The Politician – La politica camp di Ryan Murphy

Dall’età di sette anni Payton Hobart (Ben Platt) ha sempre avuto un unico obiettivo: diventare, un giorno, il Presidente degli Stati Uniti d’America, se possibile il più giovane in assoluto. Ogni azione della sua vita lo deve portare a raggiungere quel sogno: ogni voto, ogni medaglia, ogni amicizia serve solo a portarlo alla Casa Bianca. The Politician, prima serie dell’accordo da 300 milioni tra Netflix e Ryan Murphy (qui nelle vesti di co-creatore insieme a Ian Brennan e Brad Falchuk, con cui aveva già lavorato a Glee, Scream Queens e poi a Hollywood), si prefissa di seguire ogni stagione una tappa della sua scalata politica, partendo nella prima dalla campagna elettorale per diventare presidente del consiglio studentesco della Saint Sebastian High School. Tra avvelenamenti, tradimenti, malattie finte, The Politician ricordava l’esagerazione camp di Glee e Payton Hobart assomigliava a un Kurt Hummel svuotato da tutti i sentimenti. Nel finale della prima stagione, con un flashforward di tre anni, la narrazione aveva abbandonato il liceo per approdare a New York, dove il team di consulenti che lo aveva accompagnato nella prima campagna (McAfee Westbrook, interpretata da Laura Dreyfuss, e James, interpretato da Theo Germaine) lo spinge a provare a farsi eleggere senatore dello Stato di New York, spodestando Dede Standish (Judith Light), politica ormai giunta al suo tredicesimo mandato.

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The Politician, nella sua seconda stagione, segue la nuova campagna elettorale di Payton Hobart e la scala molto più grande di questa operazione non fa altro che complicare la narrazione. Se il liceo poteva essere rappresentato come un microcosmo e risultare quasi distaccato dal presente, il mondo esterno non permette passi falsi. La sigla della seconda stagione presenta dei vaghi riferimenti all’epidemia del COVID-19: igienizzanti per le mani e inviti al distanziamento sociale. Peccato che qualsiasi altro rimando alla realtà sia o in ritardo di almeno un anno o insensibile. Ad esempio, il personaggio di Infinity Jackson (Zoey Deutch) torna nella seconda stagione come una parodia ai limiti dell’insulto di Greta Thunberg (che invita persino a riutilizzare l’acqua della doccia per farsi il caffè). Georgina Hobart (Gwyneth Paltrow), madre di Payton, passa dall’essere una versione sopra le righe della sua interprete al diventare un’aspirante Trump, suggerendo durante un dibattito la secessione della California senza che nessuno si allarmi. Un intero episodio della seconda stagione è dedicato alla cosiddetta “cancel culture”, alla tendenza a cancellare soprattutto celebrità per atteggiamenti problematici del loro passato, ma questa viene affrontata in modo estremamente superficiale e la persona incriminata non mostra il minimo rimorso per le proprie azioni.

The Politician si concentra sulla campagna elettorale rendendola trasparente agli occhi dello spettatore, mostrandogli gli scandali, gli sbagli di entrambe le parti, il sostenere cause importanti solo per ottenere approvazione. Il problema è che l’opinione pubblica è sempre ridotta a semplici percentuali. La risposta a qualsiasi scandalo è un “Adesso sei sotto di dieci punti nei sondaggi”. La seconda stagione prova come la prima ad uscire dal microcosmo con un episodio “stand-alone” che segue degli elettori, in questo caso madre e figlia (la prima sostiene Dede Standish, la seconda Payton Hobart).  La puntata affronta, come gran parte della stagione, il tema dello scontro generazionale, ma, attraverso un focus più preciso e un punto di vista esterno alla bolla dell’élite politica, l’analisi riesce a essere più pungente e sincera.

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The Politician, nella seconda stagione, finisce per cadere in alcuni errori già commessi nella prima. Da un lato è talmente innamorata del privilegio dei suoi protagonisti, che finisce per perdonar loro qualsiasi scorrettezza, e vuole che il pubblico faccia lo stesso. Nasconde sotto un’estetica patinata che ricorda Wes Anderson una rappresentazione camp della politica corrotta, che rischia di sfociare nella celebrazione. Dall’altro lato invece la seconda stagione finisce per assomigliare troppo alla prima, proseguendo in una fittizia ricerca di se stesso da parte del protagonista, che torna sempre al punto di partenza. Un eventuale rinnovo, suggerito dal finale di stagione, dovrebbe cercare modi per rinverdire la serie allontanandola dagli stilemi del passato.

Ad elevare The Politician però ci pensa il cast. Se il team di Payton passa in secondo piano in questa stagione (peccato soprattutto per Lucy Boynton e la sua Astrid), trovano il modo di splendere le veterane Judith Light e Bette Midler (nei panni rispettivamente della senatrice Dede Standish e della sua consulente Hadassah Gold). A questa coppia spettano alcuni dei momenti più divertenti dell’intera stagione, e il rischio è che il pubblico possa finire per preferire una stagione su loro due, piuttosto che su Payton Hobart.

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