Intervista a Flavio Santi – Piccolo Schermo Gigantesco

Illustrazione di Valentina Marcuzzo

«piccolo schermo gigantesco» (Ottieri) è una rassegna di interviste, pubblicata su «Birdmen Magazine»,  a scrittori italiani contemporanei, a proposito della “mescolanza” di media, dell’influenza delle arti cinematografiche sulla narrativa, sulla poesia e sull’immaginario, della corrispondenza biunivoca dei mezzi. L’obiettivo è critico. Perciò, a ciclo concluso, verrà elaborato uno scritto saggistico.


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Flavio Santi nasce ad Alessandria nel 1973. Si è laureato in Filologia Medievale e Umanistica a Pavia e ha poi conseguito il dottorato in Filologia moderna. Vive tra la campagna pavese e quella friulana. Ha tradotto autori classici (tra cui Hermann Melville e Francis Scott Fitzgerald) e contemporanei (Wilbur Smith e Ian Fleming tra gli altri). Insegna all’Università dell’Insubria di Como-Varese. Ha esordito con la raccolta di poesie Viticci (Stamperia dell’arancio, 1998). Buona parte della sua produzione poetica in italiano è raccolta in Mappe del genere umano (Scheiwiller, 2012). In dialetto ha pubblicato Rimis te sachete/Poesia in tasca (Marsilio, 2001), Asêt/Aceto (La barca di Babele, 2003). Ha esordito nella narrativa con il romanzo Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999). Con Aspetta primavera, Lucky (Socrates, 2011) è stato candidato allo Strega. Nel 2016,  per Mondadori, è uscita la prima indagine dell’ispettore Drago Furlan, La primavera tarda ad arrivare, cui ha fatto seguito l’anno successivo L’estate non perdona.

Buongiorno Flavio, grazie per aver accettato l’intervista. Comincerei chiedendoti quale sia il tuo rapporto col cinema. Quali siano i tuoi gusti, i tuoi “autori”, dove guardi il cinema, dove l’hai guardato.

Grazie a te, Demetrio. Ricordo che l’ultimo anno di liceo passavo le notti a vedere i film di “Fuori Orario” di Rai3 (li registravo in videocassette che tuttora conservo gelosamente; ma anche Rete4 e la defunta Telemontecarlo davano cose incredibili, tutto Tarkovskij per dire), poi andavo direttamente a scuola, senza aver chiuso occhio, sotto lo sguardo incredulo di mia madre (per fortuna spesso mio padre faceva i turni di notte e non era a casa), ma con gli occhi pieni di Tarkovskij, appunto, Fassbinder, Vigo, Truffaut, Bergman, Dreyer (per citare forse i registi che più amo). Una volta all’interrogazione di Storia, alla domanda sulla Rivoluzione russa (che non avevo studiato), risposi citando i film di Ejzenstein – e mi andò pure bene.

E una passione quindi precoce.

Sì, fa parte della mia formazione. E ovviamente frequento i cinema da sempre. Come i veri, folli e anacronistici cinefili considero davvero “visti” solo i film visti al cinema, sul grande schermo (un titolo per tutti: 2001 Odissea nello spazio, provare per credere; ma anche i film pornografici, anzi soprattutto quelli, andrebbero visti su grande schermo, nella loro massima ostensione ed estensione carnale, altro che Pornhub!, come in una sorta di avvolgente carnevale dei sensi, e dei sessi, pensate ad Almodovar di Parla con lei). Vado spessissimo allo Spazio Oberdan di Milano.

E gli altri schermi? Computer, Televisione…

Non guardo mai i film dal computer – se non rarissimamente, per rapidi controlli. L’alternativa è lo schermo televisivo – fra l’altro il televisore mi ha sempre affascinato come oggetto in sé.

Mi hai menzionato solo “grandi” autori. Ma dalla tua produzione si può comprendere una passione per le opere di genere, per i blockbuster, insomma.

Guardo di tutto, effettivamente, senza alcuna preclusione, con grande curiosità: conosco a memoria sia Vieni avanti cretino sia Stalker di Tarkovskij. Ciò non vuol dire, naturalmente, che anything goes, anzi. Ma a volte nel mainstream apparentemente più becero ci sono perle straordinarie: in un filmaccio come Zohan, con Adam Sandler c’è molta verità chassidica, trovo (attenzione, però, questa bouillabaisse visiva io la pratico da sempre, è conforme al mio carattere anarchico e dispersivo, io ho sempre trovato geniale Fantozzi, anche quando, negli anni Ottanta-Novanta, me lo ricordo bene, chi oggi tanto lo acclama lo snobbava. Io al cinema sono andato a vedere Il ragazzo di campagna, così come Novecento; Fracchia contro Dracula, così come Addiction di Ferrara!).

Il teatro invece?

Ci vado pochissimo. Non mi piace. Il mio è un giudizio istintivo, si badi bene. Quasi animalesco. L’ho sempre sentito molto finto – avverto fisicamente la presenza della “quarta parete”. Anche se una delle mie prime esperienze emotivo-intellettuali forti è stata la visione, a quindici anni, di un Edipo re di Gabriele Lavia (traduzione di Salvatore Quasimodo), insieme a mio padre e a un suo collega ferroviere, melomane e patito di teatro. Il teatro lo leggo: ho letto tutto Plauto in latino, morendo dal ridere (stilisticamente è un genio, Gadda al confronto è davvero acquetta tiepida), adoro La mandragola di Machiavelli, Goldoni, Sarah Kane. Ma li leggo, non li sopporto a teatro – ripeto, è proprio un fastidio fisico, idiosincratico, arrivo a percepire quella dannata “quarta parete”, la sento.

Cinema, teatro, e infine, completando la triade di «Birdmen Magazine», le serie.

Le serie televisive le frequento in maniera molto casuale, penso soprattutto per questioni di tempo, ma di recente sto seguendo Narcos – non essendo abbonato Sky o Netflix, ma essendo un convinto sostenitore del canone televisivo, lo seguo su Rai4, in imbarazzante ritardo, credo, vero? Se penso all’idea di serie, mi vengono in mente i cartoni animati che hanno formato la mia giovinezza, quelli sì, su tutti Lady Oscar e Le avventure di Pinocchio di matrice nipponica.

Dunque il cinema su tutto. E mi chiedo: hanno influenzato la tua scrittura? Hanno agito sul tuo modo di concepire la letteratura?

I film mi hanno formato. I miei scritti si nutrono di immagini. Quando scrivevo L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), avevo in mente, prima della letteratura, la cinematografia vampiresca – tutta, dalle vette di Vampyr di Dreyer, Murnau ed Herzog, fino a cose imbarazzanti come La vampira nuda. A proposito di vampiri, posso dire una cosa sull’ultima serie Netflix? Ho visto solo il trailer e mi è bastato. Come al solito la fisionomia del personaggio è sbagliata! Occidentalizzata, anestetizzata. Il solito vampiro sbarbato e liscio, dell’immaginario Hammer – anni Cinquanta del secolo scorso! Dracula è un essere belluino, irsuto, pieno di peli, zingaresco, sudicio, una bestia! A quando un Dracula vera belva assetata di sangue? Forse solo il Gary Oldman di Coppola un po’ si avvicinava, quando appariva con mustacchi e chioma fluente… anche se siamo ancora lontani dalla vera figura di Stoker.

Il mio ispettore Drago Furlan è figlio (anche) dei poliziotteschi – e quel nome, Drago, non vi fa venire in mente niente? Ci sono molti omaggi – visivi e scritturali. A un certo punto della Primavera tarda ad arrivare fa capolino la celebre battuta di C’era una volta in America, “Che hai fatto in tutti questi anni?”. E Furlan non solo è andato a letto presto, ma ha coltivato degli splendidi pomodori.

Ho scritto una poesia in friulano ispirata a Videodrome di Cronenberg. La trascrivo qui giusto per capire di cosa sto parlando:

Atu viodût il Videodrom
di Cronenberg, chel cui
televisôrs sfrustâts?
«…».
Atu cjalât il film di Cronenberg
concresion dal me ciuviêl?
E mai ‘sti suns iò o dis e o feveli
ma te casse craniche a vivin.
«Ma no l’è come
‘n paisag là ch’i gjavin i colôrs?»
Vive le gnove cjâr!
a disevin laiù, tal video: ma
iò capiss li’ tôs perplesstâts:
i paisags ch’o viv
son di vôs e a risunin dentri,
e al pîd crot su la vie
mai tocje un madrâc velenôs,
ma dome al ciurviel
intrusions magnetiches,
trist sanc in miêc ai baits,
energies sflancjnades,
mal-strengiudes cravates.

«…».

Hai visto il Videodrome / di Cronenberg, quello con i / televisori frustati? / «…». / Hai guardato il film di Cronenberg / concrezione del mio cervello? / E mai questi suoni io dico e parlo / ma nella scatola cranica vivono. / «Ma non è come / un paesaggio senza colori?» / Viva la nuova carne! / dicevano laggiù, nel video: ma / capisco le tue perplessità: / i paesaggi che vivo / sono di voci e risuonano dentro, / e al piede nudo per la via / mai tocca un serpente velenoso, / ma solo al cervello / intrusioni magnetiche, / cattivo sangue tra i bytes, / energie stentate, / cravatte male annodate. / «…».

Da questo punto di vista, le serie non sono pervenute. O, meglio, pervenute, ma in modo incostante e irregolare: gli sceneggiati televisivi allora, Belfagor, Le inchieste del commissario Maigret, Il segno del comando, Spazio 1999…

Dunque per te il Cinema soprattutto ha influito sulla scrittura. Parlando più in generale, quale credi sia l’influenza delle arti cinematografiche sulla letteratura? In particolare sul romanzo?

In tutta sincerità: credo che il romanzo si estinguerà, lentamente, come è successo al poema epico. Le forme letterarie nascono, mutano, muoiono nel corso dei secoli. È sempre stato così. Presso il grande pubblico, il posto della narrazione romanzesca è già occupato dal visivo. Magnolia è uno dei grandi romanzi americani del XXI secolo. Non c’è partita – dipenderà pure dalla techne, ma è così. Già i romanzieri del secondo Novecento avevano un bel da fare con il cinema. Ma noi, romanzieri del XXI secolo, siamo ormai agli sgoccioli. Però questa sensazione di finisterrae non è paralizzante, anzi, mi dà una grande, benefica vertigine – so che continuerò a scrivere romanzi. Come diceva Philip Roth: La letteratura è la più grande causa persa dell’umanità. Io credo molto nelle cause perse.

La scrittura vive un abbraccio mortale con l’immagine. Personalmente ho sempre sofferto di questo, per dirla con René Char, “irreale intatto” dello scrivere, “dentro il reale devastato”. Invidio – di una sana, ammirante invidia – i pittori, loro sì che creano immagini. I registi le rubano, le immagini. Un’immagine in movimento non andrebbe nemmeno vista, ma vissuta – nel momento in cui la vedi, la vedi anche sfiorire, morire, estinguersi.

Ho cercato di capire, anche nelle interviste precedenti, se il topos dell’ekphrasis sia possibile modificando le carte. Cioè la scrittura che tenta di “ri-produrre” il cinema. Che ne pensi?

Trovo ogni tentativo di “riproduzione” non solo puerile ma anche molto presuntuoso. Ipotiposi, ekphrasis, descrizione sono categorie del Novecento – o, addirittura, della retorica classica. Indubbiamente utili storiograficamente, accademicamente (Rodolfo Wilcock avrebbe detto che servono per “pagare stipendi”), ma non fondativamente, creativamente. Non più.


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