivo è critico. Perciò, a ciclo concluso, verrà elaborato uno scritto saggistico.


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Filippo Tuena nasce a Roma nel 1953. Laureato in Storia dell’Arte alla Sapienza, ha condotto l’attività antiquaria di famiglia. Ora vive a Milano. Ha pubblicato quasi venti libri. Con Ultimo parallelo ha vinto il Premio Viareggio nel 2007. Ha pubblicato recentemente Le galanti con Il Saggiatore. Nei suoi lavori, Tuena alterna a-sistematicamente testi (prosa, poesia) e immagini, affinché ne riesca un dialogo. Nell’ultimo anno ha firmato la prefazione a Il fantasma della memoria. Conversazioni con W.G. Sebald e uno scritto nel volume Sul cinema di Federico Fellini, a cura di Giovanni Grazzini (leggi i nostri approfondimenti su Federico Fellini). Dirige la collana Centotrentacinque per Mattioli 1885, pubblicando libri di genere ibrido, dalla conferenza al manuale di navigazione, dal dialogo filosofico al racconto storico.

Gentile Filippo, la ringrazio per aver concesso a «Birdmen Magazine» questa intervista, con la quale diamo inizio a “Piccolo Schermo Gigantesco”, l’inchiesta sul rapporto tra Cinema, Serie e Letteratura.

Ci occupiamo di Cinema, Serie e Teatro. Quali sono i suoi rapporti con queste tre arti? Quali delle tre “frequenta” maggiormente? In che device guarda il cinema e le serie? Va a Teatro e al Cinema? È interessato alla realtà testuale delle tre arti?

È un piacere per me. Col cinema – nel ruolo di spettatore – ho avuto un rapporto molto attivo in gioventù. Vivevo a Roma e a fine anni ’60 primi anni ‘70 ho partecipato al fiorire dei cineclub. Era un’abitudine quasi quotidiana quella di andare la sera ai ‘cinemini’ dove, per pochi spiccioli potevi vedere film del passato che venivano proiettati sia in rassegne monografiche che, diciamo, random. Alcuni cinema di Roma – il Cineclub Tevere, il Nuovo Olimpia, il Farnese, l’Augustus, L’Occhio l’Orecchio e la Bocca, perfino alcune sale parrocchiali come il Panfilo, – hanno svolto in quegli anni una funzione importantissima per le persone della mia generazione. Sono stati quello che le grandi collane economiche – Bur, Oscar Mondadori – sono state per la letteratura. Con una cifra irrisoria ti costruivi un archivio di memorie cinematografiche di prima scelta e della produzione cinematografica dei classici del passato. Occorre tener presente che non esistevano sistemi di riproduzione come i VHS o CD. La visione avveniva o al cinema o in tv, ma non c’era possibilità di replicarla a piacere. Approfittavi delle occasioni che si presentavano. In più c’era questo senso dell’uscire di casa, di partecipare alla vita della città, d’incontrare altre persone coi tuoi stessi gusti e che più o meno appartenevano alla tua stessa generazione.

Anche col teatro ho avuto in gioventù un rapporto di forte partecipazione, dovuto anche al fatto che facevo parte di compagnie alternative o d’avanguardia o che producevano spettacoli per bambini. Ultimamente l’ho un po’ trascurato, nonostante a Milano, dove adesso vivo, vi sia una programmazione di prima qualità. Tornando agli anni ’70, ci fu una grande vitalità con attori e registi di rottura – penso a Carmelo Bene, al primo Ronconi. Le riprese televisive di quegli spettacoli non rendono il ritmo e il senso di novità che si percepiva a teatro. Il Riccardo III di Gassman, Ronconi e Ceroli che ricordo d’aver visto a quindici anni, o lo Strinberg di Strehler, o i primi spettacoli di Bob Wilson, o Memé Perlini rappresentarono qualcosa di notevole. Anche la Compagnia dei giovani – De Lullo, Valli, Falk, – pur col suo teatro tradizionale metteva in scena produzioni di primo livello – Pinter, Pirandello, Moliére. Non dico che adesso non ci siano spettacoli e compagnie all’altezza, dico che adesso frequento poco i teatri, dunque semplicemente ignoro quel che accade salvo quei due o tre spettacoli di cui sono spettatore.

Le serie non mi interessano molto. Il mio disinteresse è cominciato abbastanza presto, provando scarso entusiasmo per Lost o The Walking Dead. Quel poco che ho visto mi porta a paragonarle al feuilletton ottocentesco, ovvero schemi piuttosto ripetitivi dove gli eventi possono accadere in maniera compulsiva o con una lentezza esasperante. Ho apprezzato la versione italiana di In treatment anche perché ho grande stima di Saverio Costanzo ma credo fosse qualcosa di completamente diverso dal ‘genere’. Ne ho seguiti altri tre o quattro, sempre poco tradizionali: The Night Manager di Suzanne Bier (ma sembrava più la riduzione di un romanzo in sei puntate che una serie); la prima e la seconda serie di Revenants (la prima ottima, la seconda parecchio mediocre); Chernobyl. Altre le ho viste piuttosto annoiato, abbandonandole dopo una o due puntate.

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Un frame da Chernobyl (2019), creata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck.

In particolare, questa serie di interviste si occupa di cinema e di serialità. In che modo la sua scrittura si relaziona con i film e con le serie? Visto che ci ha ampiamente parlato delle serie che ha visto, le chiediamo: i suoi gusti in ambito cinematografico?

La mia passione per il cinema mi ha portato a considerare quel mezzo come il più coerente con la narrazione del XX secolo. Autori come John Ford o Alfred Hitchcock hanno insegnato a raccontare a un’infinità di scrittori. I miei primi libri erano abbastanza debitori della narrazione cinematografica; col tempo mi sono emancipato da quel modello ma ne riconosco la validità che, nello scrivere si riduce essenzialmente a una regola: mantenere sempre alta l’attenzione del lettore, che non vuol dire ‘fare accadere cose’, ma ‘tenere alta la tensione della scrittura’. Se trovo un difetto nella serialità filmica è proprio questa ricerca spasmodica del ‘fare accadere cose.’ Difetto che si ritrova anche in serie cinematografiche di eccellenza, penso a Guerre stellari o a Indiana Jones. Il modello di questa cinematografia, l’agente 007 mi sembra invece che con Craig abbia invertito la tendenza anche se è il più muscoloso degli interpreti di James Bond.

Se il Novecento, e in particolare – con intensità maggiore – il Secondonovecento, è stato il secolo del dialogo tra il cinema e la letteratura (all’insegna, per esempio, di un’opera d’arte che riuscisse a coniugare più forme e più generi), crede che la serialità possa imporsi progressivamente (o si sia imposta) con ruolo simile nel contesto culturale recente? Crede sia il nuovo “romanzo d’appendice”? Potrebbe nuocere al romanzo o giovare?

Come dicevo ho una scarsa frequentazione della produzione seriale. Certamente prende esempio dal romanzo d’appendice, e in questo senso potrebbe persino avere padri importanti come Dostoevskji per non parlare di Dumas, di cui so è stata recentemente trasmessa una nuova versione de I Miserabili. Però, ecco, vorrei dire che nel momento in cui le serie si libereranno della schiavitù del ‘che cosa succederà nella prossima puntata’ o ‘ma chi sarà il protagonista della prossima puntata’, ci sarà un sostanziale salto in avanti della qualità del prodotto. Paradossalmente la ricerca dell’inaspettato a tutti i costi può produrre disinteresse.

Una domanda sulla scrittura che ritrae le immagini. Si è parlato di ipotiposi (Barthes), di ekphrasis (Eco), anche solo di descrizione (Genette): è possibile, secondo lei, un approccio descrittivo in senso “creativo” (tradizionale) all’immagine in movimento (cinema, serie, tv), come accade con oggetto l’arte figurativa, scultorea, eccetera? Se sì, ha esempi?

Mi viene in mente un recente libro di Jeff Dyer pubblicato dal Saggiatore, Zona che descrive fotogramma dopo fotogramma il film di Andreji Tarkovskji, Stalker, a sua volta tratto da un romanzo di due fratelli scrittori polacchi Arkadij e Boris Strugackij, Pic nic sul ciglio della strada, (Marcos y Marcos). Esperimento analogo ma opposto lo fece anni fa Gus Van Sant quando replicò fotogramma dopo fotogramma Psyco. Racconto un aneddoto di una trentina di anni fa. Ero amico del proprietario della Titanus Goffredo Lombardo. Una volta andai nel suo studio e mi mostrò una serie di progetti di sceneggiati tv (allora si chiamavano così) che aveva in mente di produrre. Per favorirmi mi disse: “Senti, ma perché non scrivi un romanzo da una di queste serie? Quando esce lo sceneggiato, il libro va in libreria e vendi un sacco di copie.” Risposi: “Beh è una buona idea. Qual è il prossimo della lista?” – “Michele Strogoff!” – “Ma Goffredo, Michele Strogoff lo ha già scritto Jules Verne!!!” – “E non importa: tu lo riscrivi!”. Voleva dirmi: tu descrivi con le tue parole lo sceneggiato, mica rifai il libro. In effetti, aveva ragione.


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