Paul Newman in 10 grandi ruoli a 100 anni dalla nascita
Cent’anni fa nasceva Paul Newman, divo che come pochi ha saputo dare forma e immagine a questa parola nel cinema a cavallo tra Hollywood classica e New Hollywood, tra i più illustri e iconici rappresentanti del metodo dell’Actors Studio, (insieme a Marlon Brando che abbiamo ricordato l’anno scorso con uno speciale). Per l’occasione, abbiamo scelto una selezione di 10 ruoli tra i migliori o tra i più rappresentativi.

Lassù qualcuno mi ama
Regia: Robert Wise | Anno: 1956
Dopo le pessime recensioni del suo esordio in Il calice d’argento (1954), il già trentenne Paul Newman è determinato a dimostrare il suo valore calandosi nei panni di Rocky Graziano per Lassù qualcuno mi ama (1956) di Robert Wise, dopo la prematura scomparsa di James Dean al quale era stata inizialmente offerta la parte. Figlio di immigrati italiani cresciuto a Brooklyn, il pugile campione dei pesi medi sembra la prova perfetta per dimostrare di saper gestire un ruolo da protagonista con intensità e rigore. L’attore, alla sua seconda e forse ultima occasione per sfondare, mette in campo tutta la tecnica appresa nelle aule dell’Actors Studio e si immerge nel disagio di un uomo cui il destino ha donato rabbia e fortuna. Ne scaturiscono un carisma e una coerenza d’interpretazione davvero rare in quella delicata fase intermedia del cinema statunitense. Quel che è certo è che si immedesima soprattutto in un giovane infestato dagli spettri di una generazione costretta a portare il secondo conflitto mondiale sulle spalle e dentro l’anima per tutta la vita. Alessandro Amato

La lunga estate calda
Regia: Martin Ritt | Anno: 1958
Non può essere un caso se nella classifica denominata National Board Review Award Top Ten Films del 1958 si trovano ben due pellicole con protagonista Paul Newman. Per La lunga estate calda di Martin Ritt l’attore si aggiudica persino il premio per la miglior interpretazione maschile all’11° Festival di Cannes, che lo consacra tra le migliori promesse del cinema statunitense. Il suo Ben Quick, vagabondo con la fama di piromane catapultato nel Mississippi delle pagine di William Faulkner, è un giovane uomo nel Northwest apparentemente ritto sulle gambe da cowboy ma irrimediabilmente spezzato dalle colpe paterne. Un melodramma intimista e soffocante, orientato alla tragedia ma con un finale di speranza. Newman lavora con instancabile audacia sulle pose del personaggio, dall’accento alla camminata, coinvolgendo lo spettatore in una nevrosi non dissimile da quella vissuta dal (e per il) Val Xavier di Marlon Brando in Pelle di serpente (1960) di Sidney Lumet, tra l’altro tratto da una pièce teatrale di Tennessee Williams coeva dei racconti di Faulkner. Alessandro Amato

La gatta sul tetto che scotta
Regia: Richard Brooks | Anno: 1958
Un incidente notturno, la doppia disfatta di un atleta dalla carriera stroncata e dal matrimonio al capolinea, costretto in convalescenza durante una chiassosa festa di compleanno. I Jeff e Lisa di Hitchcock sono qui Brick e Maggie, una coppia intenta a osservare un dramma che stavolta si consuma aldiquà delle finestre di una villa in Mississippi. Trasposizione cinematografica dell’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams, “la gatta” di Brooks è un magistrale inno alla vita e all’auto-emancipazione, dove ogni figura vive o muore a metà. Paul Newman è il tragico eroe inetto devoto al whiskey e fanatico di una verità che non riesce a trovare, un gioco di sottrazione per l’attore che alimenta il suo Brick di tensione, pulsione e repulsione. Il “represso” come personaggio invisibile vive allora nella foga di Maggie (E. Taylor) che «ha la vita in corpo» e nella meravigliosa capacità di non-esserci di un Newman senza paragoni, alla ricerca di un secondo atto o chance di vita. Sandra Innamorato

Lo spaccone
Regia: Robert Rossen | Anno: 1961
Il titolo originale, The Hustler – l’imbroglione – fotografa l’umore del film con più impietosa sincerità dell’italiano Lo Spaccone. “Fast Eddie” Nelson (in italiano Eddy “Lo svelto”), talentuoso e moralmente ingenuo giocatore di biliardo, nella rincorsa alla partita perfetta con la leggenda Jackie Gleason, nella losca complicità con l’odiato manager George C. Scott, nel tragico amore con Piper Laurie, capisce cosa significhi sul serio vincere e perdere. Robert Rossen scrive e dirige dall’abisso di private lacerazioni risalenti all’epoca del maccartismo (delatore) e costruisce un film meravigliosamente ambiguo sulla stratificata interpretazione di Newman. Fast Eddie è un vincente che trionfa perdendo o, nelle parole del grande Roger Ebert, «che finisce per accettare la realtà al posto dei sogni». Nell’apprendistato alla vita di Eddie, Paul Newman esaspera la sua ubiquità: classicamente elegante, neorealista nell’attitudine e vagamente profetico nella costruzione di un antieroe in stile New Hollywood. È la consacrazione, ma per l’Oscar bisogna attendere. Francesco Costantini

Il sipario strappato
Regia: Aldred Hitchcock | Anno: 1966
Film travagliato per produzione e per insuccesso di pubblico, considerato ormai obsoleto per tematica, Il sipario strappato del 1966 vede protagonisti Paul Newman e Julie Andrews. Lo stesso rapporto del regista con Newman non fu facile. L’attore, una delle punte massime della recitazione dell’Actor’s Studio, era abituato a intervenire molto nella costruzione del personaggio e perciò in netto contrasto con il metodo del maestro del thriller. Paul Newman interpreta Michael Armstrong, fisico nucleare e spia americana che si finge un traditore del proprio Paese al servizio dei russi, il suo scopo è quello di avere importanti informazioni riguardo segreti atomici. Alla luce dei contrasti sul set, l’interpretazione del grande attore sembra un po’ soffocata, il ruolo di Newman è a metà tra l’agente 007 e un personaggio roso dal senso di colpa di Tennessee Williams, ma è evidente che risenta delle imposizioni esterne. L’attore risalta però soprattutto nel secondo atto, quando la visione dello spettatore coincide con il punto di vista di Armstrong che si ritrova costretto a partecipare a un omicidio e a cercare di portare a termine la sua missione. Finalmente sentiamo il dramma del personaggio venire timidamente fuori. Non una punta di diamante del lavoro di Newman, ma un altro tassello per imprimere il suo sguardo di ghiaccio nella storia del cinema. Andreina Di Sanzo

Nick mano fredda
Regia: Stuart Rosenberg | Anno: 1967
Il personaggio di Paul Newman nel film è un veterano di guerra che viene condannato a due anni di lavori forzati in una prigione rurale per aver vandalizzato, ubriaco, dei parchimetri. Lupo solitario, disilluso e anticonformista, diventa per gli altri prigionieri un simbolo di ribellione contro l’autorità, insolente e carismatico quanto R.P. McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma meno istrionico ed esibizionista. La performance di Newman nei panni di Cool hand Luke (“Nick mano fredda” nella versione italiana), si regge qui prevalentemente sulla sua straordinaria presenza fisica, stravolta ma mai arresa al calore della Florida e alle spietate punizioni del boss, e sulla mimica facciale — iconico il suo sorriso strafottente: «you know that Luke’s smile of his». Con relativamente poche battute e un personaggio di cui non si conosce precisamente il passato, Newman riesce a stratificare il suo Luke con silenzi, sguardi, lacrime e brillanti monologhi fatti con gli occhi rivolti verso l’alto, a quel Dio in cui non crede. Alice Sola

Butch Cassidy
Regia: George Roy Hill | Anno: 1969
George Roy Hill sogna con Butch Cassidy la possibilità di un ultimo western, ora che – dominato ogni spazio della wilderness – il mito ha esaurito la sua funzione pedagogico-propagandistica. Esseri in bianco e nero gettati in un mondo a colori, Butch (Newman) e Sundance (Redford) sono radiati dal passato e gettati in un futuro che non lascia loro margine d’azione. Il mondo si sta digitalizzando, tra sistemi di sorveglianza sempre più stretti e conti bancari sempre più virtuali. Se del Far West non rimane nulla, se tutto è già scritto, tanto vale giocare d’azzardo (vedi La stangata) e correre all’impazzata, vaneggiando le ricchezze fiabesche della Bolivia. Inventarsi una nuova frontiera. Newman e Redford non entrano passionalmente nel ruolo, ma vi aleggiano leggiadramente, fronteggiando con ironia il destino dei loro personaggi, già morti dalla prima sequenza. Tra vecchia e nuova Hollywood, il volto di Newman (già protagonista del seminale Furia selvaggia – Billy Kid) si fa scivolare addosso la Storia, senza perdere il sorriso sornione. Niccolò Buttigliero

La stangata
Regia: George Roy Hill | Anno: 1973
La stangata è un film diviso in due. Lo spartiacque è l’apparizione su schermo di Paul Newman (Henry Gondorff) dopo circa mezz’ora dall’inizio, e potremmo dire che c’è un prima e un dopo sia per lo spettatore che per il personaggio interpretato da Robert Redford. Johnny Hooker è infatti un truffatore che fino a quel momento non ne ha combinata una giusta, risultando addirittura antipatico per le sue scelte poco sagge e molto affrettate. Poi compare un uomo ubriaco fradicio e il film prende una piega completamente nuova, così come Johnny. Paul Newman è ovviamente uno dei grandissimi di Hollywood, un attore dal carisma leggendario che pare fendere la scena con il suo sguardo blu come solo il Technicolor anni Settanta poteva renderlo. Robert Redford lo trascina dentro una vasca e gli fa piovere addosso galloni d’acqua come in una specie di rito purificatore. Da lì in poi è Newman a prendere il timone, passando dal fingersi giocatore d’azzardo alcolizzato, trasandato e facilmente spennabile fino a cambiare completamente registro nei panni di un grosso allibratore in smoking, risoluto genio della truffa e dei colpi di scena a ripetizione. Una perla dell’Actors Studio che ancora oggi risuona nel cinema americano come esempio di interpretazione da inseguire (mai raggiungere). Carlo Maria Rabai

Il verdetto
Regia: Sidney Lumet | Anno: 1982
Il verdetto esce nelle sale quando Paul Newman è già da anni considerato unanimemente una leggenda del cinema e della recitazione. Sidney Lumet, com’è sua abitudine, si abbandona alla bella sceneggiatura di David Mamet e alle intuizioni espressive del divo, cogliendone con grazia le migliori intenzioni e il massimo risultato. Dramma giudiziario, tratto dall’omonimo romanzo, empatico, onesto e rigoroso, considerato il quarto film di questo genere più commovente della storia del cinema statunitense. La stessa classifica, al secondo posto, vede La parola ai giurati dello stesso regista. Nella pellicola il quasi sessantenne Newman si dona completamente alle fattezze di un ex avvocato di successo ora alcolizzato, senza risparmiarsi neppure quando deve evidenziare la decadenza di un corpo non più giovane e sano. Frank Galvin è un uomo a pezzi, costretto a trucchetti quali spray per l’alito e collirio per nascondere il suo vizio. La resa finale rappresenta l’ennesima prova di coraggio e talento, l’ennesima sfida performativa accettata e vinta. Alessandro Amato

Il colore dei soldi
Venticinque anni dopo Lo spaccone, Paul Newman (che poi vincerà un Oscar, l’unico ricevuto come attore protagonista) torna nei panni di Eddy “Lo svelto”, anche se ora vende whiskey, gira vestito elegante ed è appagato dalla vita di coppia. Il film è affidato a Martin Scorsese, il quale, reduce dalla produzione indipendente di Fuori orario, accetta una direzione più commerciale, che sotto sotto serviva a fare incetta di premi (viene candidato a 2 Golden Globe, 4 Oscar, ma ne vincerà solo uno). Lo spaccone che fu torna in scena quando incontra casualmente il giovane Vincent Lauria, acerbo come il suo interprete Tom Cruise (nell’anno di Top Gun). Eddy diventa un mentore, anche se presto sente il bisogno di svecchiarsi, inforcare nuove lenti con cui ritornare nella green room. Una tentazione che si fa anche attoriale, con un Paul Newman ancora fresco, che tiene insieme i pezzi del puzzle di un film forse altrimenti strabordante, a dimostrazione della sua immensa grandezza sullo schermo. Andrea Marcianò
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