“What if…?” Stagione 2 – Una recensione politica
I Marvel Studios chiudono l’anno con un gustoso calendario dell’avvento che ha il sapore del pranzo dopo le feste: un rimpasto degli avanzi più che discretamente preparato e servito come qualcosa se non di nuovo, almeno di non completamente riciclato. La seconda stagione di What if…? è comunque la portata migliore dopo il terzo capitolo dei Guardiani e di sicuro il miglior prodotto sul Multiverso dei Marvel Studios del 2023, anche più della seconda stagione di Loki. Ciò non basta comunque ad allontanare i sospetti che gli Studios rimangano allo stato attuale i peggiori nemici di loro stessi e che si stia cercando di prendere continuamente tempo in attesa di dare una chiara direzione almeno alla “saga del Multiverso”, la quale, orfana ormai di Johnathan Majors, è manchevole ancora di più di un identità ben definita. In questo senso What if…? si conferma ancora più della prima stagione una serie profondamente furba, tanto sul piano narrativo e di scrittura quanto sul piano politico.

Smettete subito di leggere questa recensione se nella vostra testa una voce ha esclamato «che palle! È solo una serie animata di supereroi, non possiamo astenerci dalla politica?». Risparmiandovi l’ormai tedioso ma non per questo meno valido argomento che non esiste soft-power che non sia politico (si consiglia in questa sede la lettura di Fumetti e Potere di Andrea Silvestri), la serie necessita di una disamina politica almeno per due motivi: il primo perché siamo sotto le Feste e non esiste che si arrivi a qualunque pranzo o cenone senza un minimo di cartucce politico/polemiche coi parenti, anche se parlate di fumetti, cinecomic e animazione; secondo perché, anche a voler evitare di avvelenare le tavolate, in questa serie è stato introdotto un personaggio che è solo politico: Kahhori, che assieme a Captain Carter è l’ambasciatrice di tutto ciò che questa stagione ha da dire. E appunto, cos’ha da dire questa stagione?

Ancora più rispetto a due anni fa, la serie mette in primo piano personaggi femminili non abbastanza o adeguatamente sfruttati nel medium di riferimento (il cinema o comunque tutto ciò che è live-action): Nebula, protagonista di quello che è forse l’episodio meglio scritto, Mar-Vell, Gamora, Hela e ovviamente Peggy Carter. A differenza poi della prima stagione, dove la maggior parte degli episodi aveva un esito tragico per via delle differenze dagli eventi principali, in questa seconda manciata di storie si cerca di dimostrare come invece le vite dei nostri eroi sarebbero potute andare decisamente meglio se solo fosse cambiato qualcosa. Come nel settimo episodio in cui Hela impugna i Dieci Anelli e diventa degna di salvare (leggasi “governare”) i Nove Regni. Insomma, il potere è donna. Nulla di male, anzi, ma manca una sana riflessione sul potere in sé. Troppo spesso gli episodi infatti si affidano alla stessa struttura: togliere armi e poteri ai maschi che l’hanno avuto per troppo tempo e darli alle controparti femminili, senza soffermarsi troppo sull’idea maschile di potere anche quando è in mano alle donne (praticamente il problema principale di G’iah in Secret Invasion). Solo nel sopracitato settimo episodio si assiste a un accenno di decostruzione del patriarcato.

L’episodio più interessante è senza dubbio il sesto. Una mohawk che non si limita a cercare una pacifica convivenza tra indigeni e colonizzatori come potrebbe fare una qualunque Pocahontas di casa Disney e neanche un Thunderbird di casa Marvel che cerca di mantenere la sua identità nativa in un mondo ormai dominato dai colonizzatori. Kahhori sarebbe anche una chiara presa di posizione politica se non fosse per un errore storico sospetto e difficilmente imputabile alla distrazione: la nazione degli Irochesi non è mai stata colonizzata dagli spagnoli, ma da olandesi, francesi e inglesi. Perché alla fine delle sue vicende Kahhori non va dai monarchi dei sopracitati paesi invece che dalla regina di Spagna, colpevole sicuramente di molti genocidi, ma in Sudamerica? Spagna che oggi avrebbe tutto il diritto di protestare per un simile falso storico, considerando oltretutto che oggi è l’unica nazione europea ad opporsi a un altro genocidio in Medio Oriente.

Questo errore, quasi sicuramente voluto, raggiunge il suo apice nell’ultimo episodio, ovvero affiancando una rappresentante della nazione Irochese con una rappresentante dell’Impero Britannico, creando così un sinergico girl-power che ignora secoli di storia coloniale inglese e di furto di terre da parte delle ex-colonie britanniche.
Certo la vicenda di Kahhori non riassume la complessità delle posizioni degli Studios su imperialismo e colonialismo (questioni già ampiamente affrontate in Eternals e Wakanda Forever anche senza mezzi termini per gli standard dei prodotti commerciali) e forse sarebbe bene aggiornare il giudizio una volta rilasciata la serie Echo, che promette di essere innovativa sotto molti aspetti. Rimane comunque il sospetto, più che fondato, che i Marvel Studios siano caduti nell’espediente fin troppo abusato dalla cultura bianca di chiedere scusa per gli orrori del passato in maniera maldestra e falsamente conciliante.

Questioni politiche a parte, c’è un altro problema che What if…? solleva ignorando di nuovo il passato, questa volta il proprio, nonché il più recente. In tutto questo caos multiversale, Loki dov’è? Certo a fine stagione Uatu e Peggy osservano Yggdrasil, l’albero della vita (o delle storie?) di cui Tom Hiddleston è il custode, ma è comunque fastidiosa la scrittura solo appena accennata figlia di una coordinazione sicuramente mancata.

La seconda stagione di What if…? è forse la più bella battuta d’arresto della Marvel. Il ché è certamente un passo avanti rispetto alle altre battute d’arresto di quest’anno, ma è sempre e comunque uno stop. L’augurio per il nuovo anno che si può fare alla Marvel è quello di stabilire se non una direzione ben precisa alla sua saga principale (è comprensibile ci voglia tempo per essa dopo i vari passi falsi) almeno un focus sui nuovi personaggi (basta con le versioni alternative di quelli storici) che si apprestano a diventare i nuovi volti dello Studios. Parliamo di Echo, Daredevil, i Mutanti, Ms. Marvel e sopratutto Blade, che nei prossimi anni sbarcherà anche su console con un titolo dedicato (non avveniva da più di vent’anni).
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[…] Presentata da Ed Brubaker come “uno show che Bruce Timm ha sempre voluto fare senza che mai gli fosse permesso”, Caped Crusader è una reinvenzione non tanto di Batman in sé quanto di Timm stesso. Se Bruce Timm finora (assieme a Paul Dini) è stato l’autore che ha innestato il pulp e il noir nella contemporaneità, quando la contemporaneità erano gli anni ‘90, con questa serie diventa l’autore che prova maldestramente a innestare la contemporaneità nel pulp e nel noir. Il risultato è negli episodi migliori altalenante e goffo, nei peggiori pure ma al quadrato. La parola d’ordine di Caped Crusader è reinvenzione: storie e personaggi sono qui riscritti con nuove backstories e ambientazioni e se in alcuni casi il risultato è quasi ammirevole – ad esempio Harley Quinn che è finalmente intelligentemente slegata da Joker – in molti altri si assiste a un pallida imitazione di qualcosa già visto e rivisto. Diciamolo chiaramente, non è per nulla credibile o verosimile un noir/pulp ambientato in una Gotham (leggasi Chicago) degli anni ‘40 con lesbiche alla luce del giorno e neri ai vertici della polizia. Si potrebbe risolvere il tutto affermando che si tratta di un’ucronia, ma c’è sempre da dubitare di quelle ucronie americane che mostrano un passato migliore di quanto storicamente non fosse (si veda a tal proposito la seconda stagione di What if…?). […]
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