Marcello Mio – Cinema spettro, cinema orfano
In Marcello Mio di Christophe Honoré ogni personaggio è una persona. Chiara Mastroianni è Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve è Catherine Deneuve, Fabrice Luchini è Fabrice Luchini, Melvil Poupaud è Melvil Poupaud, Stefania Sandrelli è Stefania Sandrelli, Nicole Garcia è Nicole Garcia. Non c’è maschera. Ogni interprete rinuncia alla totalità dell’essere interprete, accetta di inserire i suoi modi, le sue pose, il suo nome, il proprio vissuto nella finzione. L’auto-fiction diventa un omaggio all’unico personaggio dichiaratamente “interpretato”: Marcello Mastroianni.

Ma se Marcello Mio, in concorso a Cannes77, si limitasse a tributare un attore mastodontico, soffocherebbe sotto la sua portata iconica, si sminuirebbe a ritratto commosso, “santino” del cinema di oggi verso il cinema di ieri. Nella figura di Mastroianni, maschera di tante maschere, si riassumono l’evitamento e insieme la rimozione di una crisi identitaria, genealogica, personale e cinematografica. Si guarda a una vita bigger than cinema, un’assenza famigliare che si attualizza come ingombrante ed eccessiva presenza cinematografica. Una leggera ma imbalsamante nostalgia che permea il presente di Chiara Mastroianni attraverso un album di pose, ricordi e mancanze che è privato, ma soprattutto pubblico.

Così la figlia diventa cos-player, sosia tra i sosia nei sonnolenti salotti televisivi generalisti: simbiotica, mimetica eppure goffa personificazione di un padre che è diventato immaginario collettivo. Marcello mio, nostro, di tutti. L’emancipazione dell’oggi dal passato passa da un memoire che fa del cinema, come spesso accade in Honoré, un territorio dell’incertezza identitaria, una zona di crisi in cui rimuovere un presente che non si riesce comunque a smettere di esplorare.
Marcello Mio è un meta-film, non perché cervelloticamente auto-riflessivo, ma perché conscio di un presente saturo di immagini. Quella di Marcello, icona di leggera, autoriale e insieme divistica bellezza, talismano di un cinema rimpianto, ma in fondo soffocante, prepotente, ancora capace di tiranneggiare sul presente di artista e figlia irretisce il qui e ora di Chiara, è echeggiata già nell’incipit.
Nel flusso delle prime, veloci inquadrature del film, una mano imita il ciak; subentra il lento, spaesato presente di Chiara Mastroianni che, come Anita Ekberg, entra in una fontana. Una citazione dichiarata eppure negata in partenza dalle urla della regista, dai grossi stivali di gomma, da violenti schizzi d’acqua sul volto della protagonista, insomma da una serie di espedienti che accomunano fasti e fastidio di un’arte.

Il cinema come shock, seccatura. «Devi essere più Mastroianni, meno Deneuve» le dice Nicole Garcia, mentre la provina assieme a Fabrice Luchini, irresistibile spalla. Lei la prende fin troppo alla lettera. Di notte fa un incubo e, al risveglio, lo rivive. Mentre i titoli di testa bruciano l’emulsione del volto paterno in pellicola, il presente dell’attrice vede il suo volto sparire sotto quello del padre, presentato allo specchio con la grossolana tecnica del face-swap da Instagram.
Il passato di un cinema analogico e di un presente digitale, ma soprattutto l’altrove paterno e l’oggi di una figlia, iniziano a coesistere sulla scena: Chiara si fa chiamare Marcello. Si veste come lui, parla come lui, assume il suo carattere e inizia a camminare di notte come il babbo in tanti suoi film. Polpetta – così la chiamava lui – passeggia per Parigi, incontra nuovi amori, amicizie, palchi da cui esibirsi, nel territorio mediano che sta tra un timido affacciarsi al nuovo e il frammento del passato (di un padre, di una figlia).

Chiara si rivede accanto a sé stessa bambina, diviene istanza paterna di sé stessa. La macchina da presa diventa osservatorio di un tempo misto, intimamente legato al gusto dell’attimo, alla tappa umbratile e non produttiva del girovago notturno. Marcello Mio assume i tratti un biopic en plain air che agita e scuote lo sguardo che lo filma, un memoire vissuto, più che interpretato, a tratti introflesso, letteralmente – non poteva essere altrimenti – esibizionista ma non gratuito perché urgente nel modo in cui racconta la contemporaneità delle immagini.

In Marcello Mio, il cinema si elabora, perché orfano di un passato, come in tanti altri titoli della contemporaneità. Dalle simbiosi interpretative dell’essere-performer Oscar in Holy Motors di Carax, alla commossa rimozione di un presente irrimediabilmente digitale de La Belle Epoque di Nicolas Bedos, dalle iconiche principesse sperse nel museo del cinema in Spencer e Jackie di Larrain, passando per Sull’isola di Bergman di Hansen-Løve, fino a Personal Shopper di Olivier Assayas. Un cinema che vuole filmare l’invisibile per raccontare la fantasmatica ma prepotente genealogia delle sue icone. Un cinema a cui va benissimo sparire per sempre tra le altre immagini, per ritrovare l’essenza dell’individuo, riscattarla, oppure condannarla alla sua crisi.
La messa in scena diventa happening, l’interprete diventa un individuo, il padre un abito, un volto da indossare. Marcello Mio coglie l’oggi come figlio d’arte, protesi identitaria del passato. Non offre soluzioni alla crisi, perché delinea una realtà colma di interpreti, una finzione priva di attori. Appare come opera centripeta, innamorata del suo fulcro intimo, perché più che riflettere sul cinema, si specchia dentro il suo immaginario. È cinema delle icone, un po’ arrabbiato, perché sperso, ma docile come un bambino. Dolcissimo.
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