8 film molto lunghi da vedere in un colpo solo

Ad ogni appassionato di cinema sarà capitato, almeno una volta nella vita, di sentirsi atterrito di fronte alla durata complessiva di alcune opere, e di averne spezzato la visione in più parti per ragioni di forza maggiore. Oggi il pubblico mediamente vede nelle tre ore un limite estremo, invalicabile per la durata di una pellicola; senza contare che la durata media dei film usciti nel 2019 è stata molto minore, pari a poco più di un’ora e mezza. Tuttavia, non è sempre stato così, né deve necessariamente esserlo. Per Alfred Hitchcock, la lunghezza di un film doveva essere correlata alla capacità di resistenza della vescica umana; di certo, al di fuori della sala cinematografica è molto più raro riuscire portare a termine integralmente visioni che superano la soglia delle tre ore. Che dite, potrebbe essere giunta l’occasione per recuperare alcuni mastodontici capolavori della settima arte? Di seguito i nostri consigli (e un paio di chicche finali):

1) Nascita di una nazione – D.W. Griffith, 1915, 190 minuti

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Questo kolossal incentrato su alcune vicende della guerra di Secessione americana (allora distante solo 50 anni) è considerato da molti come il primo esempio di compiuta narrazione sul grande schermo. Griffith avrebbe portato al culmine le innovazioni tecniche maturate sino a quel momento, mutuando vari elementi da scuole cinematografiche straniere (ad esempio, solo un anno prima usciva in Italia un altro proto-kolossal, Cabiria di Giovanni Pastrone). Al suo interno troviamo i primi esempi dell’uso della carrellata, del primo piano e di svariate tecniche di montaggio che compongono il linguaggio cinematografico contemporaneo. In merito al contenuto di stampo razzista, il critico Rogert Ebert è cristallino: «Nascita di una nazione è un grande film che sostiene una causa malvagia. Per capirlo, bisogna imparare molto sul cinema, e forse anche di più sulla malvagità».

Dove trovarlo: Lo potete trovare in buona qualità su YouTube a questo link.

2) Spartacus – Stanley Kubrick, 1960 198 minuti

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Questo titolo fa in qualche modo le veci di tutti gli altri kolossal hollywoodiani che furono prodotti negli anni quaranta, cinquanta e sessanta del secolo scorso, la stragrande maggioranza appartenenti al genere peplum. Alcuni di essi vengono ancora guardati con tenera malinconia, consci dell’ingenuità di fondo dei contenuti esposti e della messa in scena: si pensi a Ben-Hur (1959) di William Wyler, Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewics o I dieci comandamenti (1956) di Cecil DeMille. Spartacus spicca, tuttavia, in quanto sembra essere quasi un inciampo in una delle carriere più splendenti della storia del cinema. Kubrick, appena trentaduenne, ebbe poca voce in capitolo nelle scelte complessive di regia e sceneggiatura, quest’ultima inizialmente assegnata a un dissidente come Dalton Trumbo ma poi addolcita dal vero orchestratore della vicenda, Kirk Douglas. Anche se il risultato finale può quindi apparire un po’ tronfio e retorico, è interessante vedere un giovane Kubrick alle prese con delle scene di massa orchestrate alla perfezione e una tematica che, in ogni caso, trasuda ribellione da tutti i pori.

Dove trovarlo: Lo potete trovare a pagamento su Google Play o Chili Tv.

3) Lawrence d’Arabia – David Lean, 1962, 230 minuti

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Poco sopra si è parlato della stragrande maggioranza delle produzioni hollywoodiane che potremmo definire storiche, ma segnate da diverse inesattezze. Da questo insieme di titoli, si distanzia nettamente l’epopea di Thomas Edward Lawrence. Un film che si radica nelle atmosfere roventi dei deserti mediorientali e nella vicenda bellica, avventurosa di un uomo che riuscì a mitizzare le proprie imprese già in vita. L’eroe interpretato magnificamente da Peter O’Toole diviene il soggetto perfetto per una narrazione cinematografica biografica che riesce a smarcarsi quasi sempre dalla retorica, sfruttando una leggenda già cristallizzata nella memoria storica e al contempo arricchendola di potenza visionaria. La versione integrale oggi disponibile la dobbiamo all’intervento di  Robert A. Harris e Jim Painten; mentre fanno riflettere sulla portata di una simile opera le parole di  uno dei suoi protagonisti, Omar Sharif: «Se tu fossi il produttore e qualcuno venisse da te, dicendo che vuole fare un film di quattro ore, senza star, senza donne, senza storie d’amore e senza neanche troppa azione, e volesse spendere un mucchio di soldi per girarlo nel deserto, cosa gli risponderesti?».

Dove trovarlo: Lo potete trovare a pagamento su Google Play o Chili TV.

4) Novecento – Bernardo Bertolucci, 1976, 310 minuti

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Una decina di anni più tardi, un regista italiano appena trentaquattrenne si cimentava nelle riprese di un film elefantiaco, che pur riuscendo ad attirare dieci milioni di spettatori nelle sale italiane fallì nell’impresa di conquistare il mercato estero. Novecento tenta di raccontare diversi spaccati dell’Italia che fu, coniugandone la dimensione regionale, familiare e povera con la volontà di trasmettere un ben più ampio senso della Storia anche ad un pubblico straniero, come testimonia il respiro internazionale della produzione (forte di attori incredibili come Robert De Niro, Gerard Depardieu, Donald Sutherland, Burt Lancaster). Non lo vedo come un fiasco propriamente detto (chiedere a Michael Cimino e al suo I cancelli del cielo (1980) per una vera tragedia da botteghino) ma sicuramente come un film sfortunato, che non lasciò il segno come avrebbe voluto. Una possibile controparte, a mio parere più riuscita ma che ebbe analoga sfortuna oltreoceano, è invece C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone, che nella sua meravigliosa versione restaurata ed estesa del 2012 arriva a 250 minuti.

Dove trovarlo: In questo articolo abbiamo riportato tutti i film di Bertolucci recuperabili online.

5) Sátántangó – Béla Tarr, 1994, 435 minuti

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«[Quella di Sátántangó] è una durata molto più da teatro elisabettiano, oppure da teatro d’opera wagneriano: c’è qualcosa di “nibelungico” in questa durata». Queste le parole di Enrico Ghezzi su un film (che riuscì a far mandare in onda su Fuori Orario) impossibile da descrivere in maniera adeguata: la sua stessa durata è antitetica rispetto a qualsivoglia breve sinossi o abbozzato tentativo di descrizione. Sátántangó è un’esperienza cinematografica unica, che tuttavia non ha quasi mai visto la sala, neanche al momento della sua uscita. Centosettantadue inquadrature, la cui durata media si attesta a due minuti e mezzo: l’opera di Béla Tarr, che prende vita nel grigiore della campagna ungherese, interroga sino in fondo l’immagine, per venire a capo di un’umanità che incarna «lo sgomento e la gioiosità della catastrofe».

Dove trovarlo: Non è presente online, ma potete trovare in buona qualità su YouTube Il cavallo di Torino (2011) e L’uomo di Londra (2007).

6) Love Exposure – Sion Sono, 2008, 237 minuti

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Per ovvie ragioni, un film come I Sette Samurai (1954) di Akira Kurosawa dovrebbe figurare in questa lista, con i suoi 207 gloriosi minuti in rappresentanza del cinema epico giapponese. Ma per sparigliare un po’ le carte in tavola, viene chiamato invece in causa Sion Sono, un uomo che ha avuto il coraggio di dichiararsi «anti-Ozu» per portare avanti la sua idea di cinema contro l’immobilismo quasi religioso della tradizione. E Love Exposure mette proprio al centro il tema della religione per farne il principale oggetto di riflessione: il film è un calderone folle di personaggi grotteschi e idee morali, scandalose, perverse. Potrebbe essere il perfetto controesempio a dimostrazione del fatto che la durata di un film non ci dice nulla né sul contenuto, né sul ritmo complessivo dell’opera.

Dove trovarlo: Non è presente online, ma di Sion Sono potete trovare Forest of Love (2019) su Netflix e la sua serie TV Tokyo Vampire Hotel (2017) su Amazon Prime.

7) Nymphomaniac – Lars Von Trier, 2013, 325 minuti

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In questo caso, si tratta di uno strappo alla regola poiché si considera la versione uncut di quest’opera; in realtà, nella maggioranza delle sale ne è uscita in una versione più breve e divisa in due parti. Ma è impossibile non convenire che il progetto di Von Trier sia tematicamente ed esteticamente compatto, unito dal filo rosso di un discorso che fa del sesso non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. L’impulso sessuale in Nymphomaniac è indagato in maniera quasi diagnostica, funzionale alla discussione di molti altri temi, primo fra tutti la depressione (e tutto il portato nichilistico ad essa connesso). Il maestro danese sembra suggerirci a più riprese che la natura umana è intrinsecamente perversa; se questo è il caso, rispetto a quale fine positivo può considerarsi deviata? In base a quali canoni di normalità? Nymphomaniac è una lunga, meravigliosa, macabra sinfonia sulla vera destinazione dell’uomo.

Dove trovarlo: Lo potete trovare a pagamento su Chili TV, mentre Melancholia (2011) si può trovare su Amazon Prime.

8) The woman who left – Lav Diaz, 2016, 226 minuti

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Stavate già pensando ad una grave dimenticanza in questa breve lista di lunghi film. E invece, il film più recente che vi rientra, con buona pace di An Elephant Sitting Still (2018) di Hu Bo, è l’opera che ha permesso a Lav Diaz di aggiudicarsi il Leone D’oro quattro anni fa. L’artista filippino si occupa di sceneggiare, girare, fotografare e montare praticamente ogni suo film, e questo non fa eccezione; è inoltre considerato uno dei campioni moderni di un cinema dai tempi dilatati. Ma dilatati rispetto a che cosa, se non ai tempi canonici della visione di cui parlavo all’inizio, quelli a cui tutti siamo abituati? Forse, l’aggettivo più calzante per definire tali tempi sarebbe, semplicemente, “incommensurabili”. Basti pensare alla durata di Evolution of a Filipino Family (2004, 593 minuti) o di Death in the Land of Encantos (2007, 540 minuti), quest’ultimo arrivato sui piccoli schermi italiani grazie al solito Ghezzi. Dunque, The woman who left risulta uno dei suoi lavori più accessibili: un incubo urbano ancora una volta totalmente immerso nella contemporaneità di un paese, la Repubblica delle Filippine, dilaniato da povertà, criminalità e degrado dilaganti, in uno stato perenne di guerra nel quale un’umanità devota è costretta ad annaspare.

Dove trovarlo: Lo potete trovare in streaming gratuito su RaiPlay.

Bonus:

Sarebbe impossibile menzionare tutti i film oltre le tre ore di durata che meriterebbero una visione. Non ho dimenticato, ad esempio, Fanny e Alexander (1982, 320 minuti) di Bergman, Magnolia (1999, 190 minuti) di Paul Thomas Anderson o La meglio gioventù (2006, 360 minuti)  di Tullio Giordana, o documentari come ‘Til Madness Do Us Part (2013, 228 min) di Wang Bing o, ancora, film sperimentali come Empire (1964, 485 minuti) di Andy Warhol. Per concludere è doveroso citare il film non sperimentale (ad oggi) più lungo della storia del cinema, direttamente dal Bangladesh, uscito solo pochi mesi fa: Amra Ekta Cinema Banabo di Ashraf Shishir, circa 21 ore di durata. Includendo anche il versante sperimentale, invece, il film più lungo in assoluto è intitolato Logistics e fa parte di un progetto artistico creato da Erika Magnusson e Daniel Andersson nel 2012: la sua durata è di 35 giorni e 17 ore. Mettetevi comodi, lo spettacolo ha inizio.

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