L’importanza di chiamarsi Orson

Cappello a tesa larga e lungo mantello nero. Il vento arginato dalla stoffa buia e pesante la rigonfia e la smuove, animando la scena. L’ombra di schiena riempie l’immagine quasi per intero: grande in modo mostruoso e allo stesso tempo paterno. Sopra le spalle poderose, si scorge accennato a un lato del capo il profilo di un sigaro.

Per quanto si possa parlare, si sia parlato e ancora si parli di Orson Welles, la sua resta un’immagine di artista misterioso e complesso, geniale e dirompente, inequivocabilmente impressa nell’immaginario collettivo.

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Se è celebre la storia del suo esordio, quando a soli ventitré anni scatenò il panico negli Stati Uniti annunciando in una finta diretta radiofonica l’imminente invasione del pianeta Terra da parte di spietati marziani, meno noti sono invece gli effetti che questo episodio ebbe sulla sua carriera artistica. La fama ottenuta attraverso i lavori in radio gli valse infatti un contratto senza precedenti con la casa di produzione americana RKO Pictures: girare due film (uno all’anno) con assoluta libertà artistica. Orson, che aveva combattuto con le unghie e con i denti per ottenere queste condizioni, non si lascia scappare l’occasione. Nel 1941 vede la luce il film che negli anni a seguire acquisirà l’etichetta di miglior film della Storia del Cinema: Quarto potere.

Quando gira Quarto potere Orson Welles ha venticinque anni, poca (quasi nulla) esperienza alla regia e tanta di quella che, in un’intervista rilasciata molto tempo dopo, definirà «Ignoranza». L’incoscienza del principiante insomma, lo stesso principio per cui il calabrone non si cura della sua struttura alare quando volteggia per aria. Grazie anche all’aiuto del sapiente direttore della fotografia Gregg Toland (già al servizio di John Ford in due dei suoi film), in Quarto potere le inquadrature impossibili diventano possibili: immagini distorte e inquadrature grandangolari, lunghi piani sequenza e profondità di campo che tengono a fuoco contemporaneamente tutti i personaggi in scena. Welles non bada a spese: gli interni vengono ricostruiti in studio completi di soffitto, scelta che se da un lato garantisce una sensazione claustrofobica di oppressione, fa lievitare i costi di produzione, ma nulla (o quasi) si può vietare al giovane cineasta.

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Proprio per questo, il sogno ha durata breve: il film è talmente fuori dagli schemi hollywoodiani, talmente provocatorio per la narrazione e la tecnica con cui viene realizzato, che è l’ultima volta che a Welles viene consentito il totale controllo della produzione. Agli occhi di uno spettatore del 1941, Quarto potere si rivela essere un film difficile da comprendere in tutte le sue sfaccettature, il che lo porta ad essere un glorioso insuccesso al botteghino (in parte dovuto anche al boicottaggio perpetrato dal tycoon William Hearst, al quale, si diceva, il personaggio di Charles Foster Kane fosse ispirato). Ma è il 1942 e Welles con la RKO ha ancora un film in sospeso. È la volta dunque de L’orgoglio degli Amberson.

Questa volta il film è di per sé più sobrio e tradizionale (pur facendo largo uso di piani sequenza e inquadrature ricercate), ma di nuovo risulta essere inadatto al mercato cinematografico dell’epoca. «Troppo deprimente», lo definiranno i produttori. Approfittando dell’assenza di Welles (che in quel periodo era stato inviato dal governo degli Stati Uniti in America centrale per la realizzazione di un documentario), la RKO devasta letteralmente il film durante la fase di montaggio finale, eliminando tre bobine di girato che, secondo Welles, contenevano le scene cardine del film.

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Di lì a poco, il regista viene definitivamente esiliato dallo star system hollywoodiano: niente più contratti, nessun finanziamento. Il Welles regista è un personaggio troppo scomodo per l’industria cinematografica degli anni quaranta: alle sue idee costosissime e scriteriate non corrispondono mai incassi commisurati. Comincia a delinearsi la figura di artista maledetto, che lui stesso aiuta meravigliosamente a dipingere grazie ai controversi e oscuri personaggi Shakespeariani che interpreta magistralmente nell’arco della sua carriera. Il suo è un Cinema di antagonisti: anime tormentate, delle quali non condividiamo le azioni ma con cui entriamo in empatia, più o meno per lo stesso motivo per cui «L’uomo accusato è di per sé affascinante» (come sentenzia Welles stesso nei panni dell’avvocato Hastler ne Il processo, 1962). Per lo meno lo è quando si tratta di Cinema.

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Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro fino alla sera in cui un giovane attore ancora inesperto turlupina due milioni di cittadini americani descrivendo in prima persona alla radio un attacco alieno. La guerra dei mondi è la scintilla che dà adito a un tema che accompagnerà Welles lungo tutta la sua carriera: il tema della Verità. Quanto di quello che vediamo, al cinema o alla radio, deve essere ritenuto vero e quanto finzione? Cosa è davvero reale e cosa no? Se guardiamo il regista in qualità di creatore, nel momento stesso in cui una storia prende forma davanti ai nostri occhi non diventa intrinsecamente “vera”? E allo stesso tempo non sono tutte le informazioni che ci arrivano dai media mere illusioni?

Falstaff, Storia immortale, F come falso. Dagli inizi fino al termine della sua carriera, Welles sarà sempre ossessionato dalla Verità. A volte la cerca, ma più spesso la schiva come fosse una malattia, sempre nascosto dietro a maschere, che esse siano teatrali (come nelle interpretazioni di Shakespeare) o reali (quando in scena si appiccica un naso posticcio perché lo renda più credibile nei panni del cattivo).

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Illusionismo, manipolazione, sogni, specchi, diventano tutti tratti caratteristici del Cinema di Orson Welles, che oltre alle brillanti innovazioni tecniche dona ai suoi film altissimi livelli di introspezione. Si parla spesso di autobiograficità delle sue opere, di quanto la sua personalità e la sua storia fossero presenti in Kane, Quinlan, Macbeth o Falstaff. Analogie che lui ha sempre negato, forse per pudore o forse perché quei personaggi erano lo specchio non solo delle sue caratteristiche più identitarie, ma anche di quelle di cui andava più fiero.

La Verità su tutto questo non la sapremo mai. Non ci resta dunque che metterci comodi, aspettare che il prestigiatore faccia il suo ingresso, e lasciarci incantare.

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