L’Arte di farsi comprendere: “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”

Come raccontare un artista di cui il mondo sa già tutto? Come trovare una chiave di lettura che sia al tempo stesso affascinante e originale? Girare un film su Vincent Van Gogh può sembrare una scelta facile ma non lo è affatto. Tra gli artisti più conosciuti al mondo, si è già approfondito tutto ciò che lo riguarda: la vita, le opere, la personalità.

È stato oggetto di numerosi film del passato e del presente, da registi importanti come Robert Altman nel suo Vincent & Theo (1990) fino al più recente film d’animazione Loving Vincent (2017), dove Dorota Kobiela e Hugh Welchman superano se stessi mettendo in scena 94 minuti di film interamente dipinto su tela e girato con la tecnica rotoscope. Cosa aggiungere? Eppure, a guardare i suoi quadri, si ha l’impressione che ci sia ancora qualcosa di non detto, di non spiegato. La magia vorticosa de La notte stellata, l’intensa inquietudine di Campi di grano con volo di corvi, le sensazioni suscitate dalle sue tele sono così chiare e potenti che descriverle a parole equivale a ridurne la grandezza. Forse è proprio questo che ha spinto Julian Schnabel a raccogliere questa nuova sfida.

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Il regista americano si era già cimentato con una biografia, sempre di un artista, con il suo primo film, Basquiat, nel 1996. Ma quello di Van Gogh è un peso ben differente, che va affrontato con il dovuto riguardo. Se il coraggio registico di Schnabel aveva già fatto breccia nel cuore di pubblico e critica nel 2007 con Lo scafandro e la farfalla, in cui l’io narrante è un paziente affetto da paralisi che comunica col mondo tramite il solo battito della palpebra sinistra, con Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità il regista torna alle scelte coraggiose, e decide di usare come tematica portante del suo film “l’ineffabile”. Entra nella mente dell’artista, il cui fine ultimo è quello di permettere a chi guarda i suoi quadri di vedere il mondo come lui lo vede, e sfrutta il mezzo cinematografico per cercare di comunicare l’incomunicabile. In scena prendono il sopravvento gli alberi, il rumore del vento nei campi di grano, le pianure vuote e sconfinate, il tutto ripreso da una camera a mano che quasi accentua i movimenti, come a voler dipingere a rapide pennellate la natura che ci circonda.

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Nell’ambito di questa regia sperimentale, su note che mischiano i rumori della natura a cristalline melodie classiche, si muove Vincent, interpretato a regola d’arte da un Willem Dafoe già vincitore della Coppa Volpi a Venezia lo scorso settembre. L’affettuoso rapporto con il fratello Theo (Rupert Friend), sempre pronto a sostenerlo nei momenti più difficili, e l’altrettanto stretto rapporto con Paul Gauguin (Oscar Isaac), al quale Vincent riserva una stima e un attaccamento che sembrano andare oltre l’amicizia, delineano la sfera sociale di Van Gogh, che al di fuori dai suoi affetti più cari stenta a relazionarsi con altre persone. Il suo essere schivo, il suo modo di fare inusuale oltre ai suoi lavori così distanti dal gusto estetico dell’epoca, definiti “sgradevoli” dai più educati, lo conducono presto sulla strada dell’emarginazione.

L’incapacità di comunicare, o meglio di farsi comprendere dai suoi contemporanei, non fa che aggravare le condizioni psichiche di Vincent: la sua incredibile sensibilità lo rende allo stesso tempo artista inarrivabile e uomo incredibilmente fragile. Le emozioni che governano il suo pennello si affollano nella sua mente, portandolo verso il baratro di un delirio schizofrenico in cui dipingere è l’unica via di uscita.

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Il regista si serve di nuovo di espedienti tecnici per mettere in scena la pazzia di Van Gogh, la camera si muove vertiginosamente, colori e figure sono fuori fuoco, la voce (quella di Gauguin durante il loro ultimo, furioso litigio) rimbalza fuori e dentro la sua testa, portando Vincent alla soluzione, estrema quanto folle, di tagliarsi un orecchio.

Schnabel riesce nel suo intento di raccontarci Van Gogh usando i suoi dipinti come “traccia” e porta sul grande schermo un’opera meta-cinematografica che fa della pittura impressionista la sua cifra stilistica. Il criterio di valutazione non va dunque cercato tanto nelle azioni quanto nelle sensazioni che il film ci procura. Sensazioni che non avrebbero avuto forse lo stesso impatto senza la estrema bravura di Dafoe, che riporta in vita una figura tanto talentuosa  quanto dannata, che si auto-definisce esule non da una patria ma piuttosto da un tempo futuro, dove le sue opere saranno finalmente comprese.

Il pittore che vedeva ciò che gli altri non possono vedere e che avrebbe soltanto voluto condividere tutta quella bellezza (perché per parafrasare Chris McCandless la felicità “è reale solo quando condivisa”) muore in circostanze misteriose nel 1890, a un passo, o per meglio dire “sulla soglia”, della sua consacrazione per l’eternità.

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Il film sarà in programmazione al Cinema Politeama di Pavia dal 10 gennaio 2019.

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