ESCLUSIVA | Pierpaolo Capovilla legge Carmelo Bene per «Birdmen Magazine»

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Cantautore, bassista e attore, Pierpaolo Capovilla nasce a Varese nel 1968. È fondatore de Il Teatro degli Orrori e degli One Dimensional Man. Prestandosi come voce narrante, in esclusiva per «Birdmen Magazine» l’autore legge e commenta (in forma scritta) alcuni passaggi di Autografia d’un ritratto (Bompiani, 1995), di Carmelo Bene, venuto a mancare il 16 marzo 2002 all’età di 64 anni.



CARMELO BENE
da AUTOGRAFIA D’UN RITRATTO
voce narrante e commento di PIERPAOLO CAPOVILLA


“Se non si nasce miliardari, si è spacciati per sempre”. Sembra una provocazione. È la verità. È l’ipostatizzazione di una legge affatto naturale che porta con se un destino ambiguo al quale siamo tutte e tutti condannati, fin dalla nascita. ‘Arrangiar quattrini’. Lavorare, quindi. Piegarsi al quotidiano e alle circostanze storiche.
Carmelo Bene è stato, in vita come in morte, identificato nella figura intellettuale del grande reazionario, dell’iconoclasta della modernità, dell’avversatore dello sviluppo e del progresso, il cantore sfrenato di un giusnaturalismo contrario e opposto alle vicende dell’imperialismo capitalistico. Una vera e propria manna per i fascisti nostrani, come dimostrò l’imbarazzante caso di Casa Pound che, vistasi diffidata dai parenti del poeta americano, cambiò per un giorno, un giorno soltanto, il proprio nome in Casa Bene, e venne diffidata all’istante anche da vedova e figlia del drammaturgo.
La confusione tematica dei concetti di sviluppo e progresso, al contrario dell’oggi, veniva affrontata a chiare lettere nella seconda metà del novecento. Una molteplicità di neomarxisti di diversa estrazione, da Horkeimer ad Adorno, da Marcuse a Fromm, da Althusser a Lefebvre, Deleuze, Guattari, Harvey, Dobb, e naturalmente Gramsci e Pasolini, aveva ben chiari i contorni della faccenda.
Il concetto di sviluppo economico non coincide con quello di progresso sociale. Scienza e tecnologia, nell’epoca capitalista, sono al servizio del capitale, non del popolo, e contribuiscono a quell’omologazione delle classi sociali che le spinge, tutte insieme, verso un’unica ineludibile direzione: il consumo; e con esso l’acquiescenza nei confronti di un sistema economico e politico nel quale la disuguaglianza rappresenta la regola della vita del corpo sociale. La chiamiamo ‘democrazia’. Nel frattempo, consumiamo, alla faccia del terzo, quarto, quinto, centesimo mondo, e chi s’è visto s’è visto.
Non so se solo istintivamente o anche intellettualmente Carmelo Bene avesse in mente la lunga lezione dell’antropologia moderna, che disvela – fuor di dubbio – come la comunità umana nasce nel segno del gioco, non del lavoro, della caccia, non dell’agricoltura, del matriarcato, non del patriarcato, delle forze del mistero, non in quelle di un dio antropomorfo, del consenso, non del conflitto. Certo è che ci indovina mirabilmente. E con che sagacia.
“Non si nasce per lavorare, spiegarsi, pensare…”. E come dargli torto. E ancora, “L’anagrafe, lo studiarsi di sopravvivere ci condannano all’in-formarsi, per formarsi, deformarsi, ingobbire…“. In quel superbo Uno contro tutti andato in scena al Costanzo Show nel 1995 e che destò tanto scandalo e riprovazione nella platea parolaia e piccolo borghese del Parioli (scandalo e riprovazione furono pietanze di cui Carmelo andava ghiotto come nessun altro a questo mondo) Bene chiarisce, in preda a se stesso, tuonando e fulminando gli astanti, ciò che la sinistra storica non ha mai pienamente compreso: non c’è soltanto una liberazione ‘nel’ lavoro, sacrosanta – perché i diritti della persona, la democrazia, appunto, non si fermano di fronte al cancello della fabbrica -, ma anche e sopratutto una liberazione ‘dal’ lavoro.
“Ecco l’unico appunto ch’io faccio alle vostre sinistre. Perché vogliono schiavizzare la gente? Perché bisogna far lavorare in miniera, a cinquecento metri di profondità, (senz’aria, a trent’anni si muore di cancro ai polmoni) della povera gente per settecentomila lire al mese? Perché hanno famiglia? Non sarebbe meglio distruggere la famiglia, e che questa povera gente prendesse un po’ d’aria?”.
L’ozio. Il tempo liberato. L’arte di vivere contrapposta alla prigionia dello stato di necessità nella quale sono costrette le nostre esistenze. La Vita VS la Morte. Carmelo Bene ci suggerisce, imperioso, come suo solito, una domanda crudele: che ci stiamo a fare in questo mondo? Altro che reazionario.
Carmelo Bene, nel suo apparente (e ostentato, se vogliamo) nichilismo, ciecamente amato e incensato, da alcuni, costantemente incompreso, nel migliore dei casi, frainteso, nel peggiore, dai più, fu tra i più acuti critici dell’impero del profitto, del ‘produci consuma crepa’, dell’ammanettamento delle masse nelle gabbie salariali, dell’avvilimento della vita nella catena di montaggio, del sacrificio della vita nella solitudine dell’individualismo. In quanto genio, fece ciò che poté. In quanto talento, fece ciò che volle. Del genio, ebbe sempre la mancanza di talento.


Estratto da Autografia d’un ritratto

Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento. Fin dal nostro fiorire-sfiorire alla cecità della luce, l’orale ha la precedenza sullo scritto: lo scritto inteso come morto orale. Lo scritto è il funerale dell’orale, è la rimozione continua dell’interno.
Già dalla nostra tramontante nascita incomincia un destino. Spietato, per la maggior parte degli esseri umani: se non si nasce miliardari, si è spacciati per sempre. Ci si deve piegare al quotidiano, procurare gli stimoli al progetto; invece di s-progettare, si è dannati al disegno.
Cominciò ch’era finita, come in tutte le disavventure “lorenzacce”. Fossi stato il miliardario Schopenhauer, non avrei certo scritto Il mondo come volontà e rappresentazione. Me ne sarei ben guardato: non si nasce per lavorare, spiegarsi, pensare; non si nasce nemmeno a de- pensare, perché anche questo è occuparsi del pensiero. Non si nasce a gestire, all’agire-patire: ci è tutto inflitto dalle circostanze.
Così come subiamo passivamente ogni nostra percezione prenatale, subiremo anche in seguito il significante. Nella recidività della vita, il discorso non apparterrà mai all’essere parlante.
L’anagrafe, lo studiarsi di sopravvivere ci condannano all’in-formarsi, per formarsi, deformarsi, ingobbire leopardianamente, pur d’avere una parte, quando non si vorrebbe altro che mettere da parte l’arte, come del resto la vita. Una vera iattura. La nascita è un debutto prematuro, come il “Caligola” al Teatro delle Arti nell’ottobre del ’59 a Roma. Bisognava debuttare: è sempre stata una necessità imposta.
Si è costretti all’esserci trafelato: questo piegarsi alla rappresentanza, ai libri, a questa nourriture della quale avrei fatto assolutamente a meno. Non si scampa alla volgarità dell’azione, alla scorreggia drammatica della rappresentazione di Stato. Si è obbligati allo scandalo, quasi fosse la “prima comunione” con l’indifferente prossimo tuo, con l’odiato condomino che non detesterai mai quanto te stesso.
Essere nati precocemente scorcia ogni memoria, è già oblio prematuro. Dall’infanzia al debutto. Poiché ogni nostro intento fiorisce dall’esito, si debutta malaccio, checché ne abbia pensato la critica dell’«è nata una stella» d’allora. Un po’ come nei più devastanti racconti di Scott Fitzgerald, quando sembra che la festa, il ballo al college sia stato un momento più sopportabile, la giovinezza più spensierata… Non è vero. Non c’è mai stata una giovinezza, non c’è mai stato un niente. Non c’è stata nemmeno un’infanzia, se si ha presente lo scoramento infinito di Fitzgerald.
Lo Stato, nei miei prim’anni di galera verdiana, ignorandomi nella sua proprietà di spettacolo del ministero, si limitava ad arrestarmi (sic) e non (vedi poi) a trascurarmi a tutta frusta d’assistenzialismo. Non mi sarei trasformato in cacadubbi con tanto di pensosità da cestinare, in balia dell’autocritica. Sarei restato un pezzo d’escremento non più squalificato dalle traveggole del soggetto, insensibile, al riparo dal cazzeggio (ineffabile neologismo giornalistico, paradossalmente omologato dagli addetti ai lavori dell’informazione nostrana).
Non sono nato per essere nato. Nato per lavorare, per il vicinato, per essere un buon cittadino, non essendo nato a una coscienza: non essendo nato nemmeno alla coscienza. Ho cominciato ad agire, ma non nel progetto, nell’atto, auspicando l’atto… Queste son cose che verranno dopo, dopo vent’anni. Si è catapultati una seconda volta al buio. Si è in balia del mondano e… c’è bisogno di soldi. Non si può che trovarsi in malafede. Se avessi dovuto fare il mercante di schiavi, non avrei scritto “Une saison en enfer”; avrei scritto direttamente “Bagatelle per un massacro”, ma non a detrimento (in)pacificante della popolarità invadente.
Bisogna arrangiar quattrini perché un buon reazionario possa difendersi. Cominciò ch’era finita. E il reazionario cerca nel “super- marco tedesco” l’oasi del proprio lager: il suo buen retiro.
Non è volgare come il rivoluzionario, non intende sostituirsi a nessuno, soprattutto al potere. Non vuole essere autore, autorità, padronato; e neanche servo, perché «ogni forma di coscienza è servile». È tentato, semmai, dall’inorganico. Vuole essere il niente che è.


Di seguito le nostre esclusive dedicate a Carmelo Bene:

“Sono apparso a Carmelo Bene” – Intervista a Vittorio Sgarbi | VIDEO

– Per Carmelo Bene: autografie di un ritratto


 

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