Spider-Man: Far From Home. Traduzione, tradizione e tradimento

Tradurre, si sa, è un po’ tradire una tradizione e già nel precedente Homecoming, Jon Watts aveva dato prova di saper barcamenarsi tra tradizione e innovazione, propendendo uno Spider-Man ora familiare ora inaspettato. Con Far From Home regista e sceneggiatori ampliano e potenziano la formula vincente del precedente capitolo regalandoci un film denso di contenuti e significato, magari non perfetto ma certamente sorprendente. Per riuscire nell’impresa però Watts ha appunto sperimentato parecchio, facendo un lavoro tripartito di traduzione, tradizione e infine tradimento il quale probabilmente non soddisferà tutti ma che ha il coraggio (o l’audacia) di prendersi dei rischi, anche enormi, e di uscirne vincitore.

Traduzione

Quella di Spider-Man in Far From Home è una traduzione su più livelli, in primis in senso etimologico, ovvero uno spostamento (dal latino “trado”) da un punto a un altro, in questo caso dagli Stati Uniti all’Europa, ma per forza di cose anche sul piano narratologico: Peter Parker è in questo film al contempo centrale e decentrato. Non che il suo ruolo da protagonista venga mai messo in discussione ma la sua identità viene continuamente rimescolata e re immaginata. Sarà per via delle location o dell’atmosfera teen (e a tratti sfacciatamente ma mai fastidiosamente comica) che permea tutto il film o forse ancora la difficoltà di trovare un posto in un mondo che è uscito a stento e in parte irreversibilmente mutilato dagli eventi catastrofici di Infinity War e Endgame, fatto sta che Peter Parker non è mai la stessa persona (anche qui nell’accezione latina di “maschera”) per più di dieci minuti ma è appunto declinato e quindi “tradotto” in una molteplicità di contesti diversi. Ora è un vigilante, ora un adolescente in gita, poi un agente segreto e ancora un adolescente ma questa volta innamorato. È comprensibile che ad alcuni questi continui cambi di facce, maschere e situazioni possano dare fastidio quando non addirittura creare confusione ma a tenere insieme il tutto c’è la presenza rassicurante di Quentin Beck, uno splendido Jake Gyllenhall che, soprattutto nella prima parte, ci guiderà in un viaggio di formazione e scoperta del sé graduale ed appagante.

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Gyllenahall è un buon Mysterio? Rispondere a questa domanda è già uno spoiler ma una cosa possiamo dirvela. È perfettamente a suo agio nei panni di Quentin Beck

Tradizione

È Hobsbawm a metterci in guardia nel 1983 nel celebre saggio “L’invenzione della tradizione” dall’idea che esista una tradizione antica e immutabile. Quasi tutte le tradizioni sono recenti o comunque meno antiche di quanto si pensi e in Far From Home questa verità antropologica è elegantemente dimostrata. Se da un lato infatti “tradizionalmente” Spider-Man non volteggia nelle città europee ma è relegato al suo amichevole quartiere, dall’altro è anche vero che il personaggio Marvel per antonomasia ha una stratificata vita interiore che non conosce confini geografici. Sia che combatta contro Hydro-Man a Venezia (una Venezia resa abbastanza bene) o decolli da un campo di tulipani in Olanda, Spidey è comunque attraversato da importanti dilemmi interiori, dilemmi ai quali i lettori dei fumetti sono abituati ma che anche chi ha “soltanto” visto i film precedenti del tessiragnatele conosce molto bene. In tutta la parte centrale del film assistiamo quindi a uno Spider-Man assolutamente inedito ma al contempo meravigliosamente tradizionale, una tradizione inventata certo ma non per questo meno familiare. Probabilmente il passaggio da prima a seconda parte poteva essere gestito meglio e certamente l’ingenuità del protagonista che scatena gli eventi di tutta la seconda parte è in questo caso irrealisticamente esagerata. Ciò che conta però è che la tradizione è qui reinventata ma mai snaturata, riguardi essa il “tradizionale” Spider-Man o i vari personaggi secondari che in questo film hanno decisamente più spazio del precedente. Ci sentiamo di menzionare, oltre ai già noti MJ (una bravissima Zendaya) e Ned (un sempre più simpatico Jacob Batalon), il Flash Thompson di Tony Revolori che in questo film raggiunge punte di intensità, specialmente nel finale, inaspettate e toccanti.

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In tutto questo la Zia “ToMay” non ne esce proprio benissimo. Simpatica sicuramente durante tutto il film ma mai un personaggio fondamentale

Tradimento

Se è vero che “tradire” vuol dire profondamente “consegnare” allora la seconda parte del film ha come tema centrale il tradimento, sia come espediente narrativo, sia come strumento narratologico. È lo spettatore per primo a sentirsi tradito da ciò che accade sullo schermo, un tradimento che è proprio una consegna di ruoli e situazioni, probabilmente non del tutto inaspettata, ma certamente sconvolgente nel suo svolgersi. Si assiste a un cambio di ritmo talmente netto e brusco da provare quasi un leggero fastidio, si avverte chiaramente che la “consegna”, il tradimento quindi, è avvenuto senza che ci venisse chiesto il permesso, merito o colpa di una scrittura (che porta la firma di Chris McKenna ed Erik Sommers) chirurgicamente violenta e schietta. È proprio il caso di dirlo, tutto il secondo atto ci arriva addosso come un treno in corsa. A completare il tutto un uso magistrale della CGI, che ci regala una delle battaglie migliori nei cinecomic dai tempi di Spider-Man 2. Non esageriamo se affermiamo che lo stesso e giustamente severo Steve Ditko avrebbe amato, almeno dal punto di vista puramente tecnico, i virtuosismi psichedelici del secondo atto.

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Nel fumetto Mysterio è un tecnico cinematografico degli effetti speciali. In questo film no. Eppure sono gli effetti speciali uno dei temi del film.

Spider-Man: Far From Home miglior film di Spider-Man di sempre? Probabilmente no, primo perché definire Far From Home un film “solo” di Spider-Man è decisamente disonesto, visto la grande importanza che durante tutto il film ricopre il defunto Tony Stark. Ma in secondo luogo Far From Home è un film che ha perfettamente senso, non solo se si conoscono gli ultimi capitoli dei Marvel Studios, ma, probabilmente, solo se si ha un’idea chiara di tutto l’universo cinematografico Marvel e questa è una caratteristica che premia gli spettatori più fedeli e attenti ma va a scapito di quelli più occasionali. E non stiamo parlando di Endgame, dove ha senso cercare di chiudere più archi narrativi, ma di un film su un singolo personaggio. Considerazioni a parte sulle sovra-strutture narrative, Far From Home rimane senza dubbio una delle più belle lettere d’amore al personaggio mai realizzate e un nuovo punto di partenza non solo per l’MCU ma per ogni film monografico sui supereroi.

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