X-Men ’97 è un coloratissimo e feroce urlo politico
Attenzione: la recensione contiene alcuni spoiler | È parecchio tempo che aspettavamo di capire cosa avrebbero fatto i Marvel Studios con la proprietà intellettuale Mutante “riportata a casa” dopo l’acquisto di Fox da parte di Disney conclusosi nel 2019. Quest’anno, dopo un primo barlume in coda a The Marvels, abbiamo le prime vere risposte: da una parte l’attesa per l’imminente terzo capitolo di Deadpool, dall’altra X-Men ’97, serie animata Disney+ che, rilanciando lo storico titolo d’animazione di fine anni ’90, riesce a diventare il miglior prodotto Marvel degli ultimi anni, superando le aspettative e materializzandosi come perfetta immagine di quanto l’intrattenimento (anche quello a marchio Disney) possa diventare necessario e consapevole urlo politico.

X-Men ’97 si presenta nel panorama seriale come hanno fatto di recente altri titoli legacy – vedasi Ghostbusters – ovvero ripartendo proprio dove ci si era fermati, un passo dopo la fine del prodotto originale (disponibile per intero su Disney+), dando quindi per buono e assodato tutto il portato narrativo precedente. Per farlo, non solo l’estetica (comprese molte voci) è stata lasciata immutata, ma il materiale narrativo di base si è consolidato sullo stesso ciclo di fumetti – il miracolo di Chris Claremont tra il ’75 e il ’91 – su cui era basata la serie originale, comprendendo anche sigla, costumi e personaggi principali. Eppure la sensazione non è di pura e semplice nostalgia, anzi: l’effetto nostalgico diventa un eccellente strumento discorsivo all’interno di un prodotto che decide esplicitamente di dialogare con l’attualità (anche fumettistica), portando tra le coloratissime sequenze messaggi politicamente inequivocabili, come inequivocabile è il ruolo dei Mutanti in quel magistrale ritratto a vignette del mondo reale che è l’Universo Marvel.

Il merito è di Beau DeMayo, creatore del rilancio e già al lavoro su Moon Knight e Blade, che a pochi giorni dal rilascio dei primi episodi è stato licenziato da Disney con pretesti quantomeno equivoci. A voler cercare ragioni meno mondane (e più coerenti), è facilissimo trovarle proprio all’interno della serie stessa: è impossibile non sentire nelle parole di Magneto («The oppressed become oppressors» e «They even fight over who’s the best victim», per esempio) delle dichiarazioni inequivocabili, come non si può non vedere in Genosha – nazione utopica che raduna i Mutanti di tutto il mondo – e nel suo diventare un facile bersaglio da genocidio l’allegoria lampante degli atti criminali dei conflitti attuali, di cui la Palestina è il più evidente di una troppo ampia lista di atrocità, in cui aziende come Disney hanno spesso e volentieri posizioni controverse quando non complici.
Se non bastassero gli elementi espliciti, a confermare il tutto si trovano anche passaggi della serie più sottili e apparentemente in frizione con i riferimenti fumettistici: basti prendere la scena di incontro tra Rogue e Capitan America nel settimo episodio, dove il Discobolo si pone in termini decisamente distanti dalla sua controparte fumettistica o cinematografica. Il motivo – con conseguente effetto – è molto semplice: Steve Rogers qui rappresenta nel modo più superficiale possibile la bandiera che indossa, andando a identificarvi una posizione nelle conflittualità attuali che non può che portare alla reazione di Rogue. Se lo scudo impugnato da Cap non può essere usato per difendere chi è ingiustamente attaccato e massacrato, allora quello scudo è inutile (se non pericoloso).

Proprio in Rogue – uno dei personaggi più amati anche nella serie originale – troviamo uno dei punti più alti della riuscita di X-Men ’97: la sua crescita e la sua rappresentazione coprono uno spettro talmente ampio da costruirvi una profondità totalmente inedita per prodotti simili, capace di sorprendere in ogni episodio e di smuovere la dimensione passionale di una serie che eredita appieno il portato emozionale delle sue fonti. Rogue diventa l’ago della bilancia morale dell’intera narrazione corale, rimando e intensificando il ruolo di ogni altro personaggio, nonché donando unità nella grande varietà narrativa che sottende dieci densissimi episodi.

In tutto questo X-Men ’97 non perde l’occasione di adattare con estremo rispetto e consapevolezza una mole narrativa stratificata, complessa e soprattutto entrata nell’immaginario collettivo di migliaia di fan: gli X-Men di Claremont sono stati il fondamento di un certo modo di intendere il fumetto americano che ancora oggi si sviluppa da quella solidissima base tanto rappresentativa quanto discorsiva. In X-Men ’97, come nella serie di cui è seguito, alcuni momenti iconici del fumetto vengono restituiti con fedeltà e coraggio, spingendo l’acceleratore persino in momenti di estrema violenza e disturbo: basti pensare alla conclusione del nono episodio, squisitamente ripresa da X-Men #25 e trasudante tutta la sofferenza di Wolverine privato da Magneto del suo adamantio osseo.

X-Men ’97 è quindi una ventata di aria fresca nel comparto produttivo Marvel in un periodo di stagnazione che troppo facilmente passa sotto la (pigra) etichetta di franchise fatigue; la verità sembra molto più complessa: le storie per funzionare ottimamente, come in questo caso, hanno bisogno di diversi ingredienti, a partire da proprietà intellettuali forti e coese che vanno trattate col dovuto rispetto e poste all’interno di una struttura discorsiva che ne comprenda il pubblico e la portata. Disney e Marvel con X-Men ’97 hanno azzeccato tutto – ritrattando poi con il miope (se non colpevole) licenziamento di DeMayo – realizzando un prodotto che, forte del proprio portato nostalgico, si rivolge a un pubblico ragionevolmente adulto e non se ne vergogna, mostrando e raccontando attraverso i Mutanti storture e ingiustizie dell’oggi con estrema lucidità. Guardando questa serie dovremmo arrivare a dire, con orgoglio e consapevolezza, che siamo tutti X-Men! (E che Magneto aveva ragione)
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