Un sogno chiamato Anora – Amori, miraggi ed errori di gioventù in Sean Baker
Anora, ultima eroina di Sean Baker, rapisce e ammalia lo spettatore lungo tre atti che, per inseguire l’illusione di un amore, spostano il dramma sempre un un po’ più in là. Nella struttura, è la storia rovesciata di una principessa che sembra seguire il solco di Cenerentola, Cabiria e Pretty Woman, nell’orizzonte tradizionale dell’amore come scoperta di sé. Un amore spontaneo, infantile, catulliano, candidamente erotico, che presto sconfessa il romance in favore di una parabola indomabile, capace di decentrare in continuazione le aspettative di chi guarda.

Anche Anora, come Jane di Starlet (2012), Sin-Dee di Tangerine (2015), Halley di Un sogno chiamato Florida (2017) e Mikey di Red Rocket (2021) è una sex worker, un’altra protagonista per la quale sopravvivere significa innanzitutto performare in una sfera che il privilegio relega all’intimità. In un presente in cui il lavoro significa vendere una performance, il sex working è per Sean Baker osservatorio privilegiato su un’America che, schiacciata dalla disparità, si muove sognante tra le fiabe urbane.
La fiaba di Anora porta il nome del “principe” Vanya, rampollo irrequieto di una famiglia di oligarchi fuoricampo che dopo averla conosciuta nel night in cui lavora, la paga per una notte d’amore, poi per una settimana, poi la sceglie come moglie in una folle trasferta a Las Vegas. Una fiaba che cresce ribelle seguendo in montaggio il ritmo irresponsabile della gioventù, almeno fin quando la realtà di interessi, divergenze culturali e classi sociali non torna prepotente a uccidere le favole.

Tutto ciò che in Anora è originario, identitario, familiare è un ostacolo. Anche per questo, è impossibile identificare il film con un genere, un esito scontato, neanche con un linguaggio univoco: Anora, di origine uzbeka, capisce il russo ma non vuole parlarlo, cela la provenienza sotto un inglese americano perfetto e il diminutivo Ani, vive l’immaginario USA senza badare alle etimologie – “Igor significa mostro con la gobba” – e, come altri protagonisti di Sean Baker, sogna Disneyland: il non-luogo per eccellenza, città dis-identitaria, senza storia, villaggio globale di pop capitalista arroccato nel nulla delle suburbia.

In un film in cui le differenze culturali e linguistiche celano, sotto i guizzi comici, la violenza di una società globalizzata eppure divisa, la parabola di Anora è, in fondo, l’accettazione di un’appartenenza, l’elaborazione di un’incomunicabilità collettiva attraverso il trauma privato e amoroso. Uno svelamento di una violenza che, analogamente a come faceva The Brutalist, capovolge il mito americano attraverso lo sguardo straniero, rendendolo notturno, oscuro, condannato a una certa tragicità.
La partita del film si gioca nello scarto mai ovvio che sta tra cinema e realtà, tra festa e risveglio del giorno dopo. È filmata in pellicola 35 mm ma conserva in sé anche l’estetica ultramoderna dello smartphone che già connotava Sean Baker; pedina da vicino il dolore che è crescere ma è anche un esilarante hangover movie, è una brillante commedia da camera ma è anche un dramma desolato, opera che intrattiene ma anche intensamente umanista, solidamente scritta ma anche immediata, interpretata ma soprattutto vissuta, immersiva.

Questo perché Baker fa parte di quella generazione di registi che ha trangugiato fiumi di cinema e immaginario: come tanti videomaker oggi, ha montato e colorato Anora con il pacchetto Adobe, scelto la colonna sonora su Spotify, ha una collezione di locandine cult su Instagram e ha scritto fiumi di recensioni su Letterboxd. Insomma, vive il cinema nella sua epoca espansa. Una consapevolezza cinefila che rivive in un film che evoca con naturalezza tanta storia del cinema per poi smarcasene.
In Anora c’è la commedia americana, dalla screwball a Todd Philips, c’è lo sguardo agli ultimi di Loach, c’è il no-sense di scagnozzi tarantiniani senza gangsterismo e vendetta, c’è la discesa agli inferi metropolitana che va dalla New Hollywood ai fratelli Safdie e c’è tanto teen drama che unisce la nostalgia del Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson al nichilismo indie di Sofia Coppola e Andrea Arnold. Ma soprattutto c’è il realismo di Sean Baker, uno sguardo che emancipa il film dalla sua portata cinefila, rendendolo qualcosa di totalmente nuovo rispetto a quanto detto.

Perché il genere “cinematografico” in Anora svela e mortifica il suo idillio dietro la nettezza emotiva del naturismo urbano tipico di Baker, del ritorno alla realtà, laddove rom-com e coming of age tacciono e ricomincia la vita. Una bipolarità che Baker, qui alla sua prova più matura, gestisce con equilibrio, confermandosi come uno dei pochi capaci di usare i mezzitoni, di saper trasporre nel territorio aspro dell’America marginale, del dramma popolare, quelle venature dramedy che Baumbach dedica ai salotti alto-borghesi.
La storia di Anora svela la scalata sociale come miraggio, la gioventù come territorio comunque dipendente da schemi e appartenenze, ma soprattutto l’amore puro come un inganno, un costrutto cinematografico che mistifica il reale, decentra da sé stessi e dalla lingua che abbiamo scelto, portandoci ad ammirare i soliti irresistibili protagonisti e distraendoci da validi, amorevoli, comprimari. Insomma, Anora, Palma d’oro alla 77ª edizione del Festival di Cannes, nega le narrazioni ufficiali. Ma è un film straordinario perché lo fa ridendoci su, col sorriso disperato di chi sa di aver fatto una bravata, un errore di gioventù.
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[…] Cenerentola, Cabiria e Pretty Woman contemporanea all’inseguimento di un sogno d’amore infranto che capovolge l’american dream lungo una rocambolesca bravata notturna che unisce screwball e intimismo, fiaba Disney(land) e sex-working, i pedinamenti del neo-neorealismo di Sean Baker e i fasti della commedia americana e della New Hollywood, immergendo tutto nella metropoli multiculturale, mal comunicante e globalizzata dell’oggi. Una rom-com festosa che in realtà è disperato coming of age. Bellissimo. Matteo Bonfiglioli | Leggi l’articolo completo […]
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