Dumbo – Diritto ed emozione di spiccare il volo | Disney+ Revisited

Con il rilascio di Disney+ e la messa a disposizione di tutti gli abbonati di un vastissimo catalogo di prodotti marchiati Disney, i Classici d’animazione senza tempo che hanno accompagnato diverse generazioni di spettatori si trovano ora immersi nell’eterno presente delle piattaforme digitali. Con Disney+ Revisited analizziamo che effetto fanno oggi questi film, a cui viene restituita una nuova vita commerciale.

Se fino al 1941 l’immagine dell’elefante che vola poteva essere utilizzata per schernire i creduloni, Dumbo, il quarto Classico d’animazione Disney, rovescia radicalmente l’accezione di questo banale scherzo: anche gli elefanti hanno il diritto di volare e noi quello di crederci.

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Riprendendo il racconto di Helen Aberson illustrato da Harold Pearl, Dumbo permette al papà di Topolino di cogliere le sfumature poetiche del Bildungsroman dando voce ai freaks, a tutti quei brutti anatroccoli in attesa di diventare candidi cigni. E se già alcune Silly Symphonies avevano celebrato in poco più di cinque minuti l’ascesa di personaggi emarginati – tra i tanti l’indimenticabile Elmer Elephant (1936), il quale anticipa la figura di Dumbo e alcune simpatiche gag del film – questo nuovo outsider è destinato a spiccare un volo capace di superare i confini della pellicola stessa.

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Numerosi infatti i suoi cameo cinematografici: dai classici d’animazione Basil l’Investigatopo (1986) e Ralph Spacca Internet (2018), passando per 1941 – Allarme ad Hollywood di Steven Spielberg (1979) e Chi ha Incastrato Roger Rabbit (1988), Dumbo conquista un posto di rilevante importanza all’interno dell’immaginario collettivo mondiale. E proprio la volontà di elogiare la diversità spinge Tim Burton a reinterpretare questo carattere senza tempo nel fortunato live action datato 2019.

In equilibrio tra antropomorfismo psicologico e un fisico realismo cartoonesco, Dumbo conferma la caratterizzazione animale iniziata nei lungometraggi precedenti. I tratti tondeggianti e la goffaggine iniziale permettono un immediato avvicinamento emotivo, il quale viene acuito per la prima volta dal contrasto con uno scenario crudele e oppressivo, un circo anti-fiabesco dove si annidano i vizi e le dipendenze della civiltà contemporanea: bullismo, ossessione di guadagno e abuso di alcool. Questo nuovo ambiente disneyano denota una totale chiusura in sé stesso, tanto da respingere prepotentemente non solo Dumbo, ma anche lo sguardo spettatoriale che avverte sin da subito un senso di siderale distanza da quel mondo. Gli sporadici momenti di contatto che il protagonista intrattiene con il circo costituiscono fallimentari tentativi di accettazione o, memori dell’onirica sequenza degli elefanti rosa, mere fantasie dalle tinte surrealiste.

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Esasperando la singolarità del suo protagonista, il serrato andamento narrativo non concede alcuna digressione sui personaggi collaterali: ancora più che nei classici predecessori, i caratteri secondari sono chiamati ad interpretare macchiettistiche comparse. Persino Timoteo, aiutante del protagonista, subisce questa sorte: a metà strada tra Mickey Mouse e il Grillo Parlante, questo topo-coscienza ammonisce l’elefantino senza mai palesare chiaramente la sua personalità.

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Qualitativamente meno dettagliato rispetto ai precedenti Pinocchio (1940) e Fantasia (1940), il lavoro finale risente inevitabilmente delle difficoltà tecniche ed economiche che Disney e il suo studio d’animazione stavano affrontando in quel periodo. Tuttavia, a garantirne il successo è sicuramente la scelta di accompagnare l’intera parabola dell’emancipazione di Dumbo con un vivo sentimentalismo. Sposando infatti un gusto mélo, il regista inaugura l’apertura di una narrazione con forti scorci patetici, i quali sono capaci di trasmutare in immagini una sofferenza personale e al contempo stesso universale.

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Poco importa della storyline senza troppi colpi di scena o degli economici sfondi acquerellati, perché Disney mira qui direttamente a un’ejzestejana rivolta poetica. Proiettando in Dumbo l’animo della maschera Pierrot, il regista riesce per la prima volta a donare la sua immagine più personale ed intimistica, liberandola definitivamente da qualsiasi gabbia sociale. E se sono numerosi i successivi cuccioli disneyani che hanno provato a riproporre sul grande schermo il fortunato connubio tra romanzo di formazione e uno stile melodrammatico, nessun altro animale è stato e sarà mai in grado di spiccare un volo come quello di Dumbo.


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