Dolor y gloria, 70 anni di Pedro Almodóvar

«Un giorno io e lei dovremo parlare»

«Sì, e sarà più semplice di quanto crede»

«Niente è semplice. Sono maestra di ballet e niente è semplice»

Pedro Almodóvar, Parla con lei

Volver. Tornare. Tornare a scrivere, tornare a fare cinema, tornare a misurarsi con un passato che, inaspettato, suona alla porta come un vecchio amore perduto, nella notte. Tornare a Cannes per l’ennesima volta, a quasi settant’anni suonati, con un film come forse non ci si aspettava più da un regista che teme di perdere la creatività ma dimostra di non avere nulla di cui preoccuparsi. Ma volver vuol dire anche diventare, e dunque cambiare, mutare. Come sempre nel cinema di Pedro Almodóvar bisogna tornare indietro per procedere in avanti, rivisitare (quindi re-inventare) i tasselli del passato per colorare un presente che rischia di sbiadire e trovare la forza (leggasi ispirazione) di abbracciare il futuro. Dolor y gloria è un viaggio alla ricerca del tempo perduto in cui il regista spagnolo per mettere a nudo sé stesso procede a una spogliazione del suo cinema, mai così trattenuto eppure così traboccante commozione, mai così ricco nella matura conquista di una complessa semplicità.

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Abbandonati i sentieri tortuosi del mélo, la senilità porta ad Almodóvar il dono – e la necessità – di uno sguardo essenziale, che già cominciava a farsi strada in Julieta, dove però il melodramma lasciava il posto alla tragedia. Dolor y gloria si confronta invece con una quotidianità nevrotica, malinconica, – quella del regista Salvador Mallo (Antonio Banderas) -, costellata di dolori del corpo e cicatrici dell’anima, di stasi creative ed evasioni attraverso l’eroina, di glorie effimere (il restauro del film Sabor da parte della Cineteca) e rapporti insoluti (soprattutto con la madre Penelope Cruz); ma anche di idilli fugaci e speranze a cui aggrapparsi, dove alla fine persino la paura di un grave male viene disinnescata dalla diagnosi di una malattia comune. Non gli strepiti della tragedia o le passioni incendiarie ma i segni che il tempo ha nascosto sotto la pelle del presente. La paura del vuoto soprattutto. Quel vuoto attraversato come un liquido amniotico dal corpo fluttuante di Salvador, uno strepitoso Banderas che si trascina lentamente, quasi sonnambulo, sospeso in una sorta di non-tempo, mentre le età si relativizzano: gli adulti si comportano da bambini (i capricci di Salvador, l’eroina come puerile ribellione alla noia) e i bambini fanno gli adulti (la precoce maturità del Salvador bambino).

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Il cinema (ma anche il teatro in Tutto su mia madre e la danza in Parla con lei), l’artificio, la finzione esibita che nella filmografia del regista spagnolo svelano e ricompongono la realtà salvandola, e qui infrangono l’impasse di Salvador/Almodóvar, in Dolor y gloria risiedono, prima di tutto, nell’azione che la memoria esercita sul passato. Perché il ricordo è già una forma di rielaborazione cinematografica, è già cinema, ri-scrittura, invenzione. Ed è come tale che si rivela nel finale, gettando retroattivamente, con la bellezza dell’ultimo carrello all’indietro, uno sguardo consapevole sui flashback (sono davvero flashback?) che abbiamo visto per tutto il film. Pur giocando scopertamente la carta meta-testuale, rispetto ad altri film del regista il set, lo spazio scenico, la macchina cinematografica, permeano l’intera materia filmica molto più sottilmente, in uno dei film di Almodóvar tra i più capaci di cogliere la vita nel suo libero scorrere, con una perfezione formale e di scrittura che ha del miracoloso. I frammenti in cui Salvador ripercorre e immagina la propria infanzia irradiano allora un bagliore che dà forma a un mondo, un bianco abbacinante che contiene in potenza tutti colori del cinema di Almodóvar e in cui viene letteralmente alla luce la scoperta del primer deseo. E con che sequenza – così semplice e intensa – Almodóvar riesce a coniugare un desiderio carnale a uno (quello cinematografico) vissuto con altrettanta fisicità; con quale grazia a restituire tutta la corposità di un’immagine mentale che trasuda sensazioni aptiche.

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Arriva sempre, per i più grandi almeno, il momento di porgere il proprio omaggio al cinema, per estendere un bilancio della propria vita artistica. Almodóvar lo fa con un film che evita la trappola del ripiegamento auto-celebrativo, senza con ciò rinunciare al piacere e alla necessità di un cinema intimo, personale, fatto in primis per sé stesso (del resto non fanno sempre così i veri autori?), cioé per la propria salvezza. Un cinema che al contrario celebra l’inevitabilità e la gioia del cambiamento, che diventa in questo un atto di resistenza, procede nel tempo in direzioni molteplici,  – dove ritorno e scoperta coincidono, – ed esalta la mobilità dell’artista sulla fissità dell’opera, termine di paragone per comprendere l’evoluzione di un percorso che è soprattutto umano («La pellicola è sempre la stessa. È il tuo sguardo che è cambiato», si dice nel film). Imparare a ricominciare. Questa è la più grande delle glorie, la più quotidiana e perciò la più faticosa e importante. Dunque, resistere. Anzi, risistere. Come cantava Antonio Banderas nel finale di Legami! sule note del Duo Dinamico: Cuando sienta miedo del silencio / Cuando cueste mantenerme en pie / Cuando se rebelen los recuerdos / Y me pongan contra la pared / Resistiré, erguido frente a todo / Me volveré de / hierro para endurecer la piel / Y aunque los vientos de la vida soplen fuerte / Soy como el junco que se dobla, / Pero siempre sigue en pie / Resistiré, para seguir viviendo (Quando avrò paura del silenzio / Quando costerà rimanere in piedi / quando si ribelleranno i ricordi / e mi metteranno contro il muro / Resisterò, diritto davanti a tutto / diventerò di ferro per indurire la pelle / e anche se i venti della vita soffieranno forte / sono come il giunco che si piega / però continua sempre in piedi / Resisterò per continuare a vivere).

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