Per Carmelo Bene – Autografie di un ritratto | ESCLUSIVA

A volte la dimenticanza più efferata coincide con la peggiore forma di ricordo, quella che tributa onori al genio e ne addomestica la carica eversiva, per parafrasare le parole di Oreste Del Buono (Carmelo Bene, Opere. Con l’autografia d’un ritratto, Bompiani). L’insulto d’un omaggio popolare. Capita ai classici. Così è successo e succede a Carmelo Bene. Da un lato quel sacrosanto oblio, anelato da CB per più d’una vita nel continuo sottrarsi alla scena, nella lettura come non-ricordo, e infine meritato. Dall’altro, le banali glorificazioni viziate dal fraintendimento, spesso involontaria forma di insulto alla memoria. O ancora, l’assordante silenzio di chi ignora del tutto, colpevole e consapevole, la rivoluzione beniana. Per scansare quest’ultime ipotesi, a quasi vent’anni dalla morte di Bene, «Birdmen Magazine» ha interrogato alcune voci autorevoli legate ognuna a suo modo al genio salentino. Autografi sentitissimi capaci di aprire scorci inattesi, tra chi lo ha conosciuto di persona e chi non può fare a meno di riconoscervi un riferimento imprescindibile. Di seguito le interviste in esclusiva a Piepaolo Capovilla, Daniele Ciprì, Luca Ferri, Flavia Mastrella, Alessio Paiano (Centro Studi Carmelo Bene), Antonio Rezza, Elisabetta Sgarbi e Ugo Volli.  

RICCARDO BELLINI

Pierpaolo Capovilla, cantautore

In quel superbo Uno contro tutti andato in scena al Costanzo Show nel 1995 e che destò tanto scandalo e riprovazione nella platea parolaia e piccolo borghese del Parioli (scandalo e riprovazione furono pietanze di cui Carmelo andava ghiotto come nessun altro a questo mondo) Bene chiarisce, in preda a se stesso, tuonando e fulminando gli astanti, ciò che la sinistra storica non ha mai pienamente compreso: non c’è soltanto una liberazione ‘nel’ lavoro, sacrosanta – perché i diritti della persona, la democrazia, appunto, non si fermano di fronte al cancello della fabbrica -, ma anche e sopratutto una liberazione ‘dal’ lavoro.
“Ecco l’unico appunto ch’io faccio alle vostre sinistre. Perché vogliono schiavizzare la gente? Perché bisogna far lavorare in miniera, a cinquecento metri di profondità, (senz’aria, a trent’anni si muore di cancro ai polmoni) della povera gente per settecentomila lire al mese? Perché hanno famiglia? Non sarebbe meglio distruggere la famiglia, e che questa povera gente prendesse un po’ d’aria?”.
L’ozio. Il tempo liberato. L’arte di vivere contrapposta alla prigionia dello stato di necessità nella quale sono costrette le nostre esistenze. La Vita VS la Morte. Carmelo Bene ci suggerisce, imperioso, come suo solito, una domanda crudele: che ci stiamo a fare in questo mondo? Altro che reazionario.
Carmelo Bene, nel suo apparente (e ostentato, se vogliamo) nichilismo, ciecamente amato e incensato, da alcuni, costantemente incompreso, nel migliore dei casi, frainteso, nel peggiore, dai più, fu tra i più acuti critici dell’impero del profitto, del ‘produci consuma crepa’, dell’ammanettamento delle masse nelle gabbie salariali, dell’avvilimento della vita nella catena di montaggio, del sacrificio della vita nella solitudine dell’individualismo. In quanto genio, fece ciò che poté. In quanto talento, fece ciò che volle. Del genio, ebbe sempre la mancanza di talento.

[Estratto dal commento di Pierpaolo Capovilla ad Autografia d’un ritratto di Carmelo Bene, disponibile qui]

otello cb

Daniele Ciprì, regista

Io e Franco Maresco abbiamo conosciuto Carmelo Bene negli anni novanta. In quel periodo andavamo a caccia di registi, autori, attori per filmarli. Bene arrivò a Palermo per delle letture tra cui La signorina Rosina di Antonio Pizzuto. Fu la nostra occasione. Decidemmo con il suo permesso di utilizzare la voce fuori campo di questo brano per un nostro piano sequenza girato al Cimitero di Santa Maria dei Rotoli (Ai Rotoli). La cosa meravigliosa fu che mentre lui leggeva c’erano dei cani che abbaiavano e lui sfruttò i latrati come elemento sonoro. Pur nella povertà dei mezzi, tutto diventava qualcosa di armonioso.

Fu un incontro bellissimo. A parte la stima reciproca – Bene reputava Lo zio di Brooklyn un film alla sua altezza -, mi colpirono alcune sue considerazioni, una in particolare su Buster Keaton. Per lui Keaton incarnava la macchina da presa, un occhio-cinema. Per un keatoniano come me fu una lezione illuminante. Lo erano anche i suoi interventi televisivi, in cui il suo cinismo non era mai fine a sé stesso, bensì quello di una mente che faceva della crisi un aspetto artistico, solo che in questi contesti si trovava di fronte a una platea di parassiti. In pochi lo capivano.

Ecco, se penso a Carmelo Bene penso soprattutto a qualcuno che, sia nel teatro che nel cinema che nella sperimentazione, aveva una necessità, un’urgenza, mentre oggi siamo subissati di prodotti fatti solo per riempire palinsesti, di immagini bellissime ma prive di emozione. Così era anche il Sud di cui parlava Bene, un mondo spinto da un malessere e restituito senza pensare alle formule, un luogo maledetto con una marcia in più che non si era mai adagiato, così come la ricerca continua di Bene non si adagiò mai.

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Luca Ferri, regista

Mi sono imbattuto in Carmelo Bene verso i vent’anni. Per quei pochi, come lo scrivente, che si sono formati in solitudo e senza niuna scuola, l’apprendimento inizia dallo scavare autonomamente tra le macerie. Nessuno ti dice che Dalì non vale un’oncia rispetto a Giorgio Morandi o dell’abissale differenza tra Landolfi e Calvino. Devi trovare da solo il tuo armamentario letterario e i giganti sulle cui spalle lentamente salire. Del nostro in primis incontrai Nostra Signora dei Turchi, visione di rara potenza che ancora oggi mi porto addosso. Ebbi la lucida e netta impressione di essere stato fortunato ad uscire di casa quella sera.

Per una persona che aveva come metro di giudizio l’intuito e la verginità, l’impressione era quella di un viaggio nel linguaggio e nel tempo, come quando adolescente mi trovai per la prima volta di fronte ad un vulcano eruttante sulle Eolie oppure alle prime pagine dell’Horcynus Orca. In tutta la sua opera trovo, oltre alla sensazione di estasi boschiva naturale, il seme del classico. Entra quindi di diritto in una prospettiva di più ampio respiro, che trasale gli anni della sua creazione e si consegna al Tempo. A ben guardare non lo si distingue dal partenone, dall’architettura spontanea rurale bergamasca oppure dalla Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe.

Il colpo di grazia nel mio percorso avvenne alla vista delle oltre 4500 inquadrature di Salomè. Mi venne da pensare alla potenza del cinematografo e alle sue infinite potenzialità ancora inespresse. Scoprii presto che Carmelo Bene non era la normalità, ma una rarità che avrei assaporato poche volte altrove, grazie a un ristretto numero di altri autori in tutti i linguaggi umani. Fui successivamente coinvolto anche dal verbo scritto di Sono apparso alla Madonna e L’orecchio mancante.

Ebbi finalmente modo di scambiare impressioni con altre persone, alcune riconoscevano cotanta lucidità, altre si mostravano scettiche. Era talmente evidente lo scarto tra Carmelo Bene e altri autori che non poteva non esser notato, pensavo in modo lapidario dentro i miei calzoni di giovinetto. Fu il tempo in cui presi atto che non poteva essere solo l’apparato culturale individuale a permettere il riconoscimento dell’opera di Carmelo Bene: era una questione di razza. Così come esistono i cervi, ci sono anche i ratti.

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Flavia Mastrella, artista e scultrice

Chissà cosa avrebbe detto lui di questo arresto domiciliare collettivo che ci è toccato, che ci coglie dopo un lungo periodo di difficile spostamento e di mortificazione delle qualità umane…non lo sapremo mai.

Ho incontrato l’arte di Carmelo Bene da spettatore live quattro volte durante la mia vita e in tre di questi incontri mi ha aperto nuovi orizzonti. La quarta volta è stato alla Milanesiana (l’anno non me lo ricordo) c’era un nuvolone nero che si gonfiava già dalle prime ore del pomeriggio a minacciare tempesta, poco prima che iniziasse lo spettacolo mi trovai insieme ad Antonio (Rezza), Elisabetta (Sgarbi), Luca (Volpatti) e altre persone intorno a Bene che scalpitava, mentre iniziava a piovere rumorosamente. Carmelo osteggiato dagli eventi naturali non esitò a esibirsi sotto i portici del meraviglioso Palazzo Isimbardi, noi spettatori ci accalcammo vicinissimi a lui e integrata nell’azione scenica ho potuto percepire la spontanea forza magnetica che emanavano le sue parole e vedere il corpo, non più giovane e fermo, rinvigorirsi e vibrare con la gioia di esibirsi negli occhi. Lui era quello di sempre… lacerava il tempo abbandonando il ritmo delle cose alla sua voce e al suono della pioggia.

Tempo prima: “Basta – me ne vado – domani mi sposo – vado a vivere in campagna…” questo frammento da Hamlet Suite di Bene che con la voce piena e a tratti tremula declamava il testo, mi colpì nel vivo, in quel momento avevo pensato qualcosa di simile e l’ironia che trapelava durante l’interpretazione in un attimo cancellò ogni mio dubbio, tornai con energia alla mia realtà dove le vicende sono solo rappresentazione. La prima volta è stata decisamente la più affascinante, ero bambina e i miei genitori mi portarono al teatro per vedere Pinocchio di Carmelo Bene. Altro che l’epurato e patetico Pinocchio di Disney, che trovai deludente poiché a casa avevo a disposizione un libro enorme con la storia e le illustrazioni dove Pinocchio era descritto come un feroce e furbo burattino.Già da piccolissima fagocitata dalla mia famiglia partecipavo, con mio fratello alla regia, a piccoli spettacoli bambineschi… da allora, maturai la passione per la rappresentazione e cominciai a giocare al teatro…

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Alessio Paiano, Centro Studi Carmelo Bene

Tutta l’opera di Carmelo Bene è stata opera di demolizione della rappresentazione; minare le fondamenta di questa rappresentazione vuol dire anzitutto, risfogliando Antonin Artaud, compiere un atto violento verso il pubblico, lo spettatore addormentato, e divenire il corpo contundente di questa demolizione. Demolire dunque lo Spettacolo, l’inutile struttura consolatoria alla base dell’arte, il mostro comunicativo che annichilisce la forza vitale dello spettatore; per Carmelo Bene non si tratterà più solo di teatro ma del linguaggio tout court, e difatti si affermerà come uno dei pochissimi autori (mai) esistiti a essersi cimentato con successo in ogni disciplina artistica, con un fare frenetico e famelico, sfiancante e a tratti autodistruttivo, per il quale conierà il termine di ‘indisciplina’: le forme dell’arte non sono forme a sé stanti, ma s’invadono tra loro, il romanzo si fa poesia, la poesia si fa pittura, il teatro si fa poesia, il cinema si fa romanzo, perché questa è l’unica strada per sfuggire al già detto, al già visto, alla staticità dell’arte decorativa, ritrovandosi in questo al fianco di Francis Bacon (e non a caso a entrambi Gilles Deleuze ha dedicato pagine magnifiche).

Carmelo Bene pittore? Basterà leggere alcuni stralci oppure osservare alcune scene di Nostra Signora dei Turchi, opera immaginifica, barocca (e al contempo, a scanso di equivoci, anti-meridionalista) sul sud: le manomissioni operate da Bene sul colore, sulla luce, sull’immagine, la parodizzazione di elementi della cultura popolare, la storia del territorio (i turchi che invadono Otranto) che si accartoccia tra le mani dell’autore, tutto ciò rigetta la narrazione ufficiale per far riaffiorare una dimensione tutta interiore, quella del ‘sud del sud dei santi’, di cui emblema è San Giuseppe da Copertino, il Frate Asino capace di ‘tagliare lo filo’ del senso e volare in estasi, senza intenzione, in piena contemplazione di quell’introvabile vuoto (il ‘nada’ di Juan de la Cruz). Non si può diventare maestri né grandi attori: bisogna anelare appunto al ruolo di ‘cretino’, volare oltre la soglia del senso, della rappresentazione, ricreare un non-luogo che assomigli a questo ‘sud del sud’ irrecuperabile, astorico e mai esistito, e sparire da/per sempre.

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Antonio Rezza, performer

Mi legano tre ricordi a Carmelo Bene, rapidi, essenziali e oramai allacciati a una giovinezza che inizio a guardare con diffidenza. Due sono del 1998; il primo è indiretto, legato a Elisabetta Sgarbi che fece vedere a Carmelo un mio cortometraggio del 1991 La Divina Provvidenza che realizzai a venticinque anni appena compiuti. Il giudizio di Bene fu tutt’altro che tecnico, mi auspicò qualche sciagura o malattia fisica che fosse in grado di inibire la mia indole a rappresentare. Con il corpo che soffre si ragiona in altro modo sosteneva Carmelo. E questo è anche il mio pensiero, perché sono convinto che il corpo in avaria faccia un altro suono. Ma a differenza di lui, credo che un corpo possa soffrire anche se in perfetta forma, attraverso l’interruzione del respiro, malanno occasionale che ognuno si può imporre anche in regime di ditta individuale con partita iva poco agevolata e corpo infranto che ritorna intatto alla fine del supplizio. Quindi due visioni diverse che però non prescindono dalla sofferenza: secondo me per ragionare meglio non è necessaria la malattia, basta il dolore. È anche vero che con la malattia il dolore resta appiccicato. Questione di sfumature.

E fin qui il rapporto indiretto. Verso la fine dello stesso anno andai sempre con Elisabetta a vedere il Pinocchio al Teatro dell’Angelo a Roma e dopo cenammo insieme con Luisa Viglietti, enrico ghezzi, Giancarlo Dotto. Dopo la cena lo accompagnammo a casa con la mia macchina che aveva uno sterzo sportivo di cui illustrai le caratteristiche a Carmelo: era retraibile e inclinabile in assetto. Ricordo che mi chiese a cosa servisse lo sterzo elastico e si raccomandò di andare piano. Luisa Viglietti anni dopo mi raccontò che non aveva paura della velocità, forse quello sterzo lo aveva condizionato, oppure la mia dimostrazione non era stata all’altezza. Ci fermammo a comprare i giornali vicino via del Corso e poi ripartimmo. Ricordo la gentilezza e il suo silenzio in vettura. Scendendo mi ringraziò del passaggio e io ringraziai lui per essersi fatto accompagnare.

La terza volta fu a Palazzo Isimbardi nel 2000, in occasione della Milanesiana. Ero con Flavia Mastrella e andammo a salutarlo nelle retrovie dopo la presentazione de  ‘l mal de’ fiori avvenuta sotto un piovasco di grande suggestione. Lo trovammo disteso, elegante e sempre gentile. A piedi. Nei camerini, luogo sicuro, spazio blindato, roccaforte inespugnabile anche per gli assi del volante, territorio dove il tempo è sospeso e ci si attarda nel ricordo dei primi spogliatoi, che sono la parte occulta di chi si esibisce. Ogni teatro nasconde quest’anima vergognosa e riservata, zona d’ombra per confezionare l’impostura. Immagino tutti i camerini dove Carmelo Bene si è preparato. E li trovo ingrati nell’ospitare chiunque passi. Ma gli spazi non hanno coscienza e morto chi li occupava si lasciano invadere senza contegno, facendo la fine dei bottini di guerra. In certi camerini non ci si dovrebbe più cambiare. Andrebbero chiusi e buttata via la chiave. Con l’illusione che dentro ricominci la magia.

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Elisabetta Sgarbi, editrice

Carmelo Bene era insoddisfatto dalle posizioni che, tradizionalmente, consideravano che per essere un classico si dovesse appartenere al passato, aspettando in qualche modo la sanzione della memoria e del tempo. Per lui, al contrario, essere un classico era questione di capacità espressiva e comunicativa. Un classico parla fuori dal suo tempo, per tutti e per sempre: non è questione di venire dal passato, ma al contrario di capacità di essere nel tempo sempre. Vittorio Sgarbi in anni successivi ha detto, nello stesso senso, “l’arte è sempre contemporanea”: l’arte, se è, è un classico: è contemporanea di qualsiasi epoca. Per questo non passa, non invecchia, non è mai datata. E Carmelo Bene è così.

Ho sempre creduto moltissimo nel Carmelo Bene scrittore e per questo ho deciso di raccoglierne le opere e poi di pubblicare il suo poema ‘l mal de’ fiori. La sua attenzione alla parola è quella di uno scrittore: è un’attenzione assoluta, a tutte le sue dimensioni: la sonorità, le connotazioni, le etimologie, le pause e i silenzi. Raramente ho incontrato persone più attente al linguaggio di Carmelo Bene.

Credo che una figura come quella di Carmelo Bene, come di qualsiasi genio, viva nell’irripetibilità. E i tentativi di imitazione, come sappiamo, sono sempre deludenti.
Questo non significa, naturalmente, che non esistono altri talenti. Conosciamo tutti, per il teatro, il talento di Toni Servillo o quello di Emma Dante, per fare degli esempi. Con stili completamente diversi da quello di Carmelo Bene, entrambi creano delle opere uniche, e sono dei talenti unici.

Però no: neo-Carmelo Bene (aggiungerei per fortuna) non ne vedo. Vedo altro. E vedo oltre. Vedo Antonio Rezza.

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Ugo Volli, critico teatrale

Vi sono due aspetti dell’arte di Carmelo Bene, senza dubbio strettamente legati, ma che bisogna distinguere per comprendere bene il suo valore. Da un lato vi è una drammaturgia, l’elaborazione di contenuti, dall’altro un’esecuzione, un’arte dell’attore. Il luogo in cui quest’ultimo aspetto emerge con maggiore chiarezza sono le letture poetiche, ma  Carmelo Bene era in generale  molto fiero della sua “voce-orchestra” e rivaleggiava in questa dimensione tecnico-esecutiva con i grandi attori della tradizione italiana (fino agli incontri/scontri con Gassman) più che con i contemporanei esponenti della “sperimentazione”. Vi è dunque una posizione di continuità attorale anche dentro la rivendicazione rivoluzionaria della phoné.  L’altro aspetto è il lavoro drammaturgico, che si pone non solo in discontinuità, ma in una posizione di decostruzione aperta della tradizione teatrale e in genere narrativa, soprattutto per quanto riguarda la struttura basilare del personaggio inteso come rappresentazione di una persona coerente e unitaria inclusa in una storia univoca che si sviluppa linearmente nel tempo da un inizio problematico, attraverso varie peripezie fino a una conclusione liberatoria, come già insegnava Aristotele. Carmelo Bene rifiutava nei suoi spettacoli questo schema fondamentale, rifacendosi implicitamente al postmodernismo teorizzato da Deleuze, Foucault e dall’ultimo Barthes. Le sue drammaturgie vanno lette dunque anche come  apologhi filosofici antiumanistici, esplorazioni della negazione del senso, exempla ficta del nihilismo contemporaneo. Ognuno è libero di dare la valutazione che crede di queste posizioni, ma certamente esse non hanno avuto esposizione artistica più chiara, almeno nell’arte della scena.


Di seguito le nostre esclusive dedicate a Carmelo Bene:

“Sono apparso a Carmelo Bene” – Intervista a Vittorio Sgarbi | VIDEO

– Pierpaolo Capovilla legge Carmelo Bene per «Birdmen Magazine» | VIDEO


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