Caught by The Tides – Riguardare la Storia è guardare per la prima volta | Cannes 77
Escludendo il Leone d’Oro a Venezia nel 2006 per Still Life e un Prix du scénario a Cannes nel 2013 per Il tocco del peccato, Jia Zhangke, autore portante della sesta generazione del cinema cinese, è sempre tornato dai grandi festival internazionali che lo hanno ospitato a mani vuote. Certo, i premi non sono (affatto) tutto e i riconoscimenti da parte di pubblico e critica in particolare sono dei più marcati nel panorama del cinema contemporaneo. Ma fa una certa impressione constatare come un lavoro sempre così acuto sulle immagini e l’innegabile fascino che esse producono finiscano spesso per essere confinati alla menzione, poste in secondo piano. È andata così anche con Caught by the Tides, sesta partecipazione del regista cinese al concorso principale a Cannes 77. Tutto il cinema di Jia Zhangke muove da una strettissima interconnessione tra propensione documentaristica e cinema a soggetto. Spesso questa si è tradotta in titoli che funzionavano come un dittico, di cui uno costituiva il primo dei due elementi e il secondo l’altro. Dong e Still Life, appunto, Unknown Pleasure e In Public. Altre volte queste due anime si confondono o compartecipano, come in 24 City e come lo stesso, bellissimo Caught by the tides. Si parte (come spesso accade nei suoi film) dalla Cina settentrionale, regione dello Xanshi, città di Datong. È il 2001, Guo Bin (Li Zhubin) e Qiaoqiao (Zhao Thao, moglie e attrice feticcio del regista) sono una coppia di giovani che vive tra piccoli lavoretti, divertendosi al karaoke e andando per locali a ballare. Solo che Guo Bin sente di poter dare un’impennata alla sua carriera approfittando della costruzione della Diga delle Tre Gole che sta trasformando irrimediabilmente l’intero paese, dandosi così da fare con la speculazione edilizia altrove. Si allontana da Qiaoqiao con la promessa di rivederla presto, ma non lascia traccia di sé. Solo dopo anni e anni di ricerca, la donna riesce a trovarlo e decide di separarsene definitivamente. Nel 2022, ben più anziani e dopo l’epidemia da Covid-19, la Cina è ancora una volta cambiata, e i due si incontreranno nuovamente, con estrema casualità.

È tutta qui la storia, il soggetto del film. Amori irrisolti e traditi e ricerche trascinate per decenni nell’attraversamento di un paese gigantesco che avevamo già visto in Unknown Pleasure, Still Life (soprattutto), ma pure in forma diversa in Al di là delle montagne e I figli del fiume giallo. Solo che adesso sono persino più essenziali, ridotti così all’osso che non c’è neppure dialogo tra i personaggi, solo scambi di sms o trascrizioni su fondo nero delle parole di Qiaoqiao come fossero intertitoli del cinema muto. E anche togliendo alle immagini questi ultimi riusciremmo a comprenderne il significato, similmente a quanto accade in un film come Days di Tsai Ming-liang, volutamente privo di sottotitoli. Cosa vuol dire? Che si tratta di una storia nota, già tracciata, di cui gli estimatori e frequentatori dell’autore cinese conoscono i risvolti e le evoluzioni: un rapporto che è una cosa un tempo ed è un’altra cosa in un altro tempo; due amanti che attraversano la Storia e ne assimilano a fatica i processi trasformativi. Così essenziale e così riscritta, ripetuta, la storia di Guo Bin e Qiaoqiao si propone come sorta di antigrafo di tutte le storie del cinema di Jia Zhangke. Volendo parlare ancora per termini filologici, l’originale, l’idiografo, sarebbe da ricercare in un disegno mentale di cui la narrazione sintetica di Caught By The Tides rappresenterebbe appunto il modello da tradire nelle altre versioni. In questo modo lo sguardo si svincola dall’esile strato narrativo e prende a esplorare ciò che le immagini davvero esprimono, contengono, e la loro composizione in particolare. Ci accorgiamo che per raccontare 20 anni di trasformazioni, Jia Zhangke pesca dal suo stesso archivio, opera un recupero archeologico del materiale girato e storicizzato attraverso i suoi film, a partire da sequenze del 2002 in cui Zhao Thao e Li Zhubin appaiono giovanissimi, girate per Unknown Pleasure e riutilizzate ora come found footage. Giustapposte a queste, sequenze recenti girate in digitale e alterate per integrarsi alle immagini del passato. Si suturano così in un montaggio di poesia estrema le forme e i luoghi e i tempi e i corpi di cui Jia Zhangke si è servito lungo la sua carriera di cineasta per cogliere l’idealizzazione dei processi trasformativi finita sempre più per trascolorare nella disillusione, nella luce diafana di un presente che ha spento le promesse di libertà e ricchezza con cui i giovani cinesi cavalcavano i primi tempi del nuovo millennio. Il volto di Zhao Thao tiene poi tutto assieme, tra ringiovanimento digitale dei tratti e materiale d’archivio così copioso nel tempo – il suo corpo continuamente trascritto, raccontato, pedinato – da renderla sostanzialmente onnipresente nelle immagini, anche quando queste superano di molto gli entusiasmi delle Olimpiadi del 2008 e si spingono all’ultima pandemia.

Non c’è tregua e non c’è luce negli occhi di Qiaoqiao che conduce la sua ricerca di Gu Bin in silenzio e smettendo pian piano di cantare, di ballare. Il presente della Cina di Jia Zhangke è ineffabile, nebuloso, rappreso tra ciò che non si può più fare e ciò che non si può ancora (forse mai) fare. Cosa ci dicono, allora, queste immagini già battute, utilizzate, quindi già significate? Potremmo dirla ripensando ad Agamben, a proposito del ritorno dell’identico. Le sequenze recuperate dal passato e inserite in una partitura nuova arrecano con sé una novità, “il ritorno in possibilità di ciò che è stato”. Nel senso che il passato torna a vivere come orizzonte di possibilità, come finestra in cui qualcosa non solo accade di nuovo ma, appunto, rivisto e rivisitato nel presente, è come se si offrisse a indecidibile spazio di lettura, tra rivisitazione di una soglia e insieme percezione di un tempo nuovo e reale. Il passato degli entusiasmi di Qiaoqiao in piedi sul palco e più in alto delle teste del pubblico, ridente, divertita, è cosa nuova rispetto alla sua prima lettura. Come lo è anche la sequenza in cui Zhao Thao è risospinta continuamente indietro da Li Zhubin quando prova ad allontanarsi da lui senza successo in una sequenza che riproduce un litigio. Le onde del titolo che la colgono sono quelle stesse onde della Storia che colgono tutti quanti, senza posa, ripetutamente, e per cui quindi un’immagine presentata ora per la seconda volta ma poetata con versi e metri (ancora vecchi e nuovi) differenti dalla prima, rieduca per un attimo lo sguardo sottraendolo al contatto con una materia spuria e inerte, che è invece percezione attiva di un incontro con i flussi e riflussi della Storia. È così che il cinema può diventare davvero l’arte della memoria e del tempo. Qiaoqiao e Guo Bin si rivedranno quando le aspettative sono state tradite e l’abisso è ripiombato nella forma imprevista di una pandemia globale. Quando lui cercherà di sposare la nuova frontiera verticale di TikTok per far carriera e lei forme di empatia nel sorriso sintetico di un robot da compagnia all’interno di un ipermercato, si riconosceranno dallo sguardo oltre le mascherine. Volti spenti e descritti dalle rughe in cerca un’ultima volta della parola inespressa e del contatto. Ma le onde chiamano e non resta per Qiaoqiao che correre nella notte trascinata dalla scia di maratoneti muniti di braccialetti e scarpe luminose. E nel silenzio della corsa, dopo che la sua voce è sempre stata soffocata dalla densità agglutinante del tempo, lanciare un grido.
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