Decameron – In difesa dell’adattamento libero e libertino
La formula “Liberamente ispirato a” prima di un adattamento rappresenta spesso un’ammissione di colpa, ma anche un precoce testamento. Per usare il pretesto narrativo di un’opera già rodata e magari potervi rubare anche il titolo, ci si espone a un’inevitabile ondata di commenti acidi sui social media da parte di puristi o altri individui che hanno ignorato l’avverbio.
L’ultima vittima o colpevole di questo fenomeno è Decameron, libero anzi liberissimo adattamento in formato seriale per Netflix della raccolta di Giovanni Boccaccio. Difatti nel Decameron-serie manca la caratteristica fondamentale dal punto di vista contenutistico e narrativo del Decameron-libro: le novelle, alla base invece dell’adattamento del Decameron di Pier Paolo Pasolini. Anche la struttura viene a mancare, non essendoci una vera e propria divisione in giorni che dava il nome al Decameron libro.
Dell’opera di Boccaccio cosa rimane? Tutto e niente. Rimangono i nomi di alcuni dei protagonisti, come Pampinea, Panfilo e Dioneo, e la premessa: nel 1348 mentre la Peste Nera devasta la città di Firenze, un gruppo di nobili e servi si riunisce in una villa per evitare il contagio.

Venendo a mancare il pretesto delle novelle, arrivano nuovi modi per passare il tempo, quali intrighi sentimentali, una quantità eccessiva di preghiere, evitare che gruppi più o meno feroci possano invadere la villa e tanto altro. Il Decameron-serie si mescola così a un altro classico della letteratura più recente, Il Signore delle mosche di William Golding, catapultando i personaggi in un mondo in cui le divisioni di classe crollano e le regole della società classica non sono più applicabili. Il mondo sta per finire, quindi si può approfittarne per essere veramente liberi.
A livello tematico il Decameron-serie rispetta profondamente quella che è l’essenza fondamentale dell’opera di Boccaccio: si parla di amore, in tutte le sue forme e controversie, approfondendone soprattutto gli aspetti più animalistici ed erotici, anche se la serie spesso tende a censurarsi o a concentrarsi di più sul desiderio.
Nel Decameron-serie come nel libro, anche grazie alla presenza della showrunner Kathleen Jordan (già creatrice per Netflix della sottovalutata Teenage Bounty Hunters), le protagoniste femminili continuano a essere gli unici agenti attivi, dettando le regole di ogni rapporto amoroso e non che instaurano dentro Villa Santa.
Al momento dell’uscita del trailer della serie, i commenti sui social italiani furono il teatro dello sfogo per giorni interi, passando da chi vedeva nella serie una “distorsione completa, sistemica e pienamente cosciente di un capolavoro della letteratura e della cultura di un popolo” e chi la paragonava a un cinepanettone piangendo l’assenza di De Sica o Boldi. C’era anche chi suggeriva un cambio di titolo in “Dewokerone”, schernendo come “woke” la scelta di avere due attori con origini indiane nel cast principale (Amar Chadra-Patel e Karan Gill, rispettivamente Dioneo e Panfilo).

Sorvolando sul razzismo non propriamente velato di alcune risposte, è palese come il Decameron serie sia parte di una tendenza ben più ampia della semplice produzione Netflix: non si parla più di period drama, ma di period comedy. Tutte le ricostruzioni storiche devono essere alleggerite, che sia per tramite di storie d’amore quasi adolescenziali o attraverso scelte musicale estremamente moderne, spesso rock (nel caso di Decameron-serie, nel primo episodio troviamo Master and Servant dei Depeche Mode giusto per fare un esempio).
Se la scelta altrove potrebbe essere criticata perché vista come una prosecuzione del fenomeno Bridgerton, in Decameron trova ragione d’essere proprio per il suo rivedere e aggiornare il gusto libero e libertino già presente nell’opera di Boccaccio. Qui la period comedy è anche supportata da un cast composto quasi esclusivamente da attori già rodati nell’ambito della comedy, come Zosia Mamet (Girls), Tony Hale (Veep e Arrested Development) e Saoirse Monica-Jackson (Derry Girls).
Il vero rischio corso da questo libero adattamento risiede nella lunghezza della stagione: gli intrighi amorosi e le altre scorribande dello strampalato gruppo di Villa Santa non basta a sostenere otto episodi della durata di un’ora ciascuno, senza cadere in un giro vizioso di ripetizioni che poco aggiungono alla storia e all’evoluzione dei personaggi. Verso la metà della stagione, dopo un particolare evento destinato a cambiare tutto, la serie preme sull’acceleratore, mettendo in disparte la commedia per gettarsi a capofitto in un dramma dalla dubbia riuscita. Nonostante le otto ore di durata, spesso Decameron fatica a stare dietro all’ampio gruppo, saltando da una sottotrama all’altra e cadendo in evidenti favoritismi per alcuni personaggi (Filomena e Licisca ne sono il massimo esempio) rispetto ad altri, che rimangono delle mere maschere teatrali.
Da oggi 25 luglio su Netflix, Decameron riesce nel suo bizzarro modo e non con poche difficoltà a restare fedele all’anima del grande classico, pur rileggendolo con una sensibilità estremamente moderna e talvolta un pizzico tamarra. Non è un adattamento fedele e non ha la pretesa di esserlo, per quello sarebbe necessaria una serie antologica disposta a un lavoro molto più attento e preciso di analisi dell’opera di Boccaccio. Qui ci si concentra sulla sua anima, rubandone lo spirito dissacrante e la passione per l’amore in tutte le sue forme. Basterà a convincere gli appassionati del romanzo a darvi una chance nonostante le giuste paure? Ai posteri l’ardua sentenza.
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