Dracula – Tra le pieghe di Stoker

In un periodo in cui la rivalità tra le emittenti di contenuti “televisivi” si fa incandescente per via della comparsa di Disney tra i concorrenti, un player sembra voler mantenere paradossalmente la sua autonomia partecipando a più co-produzioni, pur confermando la propria tradizionale identità: a pochi giorni dall’uscita di His Dark Materials (HBO, BBC) e quasi in contemporanea all’arrivo dell’ennesima stagione di Doctor Who (BBC), l’emittente britannica BBC si unisce a Netflix per rilasciare una nuova versione audiovisiva del vampiro più famoso e adattato della storia: Dracula.

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Per questo arduo compito, tornano alla macchina da scrivere Steven Moffat Mark Gatiss che per BBC avevano già dimostrato di saper mettere mano in modo eccellente alla letteratura vittoriana con il loro Sherlock, diventato nel tempo un prodotto chiave del catalogo Netflix; la chiave del successo dei due sceneggiatori britannici si trova prevalentemente nella loro totale ed enciclopedica conoscenza dell’opera originale, da cui sanno estrapolare spunti narrativi molto spesso inediti da parte di adattamenti più superficiali.

Con Dracula questo non solo è necessario (e immediatamente visibile fin dai primi istanti), ma soprattutto non sufficiente, in quanto già altri adattamenti hanno saputo rendere perfettamente giustizia al romanzo di Bram Stoker, a partire dal Nosferatu di Murnau (1922), fino al Dracula di Coppola (1992), ritenuto una traduzione cinematografica rispettosa e coerente. Questa miniserie in tre episodi deve quindi fare qualcosa d’altro, possibilmente più coraggioso, pur restando consapevole di quanto avvenuto prima.

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I primi due episodi della serie, in particolare, dimostrano che l’intento principale della coppia di autori è far muovere la vicenda da quei punti del romanzo che Stoker ha volutamente lasciato vuoti: la degenza di Jonathan Harker presso un convento di suore ortodosse e il viaggio del Conte verso la costa britannica sul veliero Demeter. Attraverso l’approfondimento di questi due momenti, scopriamo però che la storia è costretta a divergere fortemente da quella del romanzo, per quanto la conoscenza del testo originale sembri restare necessaria per godere appieno la trama di questa miniserie.

Il primo episodio esordisce anestetizzando immediatamente il rischio di assimilare questa serie a tutti i precedenti prodotti sui vampiri – specialmente anni ’90 – enunciando in modo esplicito quanto il vampirismo sia una metafora per mettere in guardia dalle malattie veneree, specialmente, in epoca moderna, dagli effetti dell’AIDS: Harker (John Heffernan) è mostrato come un degente sieropositivo in fin di vita e, attraverso i suoi racconti, tutto ciò che in film come Intervista col Vampiro (1994) era solo sottinteso ci viene sbattuto violentemente davanti.

Attraverso ciò, l’iconografia classica di Dracula ci viene restituita nella sua pienezza: l’aspetto di Harker è quello di Max Schreck, mentre quello del Conte (magistralmente interpretato da Claes Bang) ripercorre le fattezze di Gary Oldman, di Bela Lugosi e di Christopher Lee; questo immenso repertorio tutto insieme, però, sancisce uno dei principali difetti della serie: nel suo progredire, il tutto appare come un’immensa eterocronia in cui l’insieme si mostra fin troppo moderno per l’epoca Vittoriana. Gatiss e Moffat arrivano ad esserne consapevoli solo alla fine del secondo episodio, restituendoci il loro marchio di fabbrica, come già fatto con l’episodio speciale di Sherlock – L’abominevole sposa – in cui i tempi collassano e il racconto si frantuma.

Tralasciando la mania autoreferenziale di Moffat – prestate attenzione a un dialogo sulla morte nel terzo episodio, che a molti fan di Doctor Who suonerà più che familiare – questa miniserie ha tantissimi punti di forza che rendono le sue quattro ore e mezza di durata più che meritevoli: innanzitutto, la regia è superiore a qualsiasi altro prodotto BBC firmato dai due autori, merito di un trio di registi perfettamente consapevole dell’atmosfera di ogni episodio (specialmente l’horror spinto del terzo); in secondo luogo, l’intero racconto è portato avanti come una detection classica, che porta con sé quell’elemento di cinico materialismo finalizzato a smontare pezzo per pezzo il mito del vampiro, cercando di dare una spiegazione definitiva alle sue debolezze attraverso un unico dettaglio: il sangue.

Il sangue, infatti, è la chiave per capire l’operazione attuata da Moffat e Gatiss sul personaggio e sul mito di Dracula: la famosa frase «blood is life» diventa qui «blood is lives», ponendosi come punto di partenza per rispondere a ogni domanda sul passato e sul presente del mito del vampiro; questa componente linguistica pervade l’intera miniserie, chiedendo allo spettatore lo sforzo (e poi il piacere) di farsi guardare in lingua originale.

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I fan di Dracula, da ovunque provengano, si crogioleranno nelle reinterpretazioni di ogni personaggio – troverete qui la miglior possibile versione di Van Helsing – ma non potranno evitare di chiedersi fino all’ultimo istante che bisogno ci fosse di questo nuovo adattamento, che risente in parte di successi come Lucifer e Good Omens: la risposta sta proprio in quegli ultimi, commoventi, fotogrammi.

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