Tutti pazzi per il true crime – La storia di Lyle ed Erik Menendez
Già Platone, nell’IV libro della Repubblica, parlava dell’attrazione ancestrale dell’uomo per il macabro, raccontando la storia di Leonzio che, vedendo dei cadaveri distesi ai piedi del carnefice, si dibatte tra la ripugnanza e il desiderio di vederli. Inizialmente si copre il volto, poi, vinto dal desiderio, spalanca gli occhi e corre verso i cadaveri esclamando: «Ecco, disgraziati, saziatevi di questo bello spettacolo!».
È in questa atavica fascinazione per l’esibizione dell’orrore che affonda le sue radici il true crime, genere ibrido di grande popolarità che unisce la ricostruzione cronachistica di un crimine alla fiction, per creare una storia di intrattenimento che penetra il male e scava nella devianza umana, promettendo di essere “vera”, e per questo ancora più affascinante. Il true crime stuzzica la nostra attrazione per il macabro, facendo leva sul piacere voyeuristico di esplorare il male a distanza di sicurezza – magari sul divano, avvolti in un plaid – permettendoci di esorcizzare le nostre paure più profonde e regalandoci un piacevole senso di appagamento. I tedeschi hanno addirittura coniato una parola apposita per questo fenomeno: la Schadenfreude, il piacere maligno che si prova di fronte alle sfortune altrui.

Nell’ultimo decennio il true crime sta conoscendo una grande popolarità, con una vera e propria proliferazione di libri, podcast, documentari e serie che hanno (quasi) sempre accompagnato il grande successo a numerose polemiche. Questo perché il true crime si porta dietro alcuni dilemmi etici che riemergono nel dibattito pubblico ogni qualvolta il genere torna a far parlare di sé. Uno dei principali riguarda la privacy delle vittime e dei loro familiari: è giusto trasformare delle tragedie in intrattenimento? Che ne è del diritto all’oblio invocato dai sopravvissuti? E ancora, esiste un modo eticamente corretto per raccontare queste storie?
Questi e altri interrogativi hanno accompagnato l’uscita delle due stagioni della popolarissima serie antologica Monsters, ideata dallo showrunner Ryan Murphy, un ambizioso progetto che racconta le vicende di alcuni dei più feroci criminali della storia americana. La prima stagione, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, distribuita da Netflix nel 2022, tratteggia in 10 episodi la macabra vicenda del “cannibale di Milwaukee”, che tra gli anni ‘70 e ‘90 uccise decine di giovani ragazzi, distinguendosi per la ferocia e le modalità perverse dei suoi crimini. Il secondo capitolo, Monsters – La storia di Lyle ed Erik Menendez, uscito sul finire del 2024, si concentra invece sui fratelli Menendez, che negli anni ‘90 assassinarono brutalmente i loro genitori, Kitty e José, suscitando grande scalpore mediatico.

Già dal titolo è chiaro che Ryan Murphy sceglie di raccontare le due storie dal punto di vista del killer, cercando di penetrarne la mente attraverso il racconto di un passato traumatico e di rivelare le radici della pulsione omicida. Per quanto l’intento non sia evidentemente quello di provare a giustificare i crimini avvenuti, ma piuttosto quello di ricostruire un quadro completo della vicenda, la scelta stessa di porre l’attenzione sul carnefice e non sulle vittime è già di per sé in qualche modo problematica. Anche se Monsters rappresenta Dahmer e i fratelli Menendez in tutta la loro terribile mostruosità, la scelta di porli al centro della narrazione porta inevitabilmente il pubblico ad adottarne il punto di vista, facendolo sentire emotivamente più vicino al mostro che alle sue vittime. E dal mostrare il lato più umano di questi killer alla loro romanticizzazione il passo è (pericolosamente) breve, specialmente se la serie si regge in larga parte sull’ottima interpretazione dei suoi attori protagonisti.

Se in Dahmer la scelta è ricaduta su un attore molto amato dal pubblico, Evan Peters, con cui tra l’altro Ryan Murphy aveva già lavorato in American Horror Story, gli attori che interpretano i giovani fratelli Menendez, Nicholas Chavez e Cooper Koch, sono invece sconosciuti ai più e tuttavia sono riusciti a reggere il confronto con l’intenso sforzo metamorfico di Evan Peters, nonché con due co-star del calibro di Javier Bardem e Chloë Sevigny, nel ruolo dei genitori. Per quanto la performance attoriale sia uno dei punti di forza indiscussi della serie, l’utilizzo di due attori attraenti e dal fisico prestante, su cui la macchina da presa non manca furbescamente di soffermarsi, sembra ammiccare un po’ troppo a quel pubblico femminile tanto appassionato del genere, contribuendo ad alimentare il fascino criminale dei suoi personaggi al punto che una parte del pubblico non appare più in grado di distinguerli dagli attori che li interpretano.

Mentre in Dahmer Ryan Murphy era stato tacciato di aver raccontato una verità parziale, ignorando alcune delle storture sistemiche della società americana dell’epoca che permisero al serial killer di Milwaukee di sfuggire alla giustizia per così tanto tempo, in Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez non viene presentata una verità unica, ma la serie ripercorre la vicenda dei fratelli Menendez con una narrazione non sequenziale, che si muove continuamente avanti e indietro nel tempo e che ricostruisce le diverse ipotesi emerse durante i due processi, ponendole sullo stesso piano. La serie, insomma, non prova a convincere lo spettatore di una tesi ma mantiene un’ambiguità di fondo per tutta la sua durata, tenendo lo spettatore incollato allo schermo in attesa di un rivelatorio finale che, inevitabilmente, risulterà frustrante e inconcludente. Tuttavia, accanto a questa ricostruzione documentaria degli eventi e allo studio delle carte processuali, Ryan Murphy si è preso una certa libertà creativa inserendo elementi estranei alla vicenda – è il caso del collegamento con un’altra vicenda di cronaca, l’omicidio di Dominque Dunne, star di Poltergeist – o romanzandone altri aspetti – così l’allusione alla storia d’amore incestuosa tra i fratelli – sottolineando ancora una volta come le questioni morali siano state messe a tacere senza troppi scrupoli, pur di rendere la narrazione più “accattivante”.
La palla passa quindi allo spettatore che, per tornare a Platone, si trova nella stessa situazione di Leonzio, diviso tra dilemmi morali e desiderio di guardare. Monsters resta infatti uno dei prodotti più interessanti e ben realizzati di questo 2024, regalandoci alcune vere e proprie perle, come l’episodio 5 – il racconto che Lyle fa degli abusi del padre alla sua avvocata ripreso in un piano sequenza a camera fissa che zooma lentamente sul volto del ragazzo – che da solo vale l’intera stagione. L’augurio è che il terzo capitolo della serie, già annunciato, prenda una direzione diversa, privilegiando un approccio più critico e meno sensazionalistico. Nel frattempo, disgraziati, potete saziarvi di questo bello spettacolo!
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[…] a dominare il panorama del true crime negli ultimi anni, tra le altre producendo e distribuendo la serie sui “mostri” del crimine targata Ryan Murphy che, con il suo enorme successo – ma anche le controversie – conferma come la parabola […]