Intervista a Filippo Ticozzi – Piccolo schermo gigantesco

Illustrazione di Valentina Marcuzzo

«piccolo schermo gigantesco» (Ottieri) è una rassegna di interviste, pubblicata su «Birdmen Magazine»,  a scrittori italiani contemporanei, a proposito della “mescolanza” di media, dell’influenza delle arti cinematografiche sulla narrativa, sulla poesia e sull’immaginario, della corrispondenza biunivoca dei mezzi. L’obiettivo è critico. Perciò, a ciclo concluso, verrà elaborato uno scritto saggistico.


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Filippo Ticozzi è autore e regista. Il suo cinema si pone a metà strada tra il documentario e la fiction, concentrandosi sul rapporto tra il reale e il linguaggio cinematografico. Lavora spesso solo o con troupe ridottissime. Le sue opere  hanno partecipato a molti festival (tra gli altri Visions du Réel, Torino Film Festival, Mostra del Cinema di Venezia, Full Frame Documentary Film Festival, Filmmaker Festival, Laceno d’Oro, Festival Internacional de Cine de Monterrey, ecc.) e hanno vinto diversi premi (Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival, Best Documentary a Cinéma Verité Iran, Special Jury Prize al Festival de Vendôme, Miglior Film Italiano al FCAAAL, ecc.). La maggior parte dei suoi film è stata prodotta da Effendemfilm ed è distribuita sulle piattaforme kinoscope.org e guidedoc.tv.  Insegna Regia Cinematografica l’Università di Pavia. Per alcuni anni ha scritto di letteratura su Pulp Libri.

Buonasera Filippo, ti ringrazio per aver accettato l’intervista. Sei un filmmaker e regista, perciò le domande che ti farò avranno prospettiva ribaltata: non più (o non solo) l’influenza del cinema e delle serie sulla letteratura, ma l’influenza della letteratura sul cinema e sulle serie. In generale credo di poter individuare due proporzioni, con grandissima approssimazione, che possono introdurci al tema: cortometraggio : cinema = poesia : prosa. O ancora: cinema “connotativo” o d’autore: cinema narrativo = poesia : narrativa.

Il cinema e la poesia hanno molte analogie a mio giudizio. Il giochino di confrontare le arti e trarne similitudini e differenze è sciocchino, ma non così inutile e sorpassato come sembra. C’è un infinito scambio, a volte evidente a volte impercettibile, come c’è perenne scambio di microbi tra essere viventi-tanto per stare su un tema molto in voga.

Devo premettere che io mi occupo di cinema perché in quel medium ho trovato il linguaggio, una forma di ricerca diciamo pure, attraverso il quale stare al mondo. E dall’utilizzo di questo linguaggio l’interesse per lo studio della materia (per me lo studio è parte integrante della realizzazione. Non sopporto l’artista naïf). Ma il mio primo amore mai dimenticato, la passione travolgente, è la letteratura. Purtroppo non mi ha mai abitato, non mi ha mai posseduto. La amo molto, amo il ritmo e le figure della parola come una donna angelicata ahimè irraggiungibile. Non volevo approcciarmi da studioso, né da critico. Volevo essere la scrittura, ma mai sono riuscito. Tutti quei libri che mi hanno accompagnato, “come se” fossero miei… ricordo ancora le scoperte in tempi universitari: Sereni, Toma, Bonnefoy, Strand, Berryman, Lowell e tanti altri. Poeti, più difficili della narrativa, del teatro – che ho anche frequentato parecchio – sempre irriducibili, in quel rapporto che hanno con la spazio bianco e con il cervello impreparato al ritmo. Ma niente, mai ci sono riuscito, a scrivere. Comunque il cinema non è stato la donna schermo, per rimaner in metafora, ma una cosa del tutto sconosciuta che mi è piombata addosso di colpo attraverso i miei primi film visti con occhio attento: Tarkovskij, Bergman, Lynch, Fellini. Mi sembrava però impossibile poter usare quel mezzo ingombrante, con tutta quella tecnologia e tutte quelle persone da gestire. E tutti quei soldi. Poi all’università scopro i documentari e il cinema sperimentale. Scopro che si possono fare immagini inedite e belle anche da soli, o quasi. Rimangono i grandi film di Ford e di Bresson e di tanti altri, ma li vedo come si vede la letteratura classica: capisaldi antichi ai quali sempre inginocchiarsi. Brakhage che fa film cosmici filmando la moglie che partorisce o il cane che si decompone, Marker che riesce a far dialogare immagini amatoriali e parole magnifiche, Herzog che va su un’isola che sta per esplodere con una camera e un microfono e fa un film sui titani. Insomma, fare cose belle in una certa solitudine è possibile, e io ho deciso di buttarmici, con tutte le difficoltà del caso, ad esempio l’invisibilità, oggi, di quel tipo di cinema. Ma questo è un altro discorso.

L’affinità tra cinema e poesia parte proprio da qui, per me. Non tanto dalla lunghezza del film o dal tema trattato, ma dalla situazione, diciamo così, produttiva. Un certo tipo di cinema che non dà retta a nessun tipo di mercato, fatto per l’esigenza tutta personale di fare, libero da qualunque premessa produttiva, un cinema autonomo, come lo chiama il mio amico Carlo Michele Schirinzi, e perciò un cinema fallimentare, che non dà pane ma solo pene, che diventa una intima ossessione costante al di là di ogni bisogno comunicativo. Un cinema che non sa rispondere alla domanda che ogni essere umano dotato di senno ti potrebbe fare: “Perché lo fai?” Questo cinema è molto simile alla poesia, e credo che tu, giovane poeta, possa capire cosa intendo. Indubbiamente c’è anche una questione più profonda e legata a bisogni spirituali che accomuna sperimentazione verbale e filmica: il cercare una via non comune per incontrare il mondo, la costante attenzione al linguaggio, alla sua specificità, il trovare un respiro, un ritmo, sono affinità, come molte altre. Ma su questioni “espressive” potremmo scrivere qualunque cosa, scadendo anche nella melassa più stomachevole. E poi a ciascuno la sua poesia e il suo cinema.

Invece su questioni che riguardano il viver quotidiano possiamo trovare parentele enormi. Molto semplicemente non c’è poeta, né filmmaker, che si mantenga con la poesia o i film; non c’è filmmaker, né poeta, che non fatichi come un minatore cercando la “cosa” giusta da inchiodare sulla pagina o sulla pellicola; nessuno dei due sa rispondere in modo chiaro alla domanda “che senso ha?” (una variante di quella di prima…).

Parlando di minatori mi fai venire in mente Luciano Bianciardi. Che cerca sempre un corrispettivo per la traduzione nel lavoro fisico: «I “movimenti di terra” il traduttore li fa con la vanga e la barella». Penso a questo perché una delle domande che mi sono posto, una domanda un po’, anche questa, sciocca ma anche difficilissima, è: è possibile “tradurre” un testo poetico in linguaggio cinematografico? Se sì, come?

Non è una domanda sciocca, ma come spesso accade con  le domande enormi è semplice e diretta, ma di difficilissima risposta. Non posso che rispondere personalmente. Io rifuggo ogni film che prova a parlare di poesia. Immagine e verso sono linguaggi ingombranti, enormi, che in un niente possono divenire kitsch. Difficilmente comunicano. Ricordo un film sulla Pozzi di Marina Spada, un sincero tentativo di non fare il classico documentario televisivo didattico (che nel caso della letteratura ha una sua dignità divulgativa, penso al film di Soldini in absentia su Baldini o ai ritratti della Rai), ma di tentare di dare immagini alla poesia: un pasticcio insopportabile. Forse gli unici che ci sono riusciti sono stati Straub-Huillet con Hölderlin e con tanti altri testi, Fortini, Pavese, Corneille e molti altri (anche se non erano poesia “pura”, ma drammi in versi o narrativa poetica, come i Dialoghi con Leucò). Ma lì c’è una poetica cinematografica a priori che felicemente incontra i testi. Ma sto ancora parlando di portare la poesia al cinema e non di “tradurre”, che è un passo ulteriore. Credo che la traduzione sia impossibile. Non riesco a immaginarla proprio. Possono esserci momenti del tutto soggettivi, che evocano magari un verso- legati principalmente all’esperienza di ognuno- ma no, non riesco a pensare una traduzione.

In “Piccolo Schermo Gigantesco” ho cercato soprattutto un’influenza del cinema e delle arti cinematografiche sulla scrittura letteraria. Per te mi sembra valido il contrario.

In effetti un po’ sì. Ci sono affinità ovunque come ho detto, ma la cosa che rende un’arte unica è sicuramente il suo specifico. Il cinema nella sua ignoranza, nel suo essere agnostico mezzo meccanico, può svelare l’arcano. Un po’ come Giuseppe da Copertino, l’illetterato frate che volava e faceva miracoli attraverso la sua ignoranza, a bocca aperta (Carmelo Bene). Il cinema, o meglio certo cinema, può mostrarci il reale nella sua polisemia, farlo risuonare dei profondi e nascosti barbagli che lambiscono la vita , può far venire a galla oscuri presagi che abbiamo dimenticato. Ci mostra il fallimento nostro in campo e suggerisce la nostra gloriosa parte mancante nel fuori campo. Quel fuori campo dove i demoni ballano, a nostra insaputa.

In generale, credi che per molti filmakers la letteratura è ancora un punto di riferimento? Esistono modelli letterari “comuni”?

Non so dare un’idea dell’oggi. Agisco molto in solitudine. Ma non è una tendenza così peregrina, la solitudine. Ad esempio io sto alla periferia di Pavia, Caccia in provincia di Novara, Ferri in provincia di Bergamo, Schirinzi in provincia di Lecce, per fare alcuni nomi: tutti provinciali! Lontani da dove si fa l’industria. Si cerca, ancora nel modo simile ai poeti, in solitudine e con i propri tempi, senza pressioni (e senza soldi). Questo sottobosco filmico è vario e interessante e soprattutto popolatissimo. Qualcuno riesce a essere un poco più in vista, ma tendenzialmente si vive nascosti nell’ombra. Al pubblico non interessa per nulla, in questo momento, la sperimentazione. Quindi l’invisibilità è una costante.

Le ispirazioni sono le più varie, ma difficilmente c’è un diretto contatto con la letteratura o con altre arti. C’è un’idea che viene per forza da lì, una formazione perpetua, un nutrimento, che però va a rinvigorire una tendenza personale, di volta in volta diversa e perciò quasi mai comune. Il mondo è una fucina di geroglifici da svelare e il frugare tra le arti tutte è sicuramente d’aiuto. Poi c’è la filosofia, con la quale il cinema ha un dialogo molto intenso. Nel sottobosco siamo tutti deleuziani!


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