Good Omens – Il lato queer dell’Armageddon

Se ne parlava da almeno un paio d’anni e i primi trailer si sono visti a febbraio di quest’anno: un enorme anticipo per una campagna pubblicitaria passata un po’ in silenzio, nonostante tutti gli elementi facilmente vendibili che questa miniserie di Amazon Prime mostrava fin da subito: innanzitutto, il prodotto si posiziona nel pieno di quell’ondata “Neil Gaiman”, di cui le due stagioni di American Gods e l’annunciato film su Sandman sono gli estremi più prossimi; inoltre, cavalcando l’onda di Bohemian Rhapsody, la musica dei Queen diventa una colonna sonora perfetta per risuonare tanto familiare quanto accattivante in questo periodo.

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Eppure, da febbraio a oggi poco di più si era visto a proposito di questa serie, lasciando l’hype abbandonato a sé stesso e affidato alle aspettative che poteva portare una mini con David Tennant (Doctor Who, Broadchurch, Jessica Jones) e Michael Sheen (Frost/Nixon, Animali Notturni, Master of Sex) sempre in dialogo.

Sono infatti i due attori protagonisti la forza motrice di questo prodotto tanto contenuto quanto gustoso, dove la ricchezza dei fitti dialoghi costruisce una sinfonia di accenti, tra il gallese ripulito di Sheen e lo scozzese allargato di Tennant, rispettivamente un angelo imborghesito dai semplici piaceri della vita umana e un demone modaiolo e strafottente, molto spesso umano troppo umano. La tensione elettrica creata dalla bravura di questi due professionisti, mai in competizione per occupare lo schermo, ma sempre in grado di rafforzarsi a vicenda, rende ogni scena un piccolo capolavoro teatrale.

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Proprio la dimensione teatrale, fatta di ambienti ben riconoscibili, ricorrenti e circoscritti, costruisce un mondo temporalmente vastissimo (ci vengono mostrati tutti i 6000 anni biblici di storia dell’umanità), ma spazialmente limitato a un’anglocentricità che fa pensare che persino la crocifissione di Cristo – mostrata con un’inedita crudezza – si sia svolta non lontano dal Surrey; la Bibbia viene qui riscritta da Gaiman (e da Terry Pratchett, co-autore del romanzo, scomparso troppo presto per poter lavorare alla serie) in modo da contenere quegli elementi di cultura pop inglese che la pervadono di un “kitsch antiquario” tipico della comicità britannica.

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La trama, all’apparenza semplice, vede i due protagonisti allearsi per fermare la comparsa dell’anticristo, incarnato in un bambino di undici anni, impedendo così “la Guerra che porrà fine a tutto quanto”, sbagliando però bambino e innescando una catena di eventi il cui sottotesto resta, dall’inizio alla fine, l’ineffabilità del Progetto Divino (narratoci dalla bellissima voce di Frances McDormand); in tutto questo, i principali temi del dibattito culturale contemporaneo vengono proposti con lucida semplicità, dalla ricerca della guerra fatta per principio – non penserete più agli Arcangeli allo stesso modo – a come possano riproporsi nel 2019 i Cavalieri dell’Apocalisse – geniali Pestilenza e Carestia.

'Good Omens' TV show premiere, London, UK - 28 May 2019

Infine, la musica: non me ne vogliano i fan del pluripremiato film su Freddie Mercury, ma questa serie è davvero un perfetto tributo al lavoro dei Queen, in cui testi e musiche fanno da colonna sonora ideale tanto al racconto della Fine del Mondo, quanto al rapporto così esplicitamente queer che si instaura tra i protagonisti, umani e sovrumani a un tempo, tra cui il confine morale classico si perde e si mescola.

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Nonostante un finale un po’ affrettato (forse un episodio in più non avrebbe guastato), questa serie merita di essere vista, rivista, ascoltata, guardata – la sigla è un capolavoro di animazione tradizionalmente inglese in stile Monty Python – e raccontata. Amazon Prime ha dimostrato di saper indovinare una produzione quality di livello letterario, sbagliando, però, nel non lasciare spazio alcuno ad un futuro secondo tempo all’altezza del primo (anche se spero di essere smentito).

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