Velvet Buzzsaw – Il sonno dell’estetica genera mostri

Appare un’impresa piuttosto difficile muovere una qualsiasi forma di critica nei confronti di un prodotto che vuole fare proprio del mondo della critica (seppur artistica e non cinematografica) il suo punto di partenza, perché si rischierebbe di cadere direttamente nella facile trappola che il film prova a tendere sulla superficie del suo racconto.

Si tenterà quindi qui di muoversi tra le pieghe, tra le derive più sottili di significato che questo film vuole evocare, cercando di scomporre gli strati del suo discorso, provando a mostrarne tanto la compattezza quanto la frammentarietà.

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Partendo dalla superficie, come si è già detto, il film appare un’esplicita caricatura (neanche troppo lontana da una cinica verosimiglianza) del mondo della critica e del mercato dell’arte contemporanea, dove galleristi, critici ed artisti vivono un complesso rapporto di intrighi, negoziati, compromessi e continua messa in discussione dei confini che stanno tra l’arte nel suo farsi e l’arte nel suo essere presentata come tale. Lungo le quasi due ore di durata, i rapporti di potere e di ruolo dei personaggi appaiono continuamente fluidi, senza un fulcro unico intorno cui ruotare: non è solo il denaro, non è solo la fama o solo la carriera, e tanto meno non è l’estetica a muovere l’azione dei protagonisti; il mondo dell’arte viene mostrato come un cieco meccanismo che muove stesso e i suoi componenti a prescindere dall’esistenza di una qualsivoglia loro volontà.

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Quest’idea di un mondo dell’arte che agisce sui suoi abitanti viene incarnato dai dipinti trovati nell’appartamento di un uomo anziano trovato morto; questi dipinti rompono il moto perpetuo dell’arte contemporanea: piacciono, tremendamente, a qualsiasi spettatore, senza un apparente motivo (nessun messaggio, nessuna ricerca stilistica, nessuna corrente artistica). L’estetica pura prende il sopravvento e si scaraventa dentro a quel mondo che l’ha ostracizzata e inizia lentamente a meditare la propria vendetta.

Ed è qui che il film inizia a non essere più convincente, complice il modo in cui è stato presentato dai trailer: la promessa di un horror agghiacciante viene asciugata dal troppo tempo che passiamo nel concreto e sfarzoso materialismo dell’inizio del film; allo stesso tempo, la minaccia spiritica ci appare subito così evidente che ogni personaggio scettico risulta ridicolo e il suo destino decisamente telefonato.

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In questo, un’interessante via di salvezza sta nella messinscena. Nel progredire del film, l’azione e i suoi luoghi diventano sempre più teatrali, nel senso più letterale del termine, con tanto di palcoscenico e di tre pareti ben visibili. L’idea, probabilmente, indica il progressivo entrare del mondo del film all’interno del mondo del quadro, qualsiasi esso sia, ma l’effetto è quello della prepotente ricerca della scena madre, in un susseguirsi di momenti puntuali, singoli, evidenziati. È difficile decidere se questo sia un difetto di scrittura o un’interessante ricerca estetica per mimare l’effetto della galleria d’arte, fatto sta che resta un aspetto degno di nota.

Teatrale è anche la scelta di un campo ristretto di personaggi, tutti in relazione tra loro, come in una qualche vecchia commedia off-Broadway, in cui l’interpretazione attoriale è l’unico discrimine all’empatia che instaurano durante la visione.

Pochi i perdonabili, tutti biasimabili, si salva solo chi scappa dal gioco malato del mondo orchestrato. Spiccano decisamente, sia per il personaggio che per l’interpretazione, Jake Gyllenhaal e John Malkovich.

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Sarebbe troppo generoso considerare la piattezza e la mancanza di qualsivoglia particolarità dal punto di vista tecnico, una scelta per sottolineare ulteriormente l’anestesia e il cinismo del mondo rappresentato; molto più prosaicamente, il film non riesce a seguire una linea definita dal punto di vista puramente cinematografico, mostrando un apparato registico, fotografico e sonoro decisamente scarno e convenzionale, persino nei momenti più potenzialmente espressionisti. Queste scelte appaiono piuttosto dubbie in un film che ha come suo centro il mondo dell’arte, dato anche quanto recentemente si è visto fare a proposito dello sguardo di un artista come Van Gogh.

E se comunque risulta impossibile sfuggire alla trappola dello sguardo critico, non si può nemmeno evitare di lasciarsi interrogare dal film in modi inaspettati e perturbanti: la mercificazione è sempre innocente? Siamo disposti a preferire il nuovo espressivo piuttosto che la denuncia sociale? E, soprattutto, metteremmo la mano dentro quella sfera?

Netflix, con questo film, dimostra di nuovo di poter rischiare con un film che si mostra al margine dei generi, al limite dell’horror duble feature, spendendo ventun milioni di dollari per lanciare un messaggio che altro non è che una contraddizione. Se il sonno dell’estetica genera mostri, solo chi scappa è salvo.

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