“Sono apparso a Carmelo Bene” – Intervista a Vittorio Sgarbi | ESCLUSIVA

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Le donne, Buster Keaton, Pierre Klossowski, il Maurizio Costanzo Show, l’affetto racchiuso in una dedica esibita con orgoglio. Vittorio Sgarbi si abbandona con trasporto alle memorie nel ripercorrere il suo rapporto, e quello della sua famiglia, con Carmelo Bene, dagli anni “corsari” delle conquiste femminili alla grande amicizia in età matura. In esclusiva per «Birdmen Magazine» il nostro speciale su Bene prosegue con il ricordo di Sgarbi.


Come vi siete conosciuti lei e Carmelo Bene?

Alle origini del nostro rapporto c’era una competizione che si era espressa in una specie di coazione a ripetere determinata dalla mia presenza ai suoi spettacoli e poi dal furto delle sue fidanzate. Erano i primi anni ottanta quando gli portai via Lydia Mancinelli che si fidanzò con me. Dunque ero capace di sottrarre il bene a Bene, riaccendendo in lui il desiderio di riprendere quello che era suo. Siamo arrivati quasi a sfidarci a duello, perché a un certo punto la Mancinelli decise di lasciarlo per stare con me. Ricordo le minacce di morte. E non è finita. Qualche anno dopo, verso il 1984, andai a Bologna e gli portai via Marina Polla de Luca. Con queste attrici Carmelo Bene aveva un rapporto di dominio tale che a queste tavolate in cui si andava dopo gli spettacoli le teneva piuttosto lontane da lui. Io arrivavo insidioso e cominciavo un corteggiamento molto ravvicinato. Doveva vedermi come una specie di ossessione. Dopo questi due episodi di rapina, cominciammo a frequentarci, a Otranto e a Roma. Ora, nel teatro è evidente che il regista è Dio e dunque la donna si immola e sceglie di vivere in una luce che proviene dal Divino. E tra gli attori nessuno è stato più vicino a Dio di CB. Quindi in questa visione deformata – deformata rispetto alle persone semplici – c’è stata una formidabile affinità, un incontrarci in nome di una comune dimensione di superiorità naturale che poi espletai in una celebre frase beniana che rivolsi a Berlusconi in un’assemblea dei primi parlamentari dopo le elezioni: Berlusconi disse «vedete mi trovo in difficoltà in parlamento perché io ho un complesso di superiorità», al che gli risposi «Io sono superiore senza complessi». Quindi nel benismo c’è un’idea così assoluta che ci mette in competizione soltanto con Dio. Ecco perché Bene non poteva interpretare altri personaggi.

L’operazione di Carmelo Bene stava infatti nell’uscire dal personaggio, piuttosto che nell’entrarvi…

Esatto. Questa è una bellissima formula. Mentre Strehler si poteva presumere mettesse in scena degli attori che diventavano dei personaggi Bene non era né regista, né attore. Era Bene. Lui era tutti i testi e in questo senso il suo è stato un teatro globale, la sua vita era teatro. Mi viene in mente Adriano Tilgher quando parla di Pirandello su un tema che si ritrova anche in Musil, ovvero che molti vivono una vita che è già prestabilita, quando arrivano a trent’anni è già chiaro quello che sono e quello che faranno. Fanno quindi la cosa più ignobile che può toccare a un essere umano: una carriera. La carriera è una specie di scafandro, o di uniforme, in cui essi si pongono e diventano quindi rispettati. Il professore, il dottore, l’onorevole, il ministro, lo scienziato. Poi, lentamente, tutto arriva alla fine (almeno, della carriera) e ne escono senza vita. Ecco la differenza: mentre Albertazzi e Gassman erano inevitabilmente finti, lui era inevitabilmente vero.

Bisogna «essere sinceri nel mentire» diceva Bene.

Esattamente. Poi la cosa più interessante nel nostro rapporto è che quando intorno ai miei quarant’anni sono riapparso nella sua vita, come lui è apparso alla Madonna, mi vide come un complice. Nella metà degli anni novanta entrò in rapporti con mia sorella, che ebbe l’intuizione di pubblicare per Bompiani l’Opera Omnia e poi la Vita di Carmelo Bene di Giancarlo Dotto. In quest’ultima Bene dava segno di aver guardato alla nostra famiglia con quel rispetto e quell’ammirazione che era un’eccezione, essendo sia lui che io contrari ad ogni famiglia, per cui scrisse:

«La mia avversione per la famiglia esclude un’eccezione riservata a casa Sgarbi: sono un po’ tutti pazzi vivaddio, ma è un nucleo (quel che conta) di persone, dico persone che vincolate da reciprocità affettiva vivono una rarissima autonomia individuale».

Questa frase, che amiamo ricordare, è una specie di sigillo del valore della nostra famiglia. Una sorta di Premio Nobel. Tornando ai nostri rapporti, questi erano iniziati a metà anni novanta quando io avevo ormai alle spalle molte presenze televisive, all’epoca dell’Uno contro tutti in cui CB sbertucciò in modo molto duro Guido Almansi, altro mio amico. Anche io avevo fatto Sgarbi contro tutti.

A proposito, le apparizioni televisive di Bene erano un unicum proprio per la loro capacità di scardinare e disinnescare certi meccanismi. Lei che questi meccanismi li conosce cosa ci può dire del Carmelo Bene televisivo?

Ecco probabilmente è questo che ci ha reso affini. Negli anni ottanta il mio nome per lui era associato a un fastidio per via delle mie incursioni corsare in questioni di donne ma non ero ancora noto come personaggio. Probabilmente, quel ragazzo che gli aveva portato via le fidanzate non l’aveva neanche identificato con una persona, ma con uno stronzo. Nel 1989 invece cominciai a diventare famoso, andando da Costanzo tre volte, e compiendo una rivoluzione televisiva che lui fece un po’ dopo. Così, nel momento in cui io diventavo persino più famoso di lui, lui in tv conquistava degli spazi che non aveva mai cercato. Per cui in realtà cominciò a vedermi come uno Sgarbi televisivo che gli piacque e gli fu affine. Diciamo che c’è una sgarbizzazione di CB attraverso l’uso comune del mezzo televisivo come strumento di dissacrazione e quindi il CB televisivo è un allievo di Sgarbi inconsapevole. Eravamo entrambi animali strani, dinamitardi. La tv ci unì, anzi aveva già cominciato a farlo tempo prima, in un certo senso. Bene mi raccontò infatti una cosa che mi colpì molto: ben prima che ci conoscessimo, negli anni settanta, entrambi eravamo a casa, io diciottenne e lui trentatreenne, a vedere dei film di Buster Keaton recuperati dal deposito e mandati in onda in tv per mesi. Un’impresa degna di Piero Della Francesca. Ecco, io la tv la divido in tre fasi: quella della riscoperta di Buster Keaton, quella di Quelli della notte, – una tv della spontaneità forse un po’ costruita ma senza precedenti –, e un’altra quella dell’incoronazione di Giovanni Paolo I, quando disse dalla finestra da cui confermò il suo pontificato: «quando mi hanno detto che sono diventato papa sono diventato tutto rosso» cosa clamorosa per un papa. Dopo queste tre fasi c’è la rivoluzione mia e di CB.

Carmelo Bene era più legato alla pittura e alla scultura che al cinema, per con tutte le sue idiosincrasie. Pensiamo anche alla sua amicizia con Mario Schifano, con Salvador Dalì che mise Nostra signora dei turchi tra i suoi film preferiti, o con De Chirico che spese parole molto lusinghiere su Salomé. Che cosa ci può dire dell’importanza pittorica nel cinema e nell’opera di CB?

Queste erano tutte personalità, – a parte forse Schifano che aveva comunque il problema di una sua aberrazione legata alla droga -, superiori alla loro opera. Si tratta di persone affini perché esondano dal loro prodotto: Dalì è la teatralità, un uomo d’arte che diventa uomo di teatro. De Chirico pure. Anche in queste amicizie c’è una consonanza caratteriale come nel mio caso. Sono forme, più che di amore per l’arte, di amore per l’eccedenza. Però non sono un esegeta di Carmelo Bene…

Ma parlavate di arte? Ricordo per esempio il caso delle opere di Klossowski…

Sì, certo. Parlavamo di Balthus, di Pierre Klossowsi, di Piero della Francesca… Nel 1980 io avevo fatto la mostra di Balthus con Luigi Carluccio e qualche tempo dopo feci la mostra sul fratello Pierre Klossowski. Carmelo Bene volle proprio Klossowski alla Biennale di Venezia. Scoppiò un caso giudiziario o para-giudiziario con la Biennale proprio perché sostenevano che avesse tenuto in modo illecito alcune opere del pittore. Quest’ultimo era dunque un’altra nostra amicizia in comune.

Molti ricordano la dolcezza di Carmelo Bene. Era tenero nel privato?

Era uno affettivo, non c’è dubbio. Io ho un ricordo di lui quasi come di un parente. Probabilmente questo grazie al riconoscimento, da parte sua, della mia natura, del mio temperamento, e a un rapporto molto intenso con mia sorella. Per cui, quello che ci ha legati è stata una fraternità e l’intensità della frequentazione di Elisabetta al tempo della pubblicazione. Soprattutto mi ricordo nel suo sguardo una specie di immotivato affetto, come di riconoscenza, per quello che io ero diventato in televisione, qualcosa che probabilmente gli aveva consentito di riconoscere un linguaggio comune. Ricordo poi quando a Campi Salentina sputò negli occhi di uno che gli aveva chiesto un parere. Quest’idea del disprezzo dell’altro in realtà era soltanto una specie di difesa da un mondo in cui non era possibile per lui vivere in una condizione di normalità.

Un mondo che ora al contrario sembra celebrarlo con troppa faciloneria. Quando si dice l’omaggio che diventa un oltraggio.

Quando muori vieni santificato, il che mi pare la cosa peggiore che ti possa capitare. Che si sia costretti a parlare bene di Bene, che lo facciano tutti, è abbastanza malinconico e rimpiango che non sia qui. La vecchiaia e la morte ci portano il danno di essere riconosciuti. Oggi, la morte stabilisce su di lui una coltre di rispettabilità che è una specie di ingiuria.

Un’opera di Carmelo Bene che le piace ricordare?

Mah, direi la lettura dei Canti Orfici di Dino Campana. È quello che ricordo meglio di lui. Poi mi vengono alla mente recitazioni di Carmelo Bene prevalentemente disteso, come sono io in questo momento, in situazioni di deliquio, vicino ad Ofelia, in temi, appunto, amletici.



Di seguito le nostre esclusive dedicate a Carmelo Bene:

Pierpaolo Capovilla legge Carmelo Bene per «Birdmen Magazine» | VIDEO

Per Carmelo Bene: autografie di un ritratto


Ci teniamo a ringraziare il giornalista Mauro Querci («Panorama») per la mediazione.

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