Scarlet è un revenge movie dal cuore tenero
Siamo stati all’anteprima di Scarlet, l’ultima opera del maestro Mamoru Hosoda, regista che fin dagli inizi della sua carriera ci ha regalato storie in cui il fantastico diventa un modo per raccontare crescita personale, legami e il modo in cui viviamo e consideriamo il tempo. Dal primo film di Digimon, passando per l’iconica Ragazza che saltava nel tempo, lo struggente Wolf Children, il magnifico Summer Wars e i più recenti Mirai e Belle, Hosoda ha sempre saputo prendere storie semplici e caricarle di emozioni e riflessioni sul nostro essere umani.
Con Scarlet, però, il regista prende una strada diversa, un revenge movie dal cuore tenero che però non convince fino in fondo. Hosoda si spinge verso un conflitto morale che si confronta con tragedie classiche occidentali, fondendo vendetta e pacifismo in un mix ambizioso, ma incompleto.

Scarlet – Temi
Scarlet rende omaggio all’Amleto shakespeariano, con nomi familiari e un generico setting simil-europeo. La storia si muove tra un regno idilliaco, ma pieno di cospiratori, e un un limbo-purgatorio dove le anime vagano e vengono messe alla prova. Non mancano richiami alle porte dantesche dell’inferno, un dettaglio quasi inevitabile quando l’immaginario giapponese guarda al nostro. Alla base resta la struttura classica del revenge movie: un’ingiustizia profonda, un omicidio e la ricerca di vendetta. Scarlet è una principessa che non accetta ciò che le è stato tolto e dedica la propria vita alla vendetta, anche se il percorso prende direzioni inattese. In tutto questo, Hosoda inserisce un messaggio pacifista e universale, coerente con la sua poetica, ma non sempre integrato naturalmente nella narrazione. L’aldilà diventa così uno spazio mentale dove dolore, memoria e desiderio di cambiamento convivono senza facili risposte.
Personaggi persi nell’aldilà
La prima parte di Scarlet è coinvolgente e scandisce la tensione emotiva della protagonista, tra ostacoli, conflitti e antagonisti. L’ingresso del paramedico Hijiri, nostro contemporaneo, interrompe però questa traiettoria: talmente simbolico da perdere il suo lato umano. L’eccessiva stereotipizzazione spinge la storia in modo forzato, riducendo la credibilità del cambiamento della protagonista e rendendo il suo percorso meno convincente: il racconto si sospende senza lasciare spazio per comprendere il cambiamento interiore. Trasformare la vendetta in un percorso di riconciliazione resta coerente con Hosoda, ma la sceneggiatura non riesce a darle il peso necessario, lasciando una sensazione anticlimatica. L’incontro con questo personaggio appare imposto dalla necessità di chiarire il messaggio, piuttosto che emergere in modo naturale dalla storia.
Lo squilibrio tematico influisce sulla resa finale: il conflitto emotivo di Scarlet, che dovrebbe essere il cuore del film, perde parte della sua forza e Scarlet non ha tempo per interrogarsi sulla morte e sulla vendetta come potrebbe fare Amleto. Resta in balia degli eventi e arriva a un finale più subito che conquistato. Anche per questo il riscontro in Giappone è stato tiepido: il film non parla a un pubblico preciso, risultando distante per quello locale e troppo familiare per quello occidentale.
Nonostante ciò, l’aldilà rimane potente dal punto di vista visivo. Questo limbo sospeso, tra suggestioni europee e immaginario fantasy, diventa uno spazio in cui il dolore individuale si dilata fino a una dimensione collettiva. Le luci, presenze e visioni creano però una costante sensazione di viaggio, in linea con la ricerca di identità e futuro che caratterizza la filmografia di Hosoda.

Animazione spettacolare
Sul piano tecnico, Scarlet mantiene standard elevati. Il mix tra disegno tradizionale e CGI fluida è ben integrato, con giochi di ombre, effetti particellari e palette cromatica curata. I movimenti dei personaggi funzionano sia nelle sequenze tranquille sia in quelle d’azione, con poche sfasature tipiche delle produzioni digitali moderne.
Alcuni design, come quello dello zio Claudio, ricordano addirittura personaggi disneyani, Scarlet è incredibilmente espressiva e funziona molto bene nella sua semplicità, mentre Hijiri appare più blando, con una caratterizzazione meno convincente. Il comparto musicale, invece, è meno incisivo, con un tema principale che fatica a emergere e una lunga sequenza musicale che a metà film spezza il ritmo senza aggiungere reale valore emotivo. Più decorativa che necessaria.

Scarlet, un’opera irrisolta
Nel complesso, Scarlet, il revenge movie dal cuore tenero, resta un’opera affascinante ma irrisolta. Potente nelle intenzioni e spettacolare nella forma, mostra però fragilità quando si tratta di tenere insieme le sue linee narrative. La tensione tra ambizione tematica e debolezza di sceneggiatura attraversa l’intero film: da un lato un racconto che a tratti semplifica il conflitto morale, dall’altro uno spettacolo visivo capace di restituire meraviglia e inquietudine. Anche dove la musica non lascia un segno incisivo, l’impatto delle immagini mantiene vivo l’interesse dello spettatore.
È proprio in questa frizione che Scarlet trova il suo posto: non un’opera pienamente compiuta, ma un tentativo imperfetto di usare l’animazione per interrogarsi su violenza, memoria e possibilità di cambiamento.
Un’opera che divide e non parla a un solo pubblico, ma che mostra un Hosoda disposto a sperimentare, cercando nuove forme per raccontare le stesse domande di sempre.
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