The Shakespearean crossover – Shakespeare attraverso i media

La redazione di «Birdmen Magazine» propone un excursus intermediale alla scoperta delle apparizioni “crossover” di Shakespeare tra letteratura, serialità e inevitabili riferimenti teatrali. L’immortale fama del Bardo si conferma così capace di nutrirsi di contenuti variegati in occasione del 23 aprile, convenzionale data di nascita e scomparsa del celebre drammaturgo inglese e (non a caso) Giornata mondiale del Libro.

A cura di Elisa Teneggi, Nicolò Villani, Tommaso Romano e Fabio Bazzano

Dio la benedica, Dottor Kevorkian

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Medium: RomanzoAnno: 1999 | Autore: Kurt Vonnegut

«Durante la mia più recente esperienza controllata di pre-morte sono riuscito a intervistare William Shakespeare. Non abbiamo legato». Così si apre il ritratto del Bardo tratteggiato dallo scrittore americano Kurt Vonnegut nel suo diario di dialoghi impossibili Dio la benedica, Dottor Kevorkian (1999). Condotto con il distintivo, mordace umorismo di Vonnegut, il confronto tra “uno scribacchino dell’Indiana” – come l’autore stesso si definisce – e la non-più-persona che più di tutti contribuì all’avanzamento stilistico-espressivo della lingua inglese si conclude nel giro di pochi minuti con un nulla di fatto. Shakespeare deplora il marcato accento americano di Vonnegut, risponde alle domande dell’intervistatore con una sparata da jukebox di citazioni passo passo delle sue stesse opere e, insomma, il povero inviato terrestre, che si era pure premurato di complimentarsi con l’autore elisabettiano per la sfilza di sette Oscar infilata da Shakespeare In Love (1998), non ci cava un ragno dal buco. Del drammaturgo dei drammaturghi si discorre solo a mezzo interpretazione. E nemmeno San Pietro, custode delle chiavi dell’Aldilà, saprebbe dire se sia stato proprio quel William a mettere su carta i copioni e le poesie di Shakespeare, o se la vita di questo leggendario individuo sia stata tanto rocambolesca quanto viene tramandata. In fondo, nessuno si è mai sottoposto alla sua macchina della verità. Ma già si sapeva che dell’essere, o del non essere, si ragiona solo in astratto. Andiamo, sconfitti, a metterci tutti in convento. E. Teneggi


Doctor Who The Shakespeare Code

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Medium: Serie Tv Anno: 2007 | Autore: Russel T Davies

Secondo episodio della terza stagione “moderna” di Doctor WhoThe Shakespeare Code porta il Dottore (interpretato da David Tennant) e la sua companion Martha Jones (Freema Agyeman) nella Londra elisabettiana, dove al Globe Theatre William Shakespeare sta provando una sua opera scomparsa, Love Labour’s Won, di cui manca ancora il finale. La potenza dell’uso della parola da parte del Bardo diventa il nodo cruciale di una vicenda che coinvolge un complotto alieno, volto ad utilizzare la risonanza del verbo shakespeariano per liberare una pericolosa razza di invasori. Attraverso lo sguardo del Dottore e di Martha, Shakespeare (Dean Lennox Kelly) si dimostra qui un genio dalla dubbia moralità, donnaiolo e ben poco elegante, perso in balia delle parole che sembrano voler vivere attraverso la sua penna; Doctor Who si conferma qui una lente molto personale posta sulla cultura britannica, tale da voler mettere in luce connessioni e sfaccettature, incomprensioni ed esagerazioni, cercando di tenere insieme l’intrattenimento con una dimensione didattica brillante. Shakespeare non ne esce ritratto come un eroe, ma la sua poetica si esalta nel riconoscere l’estremo potere che ha la cura per il linguaggio. Pur non essendo l’unica apparizione del Bardo in Doctor WhoThe Shakespeare Code ne è sicuramente la più entusiasmante e coraggiosa, vista anche l’importanza che la Royal Shakespeare Company ha avuto nel consolidare la carriera di David Tennant. Inoltre, si cita J. K. Rowling... N. Villani


The Librarians – Seconda stagione

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Medium: Serie Tv Anno: 2015 | Autore: John Rogers

Nella seconda stagione di The Librarians Shakespeare (David Ury) compare in vesti del tutto insolite come personaggio da salvare, perché il padre della letteratura inglese non può diventare un villain senza una ragionevole spiegazione: Prospero (Richard Cox) – protagonista de La tempesta – lo possiede, ha soggiogato la sua mente, controlla il corpo del suo creatore e ne ha mutato le sembianze per renderlo irriconoscibile. Prospero è quel che in The Librarians si definisce un “immaginario”, un personaggio letterario talmente famoso e ben scritto, il cui dramma è letto talmente spesso da far sì che la sua energia psichica si combini con la magia ambientale (componente essenziale della serie, tornata a fluire nel mondo durante la prima stagione), facendo letteralmente uscire il personaggio dalla sua storia. Di regola, in The Librarians, un immaginario è una minaccia, ma non sceglie autonomamente il proprio destino, è legato all’opera che abita e anche quando se ne distacca non può evitare un comportamento simile a quello ideato dal suo creatore. Prospero è l’eccezione. Dalla pagine de La tempesta si risveglia nel mondo umano desideroso di conquistarlo. Signore della sua isola nel testo drammaturgico, vuole essere ora signore del mondo. Nella sua fisionomia egli è un omaggio al padre della letteratura inglese, poiché nella sua caratterizzazione si tenta di concentrare l’intera produzione shakespeariana. I suoi incantesimi, per esempio, sono emblematici di questa azione di sintesi: tramuta in asini i suoi nemici (il rimando e a Sogno di una notte di mezza estate), li pietrifica (vedi Il racconto d’inverno), controlla fulmini e ha per servo lo spirito Ariel (La tempesta). Il percorso di Prospero non è solo un cammino verso il dominio; egli si muove alla ricerca di un’autoaffermazione rispetto alla vita del suo creatore, fino ad impossessarsene, cosicché la sua sconfitta non può che coincidere con il salvataggio di Shakespeare stesso, attraverso un peculiare esorcismo dell’autore inglese. Ed è così che nell’ultimo episodio si prepara il rituale: non saranno acqua santa, un crocifisso e formule latine a salvare lo scrittore inglese; saranno gli oggetti di scena e le frasi delle sue opere a restituire a Shakespeare la libertà. E anche l’aiuto indiretto di John Dee, affascinante personaggio della corte di Elisabetta I, nonché conoscenza di Shakespeare, avrà un ruolo centrale. T. Romano


Westworld – Prima stagione

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Medium: Serie Tv | Anno: 2016 | Autore: Jonathan Nolan e Lisa Joy

«Tutto il mondo è un palcoscenico» diceva il malinconico Jacques in Come vi piace. Una delle frasi più celebri di Shakespeare è anche il miglior riassunto possibile di Westworld, la serie sci-fi HBO ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy e ambientata in un enorme parco divertimenti in cui i clienti possono interpretare un ruolo e interagire con androidi, dando libero sfogo alla proprie fantasie più sfrenate senza alcun tipo di conseguenza. Ma «queste gioie violente hanno una fine violenta» e presto gli androidi inizieranno a ribellarsi. La tagline emblema della serie, tratta da Romeo e Giulietta, è solo una delle tante citazioni e riferimenti più o meno palesi a Shakespeare disseminati nella prima stagione. Il vecchio androide malfunzionante Peter Abernathy, per esempio, cita passi da Re Lear, La Tempesta e Enrico IV, parte II, misteriose reminiscenze di una vita precedente. Ma anche Robert Ford e Charlotte Hale, rispettivamente creatore e direttrice esecutiva del parco, amano esibire la loro cultura citando dal Bardo, in particolare da Amleto. La serie stessa naturalmente è ricca di elementi shakespeariani (la realtà come illusione, la fugacità della bellezza, il tempo «fuor di sesto», i fantasmi – qui digitali – che ritornano) e presenta una sorprendente affinità con La Tempesta: il mago-demiurgo, l’isola come ambientazione, la dialettica veglia-sonno e memoria-oblio, e persino le perle come simbolo di immortalità (in Westworld le perle sono le unità di controllo degli androidi e svolgono un ruolo cruciale anche nella terza stagione attualmente in corso). Senza dubbio una storia fatta «della materia di cui son fatti i sogni». F. Bazzano


I Simpson Opere di pubblico dominio

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Medium: Serie animata Anno: 2002 | Autore: Matt Groening

Si sa, parte della fortuna de I Simpson è l’estrema capacità di appropriarsi di qualsiasi forma culturale, facendola propria e restituendovi una dimensione riconoscibile, amata, con la pelle gialla. Shakespeare non si salva da quest’operazione, in quanto pilastro della cultura occidentale e in quanto ideatore di storie dalla potenzialità eterna. Tra i tanti riferimenti al Bardo immortale, il terzo racconto contenuto nel quattordicesimo episodio della stagione tredici, Do the Bard, Man, è particolarmente brillante: in circa otto minuti di episodio, la famiglia Simpson riporta in vita l’Amleto, restituendo una trama solida e rispettosa, che al contempo non si trattiene da esplicitare ogni elemento ironico che accompagna – necessariamente, potremmo dire – la tragedia del dramma. La spietatezza che I Simpson si concedono in tutti i racconti che esulano dalla “normale” vita di Springfield porta questo adattamento dell’Amleto ad essere esilarante nella dimensione in cui la violenza si sussegue, in un’escalation, fino alla totale insensatezza: la vendetta non è più tragedia, bensì nonsense, in piena tradizione groeningiana. Alla fine della visione restano sorprendenti due aspetti: da un lato, l’estrema malleabilità della materia narrativa shakespeariana, in grado di adattarsi a insospettabili contesti narrativi senza sentirsi tradita; dall’altro, l’incredibile facilità con cui i personaggi de I Simpson sanno porsi perfettamente nei ruoli principali di opere altissime, eterne, restando sempre e comunque loro stessi. N. Villani


Good Omens

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Medium: Serie Tv | Anno: 2019 | Autore: Neil Gaiman

L’apparizione di Shakespeare (Reece Shearsmith) è in Good Omens un sottile omaggio alla letteratura inglese. Il Bardo non figura come personaggio in senso stretto: non occupa che pochi attimi in alcune inquadrature ad inizio dell’episodio Tempi difficili, presentandosi unicamente come drammaturgo. Nella serie il rendere l’Amleto un successo è uno dei momenti salienti che permettono all’amicizia tra i protagonisti – l’angelo Aziraphale e il demone Crowley – di consolidarsi. Troviamo qui Shakespeare in crisi: l’attore che dovrebbe dare corpo e voce al suo Amleto non lo convince e, occhi rivolti al cielo, parlando con la paesana Giulietta (chiaro ammiccamento a Romeo e Giulietta), afferma che solo un miracolo riuscirà a salvare il suo spettacolo. Sarà imprevedibilmente Crowley, e non Aziraphale, a fare l’impossibile, operando un’azione salvifica per le sorti di una delle opere iconiche di Shakespeare, e suggerirà, fra l’altro, una battuta allo stesso drammaturgo: «L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere stantia la sua varietà infinita» (Antonio in Antonio e Cleopatra). T. Romano

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