The Irishman – L’età del silenzio

Non ci si rende conto di quanto scorra veloce il tempo finché non ci si arriva. Finché insomma non  si avverte il bisogno di riavvolgere pazientemente i fotogrammi di una vita intera, forse alla ricerca di un incrocio di sguardi rivelatore tra padre e figlia che operi un montaggio definitivo su un’esistenza da ricucire. La consapevolezza del tempo perduto modifica ogni prospettiva. Così cambia anche il cinema di un autore giunto a un confronto ineludibile con la fine, costretto ad accettare la propria trasformazione, cedendo il passo ai ritmi di un incedere lento, riflessivo, per raccontarci quanto sia maturata la sua sensibilità. Di recente ce ne hanno dato prova Tarantino con C’era una volta a… Hollywood e Almodóvar con Dolor y gloria, vertici di un cinema senile ma tutt’altro che antiquato, che assieme allo Scorsese di The Irishman formano un triangolo ideale del tempo e della morte. Se però Tarantino concede al cinema una pur labile rivalsa sulla realtà attraverso la riscrittura della storia, mentre Almodóvar trova nella reminiscenza il terreno su cui continuare a costruire il futuro, nell’ultimo film di Scorsese la rievocazione del passato si riduce a una dolorosa fattualità di cui prendere atto. Contro il vuoto scavato dalla colpa, la speranza di una redenzione spirituale in extremis resta l’unica possibilità offerta da un conforto religioso di cui però, questa volta, non è garantita nessuna certezza.

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Abbandonate le messinscene sontuose e i ritmi forsennati, moderati i virtuosismi aerei e lontano da un montaggio indiavolato, Scorsese gira uno dei suoi film stilisticamente più misurati, a suo agio anche con un tipo di fruizione domestica favorita da Netflix e coerente a una riflessione crepuscolare pervasa da un senso di malinconia e disfacimento, che diventa anche il terreno su cui operare una revisione di genere. Non a caso The Irishman è l’opera più eastwoodiana del regista newyorkese, che nei suoi ultimi memorabili sessanta minuti traghetta la parabola morale di Frank Sheeran (Robert De Niro) a un confronto intriso di umana compassione con una vecchiaia segnata dalla solitudine. Come fece Clint Eastwood con il western ne Gli spietati, Scorsese sottopone così l’immaginario crime a una riscrittura tombale e profondamente pietistica. La violenza – poca rispetto alla durata del film – non è mai enfatizzata, ma viene restituita attraverso un distaccato realismo o lasciata in parte al fuoricampo. La vita criminale è depauperata del glamour e delle scorribande libertine inscritti nei codici di rappresentazione hollywoodiani. Morte, rimpianti e l’amara necessità di provvedere al proprio funerale sono tutto ciò che resta. Del resto, The Irishman è anche la risposta speculare al finale di Quei bravi ragazzi. A differenza di Henry Hill, Frank è un goodfella che accetta di rimanere tale, esperendo su di sé la desolazione cui conduce quel tipo di vita.

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The Irishman è un film di padri mancati e figli perduti, di fratellanze spirituali spezzate dalle maglie di un sistema che, come sempre in Scorsese, stringe in una morsa i suoi personaggi, compresi quelli che sembrano detenerne il controllo. Un’opera che mette al suo centro i rapporti umani, lavorando di sottrazione, – tanto in fase di scrittura quanto attraverso le strepitose performance attoriali -, sui silenzi e sui non detti, su dettagli e smottamenti dell’animo trattenuti a stento, lasciati affiorare da piccoli gesti e microespressioni. Se L’età dell’innocenza, – il titolo scorsesiano più vicino agli umori di The Irishman -, affidava il dirompere del sentimento a una comunicazione che eludesse i codici moralisti imposti, adoperando una grammatica cinematografica che sapeva farsi analisi delle forme di comunicazione non verbali, qui il discorso viene in parte ripreso e adattato alla vicenda esistenziale di Frank Sheeran che, come Newland Archer, accetta la sua condizione in un doloroso silenzio. Anche la tecnica digitale con cui sono stati ringiovaniti i volti degli attori è una traccia che lavora sotto l’epidermide del film. In un film pervaso dall’incombere della morte e dal disfacimento morale, lo scarto tra i volti rinvigoriti dalla Industrial Light & Magic e quei corpi non più giovani, lenti e acciaccati, contribuisce in modo funereo ad attestare l’impossibilità di arginare lo scorrere del tempo. Rende ancora più evidenti, per contrasto, gli effetti prodotti sui corpi iconici di De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, corpi-icona hollywoodiani correlativi di un’idea di cinema ormai perduta.

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Frank è in definitiva l’unico sopravvissuto a quel sistema criminale da cui lui stesso, più per mancanza di consapevolezza morale che per coraggio, non è riuscito e non è voluto fuggire. In linea con la maggior parte dei personaggi scorsesiani, impossibilitati per forma mentis a mettere totalmente in discussione il microcosmo che li ha formati, – per quanto comunque feriti e sconfitti -, non gli resta che un cumolo di rimpianti, la sofferenza per gli affetti perduti, ma anche la difficoltà a razionalizzare in toto le cause del senso di colpa. Se in Silence il silenzio di Dio si trasformava nel finale in un potente atto di abbandono e resistenza religiosa, il silenzio con cui si chiude The Irishman allude più a un processo di redenzione morale e cristiana ancora in atto e forse destinato a non concretizzarsi mai. Scorsese non ci dice fino a che punto sia giunta la consapevolezza di Frank. A differenza che nell’amato Sentieri selvaggi, preferisce lasciare socchiusa quella porta dietro cui si intravede il protagonista, ultimo baluardo, ancora per poco, di un mondo che non c’è più. Silenzio.

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