I tre segreti di “Spider-Man: Into the Spider-Verse”

Spider-Man: Into the Spider-Verse arriva in un momento molto particolare del cinema contemporaneo, ovvero in un momento in cui è sempre più palese che un certo intrattenimento di consumo non abbia più niente di nuovo da dire al suo pubblico. Scissa tra riproposizione dell’immaginario epico e imitazione di modelli preesistenti, la narrazione superomistica al cinema ha raggiunto il suo culmine lo scorso aprile con Infinity War e la prossima primavera si prepara a chiudere un cerchio e iniziarne uno nuovo con Endgame. Segue la DC che timidamente, e non senza imbarazzanti strafalcioni, cerca di ritagliarsi il proprio posto al sole, mentre le altre case cinematografiche si lanciano in una corsa all’ultima licenza per sbancare al botteghino. In questa rumorosa guerra tra case la Sony rivela sorprendentemente una doppia anima capace di raccontare qualcosa di nuovo, inaspettato e oramai necessario per salvare il genere del cinecomic da sé stesso: se infatti a ottobre la casa nipponica col suo Venom non aveva dato segni di voler innovare anche solo minimamente il filone dei supereroi, con Spider-Man: Into the Spider-Verse la Sony invece non solo innova, ma stupisce con un prodotto che non ha precedenti storici per qualità tecnica e narrativa. Parafrasando Piero Angela, se Venom si serve del suo pubblico, Spider-Man: Into the Spider-Verse serve il suo pubblico, e lo fa puntando su una quantità pressoché infinita di novità tale da rendere impossibile parlare accuratamente di questo film dopo solo una visione. Serve infatti almeno una seconda visione per provare a riunire in tre grandi gruppi, che sono poi i segreti del loro successo, i meriti dei registi Bob Persichetti, Peter Ramsey (regista de “Le cinque leggende”, 2012), Rodney Rothman e degli scrittori Christopher Lord e Phil Miller:

  1. Linguaggio

Non deve stupire che la Sony Pictures Imageworks stia cercando di brevettare la propria tecnica d’animazione adoperata in questo film, del resto si è sempre contraddistinta per uno scetticismo verso il fotorealismo di casa Pixar, e già nelle sue ultime produzioni più importanti come Piovono Polpette (Christopher Miller e Phil Lord, 2009) e Hotel Transilvania (Genndy Tartakovsky, 2012) emergeva prepotentemente la necessità visiva di abbandonare una strada già battuta, fatta di dettagli microscopici e pixel definiti ad un livello maniacale, in favore di un ritorno a un’animazione delle origini, con tratti a mano libera, colori scintillanti e disegni caricaturali. In Spider-Man: Into the Spider-Verse però questa concezione del disegno animato si incontra e si amalgama alla perfezione con il lavoro di fumettisti come la nostra Sara Pichelli e lo psichedelico Robbi Rodriguez e in generale con la tecnica narrativa sequenziale della tradizione dei comic-books americani. Il risultato è un nuovo linguaggio composto da elementi e visivi e di lettura, dove “lettura” è da intendersi nella sua accezione più immediata: veri e proprio box e baloons da leggere e senza i quali il prodotto finale avrebbe un’anima radicalmente diversa. Ogni personaggio è caratterizzato da un tratto diverso e quel tratto ha una sua storia letteralmente da raccontare. A ciò si aggiungono i pantoni tipici del lavoro di inchiostratura e chinatura i quali non lasciano spazio a fraintendimenti. Non ci troviamo di fronte al film animato tipico degli ultimi vent’anni ma a qualcosa di completamente diverso, un ponte – se vogliamo – tra pagina e pellicola, tra matita e macchina da presa, un impeto artistico e tecnico che grida con forza e husserlianamente “torniamo ai disegni in sé!”.

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Musica

Se leggete i fumetti Marvel e possedete uno smartphone allora non potete fare a meno di scaricare l’applicazione Soundcloud e iscrivervi al canale Marvel. Ogni settimana infatti la casa editrice sceglie accuratamente e rilascia dei brani da associare ai propri fumetti, rendendo così la lettura un’esperienza immersiva e sensoriale completa. Nel film Sony questa idea di lettura con più sensi è una colonna portante tanto della trama quanto della regia. Non parliamo solo di colonna sonora, curata al limite della perfezione da Daniel Pemberton, ma di un ripensamento tra musica e narrazione nei quali la prima guida la seconda, naturalizzando e rendendo fluidi molti passaggi che in qualunque altro film sarebbero parsi assurdi o insensati. È la musica a spiegarci chi sia e da dove venga Spider-Gwen; è la musica a descrivere la complessità del personaggio di Prowler; ed è sempre la musica una componente essenziale dell’intimità del protagonista. Come se non bastasse non mancano nel film personaggi che leggono fumetti veri e propri (sì, fumetti di Spider-Man), e cosa fanno questi personaggi mentre leggono i fumetti? Ascoltano la musica in cuffia. Quasi come se fosse un continuo meta-riferimento, il film esplicita la sua natura più genuinamente pop non rifiutando rotture parziali della quarta parete, ma accogliendole al fine di ricreare nel buio della sala quel tempo personale e intimo di lettura che, come sostiene Daniel Pennac, dilata il tempo per vivere. Un tempo che, come vedremo adesso, è il terzo e più importante segreto del film.

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Un estratto dal video musicale di Sunflower, una delle canzoni portanti del film.
  1. Tempo

Il tempo è relativo, ce lo ricorda proprio Miles nel film citando Einstein, e deve essere vero altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile condensare cinquantasei anni di mitologia fumettistica in appena 117 minuti di film. Un problema questo tipico di tutti i cinefumetti, ovvero il venire a patti con una produzione sterminata e diversificata della letteratura d’origine al fine di trasmetterla senza snaturarla. Spider-Man: Into the Spider-Verse non può fare a meno di confrontarsi con le produzioni precedenti, ma sfrutta bene questa possibilità ammettendo da un lato di essere un nano sulle spalle di sei giganti (di cui tre, i film di Raimi, citati direttamente), dall’altro di non accontentarsi di stare sulle spalle spiccando coraggiosamente il volo prendendo una direzione tutta sua. In questo modo il tempo adoperato per raccontare la formazione del protagonista, dilatato enormemente per dare spazio alla scoperta del sé, si contrappone alla narrazione delle origini degli altri personaggi, ridotta a poco più di qualche secondo, eppure, non si avverte nessuna ingiustizia, nessuna fretta, nessuna superficialità ma solo una passione bruciante per lo storytelling più puro. Una passione che mette in sintonia pubblico e registi e li accomuna, e in un certo senso è proprio questo il messaggio che passa il film, adoperando la maschera del supereroe: se non dimentichiamo l’importanza del raccontare storie a tutti, ognuno poi avrà una propria storia da raccontare.

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In meno di un minuto i registi riescono a raccontare la “travagliata” storia d’origine di Spider-Man Noir.

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