Intervista a Valerio Magrelli – Piccolo Schermo Gigantesco

Illustrazione di Valentina Marcuzzo

«piccolo schermo gigantesco» (Ottieri) è una rassegna di interviste, pubblicata su «Birdmen Magazine»,  a scrittori italiani contemporanei, a proposito della “mescolanza” di media, dell’influenza delle arti cinematografiche sulla narrativa, sulla poesia e sull’immaginario, della corrispondenza biunivoca dei mezzi. L’obiettivo è critico. Perciò, a ciclo concluso, verrà elaborato uno scritto saggistico. In coda all’articolo, l’elenco aggiornato degli intervistati.


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Valerio Magrelli nasce a Roma nel 1957. Si è laureato in filosofia all’Università di Roma. Ha insegnato Lingua e Letteratura francese a Pisa e Cassino. Dal francese ha tradotto Barthes, Mallarmé, Valery, Verlaine e tanti altri. Ha esordito nel 1980 con la raccolta di poesie Ora serrata retinae, per Feltrinelli, con prefazione di Enzo Siciliano. L’Einaudi ha pubblicato recentemente Cavie, volume delle poesie pubblicate tra il 1980 e il 2018. Sempre del 2018 è Il commissario Magrelli. Nel 2015 ha pubblicato Millennium poetry: viaggio sentimentale nella poesia italiana, (Il mulino, 2015). Ha scritto diversi libri in prosa  (l’ultimo è Geologia di un padre, Einaudi, 2013) e saggi. Collabora attualmente con diversi quotidiani.

Buonasera, la ringrazio per aver accettato l’intervista. Birdmen si occupa di cinema, serie e teatro, quindi le vorrei chiedere: quale di queste “arti” frequenta di più, attualmente? Quali ha frequentato e se le guarda, per esempio, direttamente al cinema, al teatro; su quale device preferisce guardare il cinema e le serie. Insomma, mi interesserebbe il suo modo di fruire il cinema, le serie, il teatro.

Buonasera, e grazie a lei. Guardi: il teatro, paradossalmente, è l’unica area per la quale ho scritto. Ho scritto testi teatrali e ho iniziato anche molto presto. Dico paradossalmente perché forse è quello che alla fine mi interessa meno. Per quanto riguarda, se non altro, la mia posizione di fruitore. Vado a teatro ma non molto, anche se ci sono andato l’altro ieri e ho visto uno spettacolo che non mi è affatto piaciuto, di questa giovane drammaturga inglese, Kate Tempest.

Perché non le è piaciuto?

A me non è piaciuto affatto. Mi sono piaciuti molto gli attori. Mentre lo spettacolo è stato veramente imbarazzante, soprattutto il finale, e addirittura imbarazzante lo pseudonimo, se sei una “tempesta” fallo dire agli altri.

Certo.

Ecco, chiusa parentesi. Però ho scritto per il teatro. Il mio primissimo testo aveva la regia di Giorgio Barberio Corsetti, poi ne hanno tratto addirittura un’opera musicale, insomma, una storia divertente. Però è quello che mi interessa meno. Sono da sempre un maniaco delle serie televisive, che vedo sempre registrate, quasi mai in “diretta”. Le vedo comunque in maniera parca. Mi scoraggiano quelle troppo lunghe, non ho mai visto, per dire, le grandi serie come Homeland o House of Cards.

Breaking Bad l’ha visto?

Si, non tutto. Io ho trovato supremo, ovviamente, il primo True Detective, ma mi divertono anche delle “seriacce”, per così dire, tipo Taboo, sono tra i pochi che l’ha vista. Poi ovviamente Black Mirror, non completamente. Diciamo che dedico poco tempo alle serie, faccio lunghissime ricerche prima di vederle, perché voglio vedere le più belle. Ecco, vengo da uno spettacolo sublime che è stato per me Chernobyl. L’ho vista addirittura due volte.

Chernobyl ha rivoluzionato, praticamente, in brevissimo, il panorama seriale. Rappresenta sia uno dei segnali di ritorno alla “miniserie”, sia un rilancio.

Mi è piaciuto molto Little Big Lies… ecco, spazio abbastanza, però in maniera tutto sommato, ripeto, parca.

Dove invece dilago letteralmente è il cinema. Anche perché ho passato il mio primo anno universitario a Parigi, alla Sorbona, per studiare un anno di cinema, avevo tutti i professori dei «Cahiers du Cinéma». Il mio amico e roommate (e parlo del ’76) è ora il critico cinematografico de «L’Espresso», Fabio Ferzetti, con cui mi sento praticamente un giorno sì e un giorno no, discutendo di cinema.

Ho girato qualche film, e anche lì, sono molto fiero di averne rifiutati tanti. Ho fatto per esempio Caro diario [Nanni Moretti, 1993]. Ho sempre ruotato attorno al cinema e ho scritto addirittura un libro su Fellini. Lo dico perché credo di aver venduto quattro copie: io, i miei due figli e mia moglie. Però l’hanno tradotto in greco! E ha un titolo di cui vado molto fiero, Lo sciamano di famiglia. E il motivo è presto detto: dopo l’anno a Parigi sono tornato a Roma convinto che faranno a gara per accaparrarmisi, mando i miei curriculum in giro e nessuno mi risponde. Mi presento al Centro Sperimentale, tengo sempre a sottolinearlo, dopo un anno di Sorbona, in cui ho studiato cinema, ho fatto nove esami… e arrivo ultimo su 1600. Questo l’ho sempre molto apprezzato.

(Ride)

A quel punto, come dico nel libro, mi rendo conto che devo imparare a parlare la “lingua degli indigeni”, ossia raccomandazioni, e mi viene in mente che mia madre era pediatra omeopata, assistente del Presidente dell’Omeopatia Italiana, Antonio Negro, che aveva come paziente Fellini.
Dico questa cosa a mia madre alle ore 20.15, alle 20.17 telefono a Negro, ad Antonio Negro, che richiama alle 20.20 per dire che Fellini mi aspettava il giorno dopo sul set di Casanova. Questa è l’Italia: un anno di Sorbona non serve a niente.

Sono stato due mesi sul set di Casanova e tutto il mio libro lo racconta. In due mesi dissi una battuta, Fellini neanche si girò, capii che il cinema era agli antipodi delle mie facoltà, perché essere regista vuol dire essere condottiero di ventura con 400 persone al tuo seguito, e quindi ho ridotto il mio mondo a una penna e a un foglio di carta.

Certo. Fine dell’avventura?

Fine della mia avventura cinematografica. Anni dopo, nel 1980, esce il mio primo libro di poesia [Ora serrata retinae, Feltrinelli] e mi telefona Fellini, per dirmi se volevo andarlo a trovare sul set di Ginger e Fred. Ho scoperto dopo che si teneva in contatto con tantissimi scrittori, era un grande lettore. Non gli dissi mai di essere stato per due mesi sul set di Casanova. Fui proprio il brutto anatroccolo, insomma. Il set è fatto da cerchi concentrici, come la rosa mistica del Paradiso. Io ero il porta-caffè dei porta-caffè degli aiuto-elettricisti degli aiuto-elettricisti. Ero sulla circonferenza dell’ultimo e in mezzo vedevo brillare, proprio al centro della rosa mistica, Fellini – e il suo ospite, seduto accanto a lui. Ecco, dopo quattro o cinque anni diventai io suo ospite, ma non gli dissi mai il retroscena.

Cosa ha visto di recente al cinema?

Ieri ho visto Ritratto della giovane in fiamme, l’altro ieri ho visto La ragazza d’autunno, di… Non mi viene mai, è l’allievo di Sokurov.

Bagalov!

Balagov, il suo film è un vero piccolo capolavoro. Ho visto anche 1917, così, discreto, niente di che. Così, per il gusto della polemica devo dire che il più brutto film dal dopoguerra a oggi per me è The Irishman. Sono rimasto veramente… un’offesa personale. Non apprezzo molto il secondo Scorsese – adorando il primo, va da sé – ma ho trovato Irishman un film di rarissima bruttezza, lo voglio sottolineare perché credo di essere l’unico, probabilmente.

Ha confuso molti, in realtà.

Io l’ho trovato ributtante, ecco. Pessimi i risultati del software che ringiovanisce i volti. Al Pacino che ormai è diventato la caricatura di Gassman. Però c’è qualcosa di molto idiosincratico che un giorno il mio analista mi spiegherà.

Scrive ancora di cinema?

Sì, ho una rubrica per «Il reportage», che peraltro secondo me è la più bella rivista cartacea di fotografia. La rubrica si intitola Didascalie. Ogni tanto scrivo di cinema.

Quello che mi chiedo è, fondamentalmente, se il cinema e le serie influenzano la scrittura letteraria, e come. Sono profondamente convinto che la serie abbia già influenzato la narrazione scritta e che sarà destinata a influenzare la scrittura in generale. E, vista la diversità del cinema di adesso rispetto a quello del secondo Novecento, che il cinema cambierà la scrittura e l’immaginario in modi nuovi.

Non ho mai riflettuto troppo su questo. Posso dirti cosa significhino per me cinema e serie. Io ho scritto delle prose sul cinema, ho dedicato delle poesie a film: è uno scambio ininterrotto. Vedere film e serie per me è proprio una linfa. Ecco, ho visto Westworld, che mi ha colpito molto, su Sky.

Westworld eccezionale, soprattutto la prima stagione.

Sì, bellissima. All’inizio sono partito con la televisione, poi con Netflix. Volendo ritornare alla tua domanda. Non ho mai riflettuto troppo su questo. Ho scritto anche prose, quattro libri in prosa che non chiamo romanzi (oppure sì? Ce li chiamo). Nel mio primo libro in prosa, ora che ci penso, nella prima pagina, dico: la mia non sarà una narrazione ma sarà un susseguirsi di fotogrammi. Mi viene in mente ora! Più che narrativa faccio una specie di “auto-narrativa” e così via, una specie di “autofiction” diciamo, alla francese. Non so in che modo il cinema o le serie abbiano influito, e se l’abbiano fatto, ho da sempre una scrittura in prosa talmente frammentata.

Lei quindi guarda le serie soprattutto in streaming?

È curioso, ho appena compiuto 63 anni. La mia generazione, ovviamente, per tanti versi è tagliata fuori. Io non mi sono mai posto il problema dei social, per dire quanto di certa tecnologia mi sia lontano. Non sono su Facebook, neanche su Instagram o Twitter, nulla, però la fruizione delle serie è stata per me istantanea, immediata. Ho scritto la tesi di laurea sulla macchina da scrivere e il dottorato sul PC, anzi, sul Mac. Ho avuto il telefono con la rotella! E ho assistito alla nascita del fax. Ora lavoro sulle mail. La mia generazione ha partecipato a un salto tecnologico molto particolare. Potresti controbattere che ormai ogni generazione può dire più o meno la stessa cosa, però diciamo, il salto che abbiamo fatto noi è stato molto particolare, tant’è vero che, parentesi, ho dedicato la mia unica sestina a un’invettiva contro i tecnici dei computer. Io più vado avanti più divento idiosincratico, ho sempre odiato la sestina. Ero indeciso se entrare col lanciafiamme nel laboratorio dei computer. Ho preferito scrivere un testo contro i tecnici dei computer usando però la forma da me più detestata, questa sestina, di cui sono molto fiero.

Anch’io detesto la sestina.

Lo vede? Bravo! Esattamente! È disumana!

Comunque, mi interessa molto il fatto che lei sia un fruitore di serie, perché molti degli intervistati mi hanno detto che la serialità televisiva è molto lontana dalla loro sensibilità.

Non so. Io ne ho viste veramente tante. Ho visto tutto Sorrentino e anche cose che non mi sono piaciute, tipo Il miracolo di Ammaniti. Anche cose italiane quindi, un’altra è Gomorra. Devo dire che alcune delle grandissime proprio, ahimè, non le ho viste. A me piace molto, delle serie, la totale libertà, di eventi, di personaggi.

Io sto vedendo in questo momento Messiah, una serie di Netflix. Ha un concetto molto semplice, in realtà, alla base: Cristo si è forse di nuovo reincarnato e le conseguenze sono drammatiche. Come tratterebbe il mondo un nuovo Messia? Come si comporterebbe l’America, soprattutto, perché ovviamente è americanocentrica.

È molto Dostoevskij, il discorso dell’Inquisitore, no? Quando si immagina come sarebbe trattato il Messia, forse viene da là, chissà. La voglio vedere.

A me raramente una serie prende con questa forza. È molto interessante: il Messia dove potrebbe reincarnarsi? Ovviamente in Siria, dove c’è la più grande crisi umanitaria.

No, no, non mi dica altro, stasera la guardo.

Intervista realizzata con Alice Luraghi


 

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