Succederà questa notte because the night belongs to lovers | Venezia 83
Succederà questa notte, in concorso a Venezia 83, è il film più libero, dolce e struggente con cui Nanni Moretti poteva tornare a Venezia dopo 37 anni di assenza. Un Moretti che, con un dribbling imprevisto, porta al Lido un’opera tutta incentrata su una storia d’amore; un film che ha il paradossale merito di trasformare l’oggetto narrativo più archetipico e antico di tutti — l’amore — in una narrazione extra-ordinaria.
L’umanesimo poetico, a tratti fiabesco, con cui segue i suoi soggetti, sembra confermare una nuova fase artistica di Moretti, inaugurata dalla riassuntiva parata finale auto-citazionista de Il sol dell’avvenire. Salutati i fantasmi cult del suo periodo autarchico, torna a guardare al legame famigliare come ne La stanza del figlio, ma con una scrittura alleggerita dalla libertà girovaga, nomade con cui Moretti si lasciava stupire e distrarre dalle piccole cose nel suo Caro diario.

L’ambientazione decentrata e sfuggente, sradicata dalla comfort zone dei suoi amati quartieri capitolini, tanto internazionale da sembrare quella di una spy story, divisa tra India, Roma, Torino, Oslo, San Sebastian, si riflette in una temporalità altrettanto allungata, diluita lungo 17 anni: un Moretti espanso, vasto ma comunque tutto avvinghiato all’amore tra Greta — una Jasmine Trinca mai così in parte da Fortunata — e Matteo — un Louis Garrel che è un perfetto alter ego morettiano, dall’eloquio intermittente e ossessivo, fino al modo che ha di guidare lo scooter (ex vespa). Assieme a loro, ci sono le rispettive vite e genealogie, dall’incomprensibilità labirintica dei figli, fino all’ironia giovanile e dissacrante dei genitori: su tutti, convincono i comprimari di Angela Finocchiaro, per la prima volta diretta dal regista, e di Hippolyte Girardot, architrave di una delle sequenze più preziose e sorprendenti del film (inspoilerabile).

Succederà questa notte è un romance classico nei temi, ma nuovissimo nei toni. Atipico se si pensa all’ironia del Moretti più cinico, ma anche se si considera la severità di quello più melò. Non tanto un compromesso tra queste due cifre, quanto una virtuosa sintesi che sà di maturazione. È una storia in cui tutti sono alla ricerca speranzosa del momento clou, «el punto culminante», quel momento magico per il quale «vale la pena ad andare ad un concerto»: l’epifania in cui ammettiamo a noi stessi che sì, siamo felici, o almeno possiamo esserlo. Un momento continuamente posticipato dalle cose da fare, “impigliato” nei nostri ruoli sociali e privati, dalle esigenze della vita di tutti i giorni, distratto dalla coralità dei legami famigliari (ironici e dolci, tra ceffoni e carezze), ma sempre avvinghiato al nucleo intimo del desiderio
Formule come “colpo di fulmine” e “predestinazione” avrebbero potuto contenere un inevitabile rischio di melassa e ovvietà, un’ingenuità fuori tempo massimo stando ai tempi amari e disillusi che viviamo, e al conseguente (imperante) realismo drammatico con cui il cinema li coglie. Moretti si smarca da questo rischio grazie alla sua capacità di distrarsi, di abbandonarsi ai rivoli divagati e centrifughi del tempo che passa. In fondo, qualsiasi tentativo di digitare su pagina ciò che il film racconta, rischia di banalizzare il rinnovamento stilistico — ebbene sì, anche compositivo, formale — con cui Moretti lo racconta, funambolo nello straordinario equilibrio non solo tra dramma e commedia, ma tra rituale e favola, reale e sogno, fatto e riscrittura — non tanto meta-riflessiva, quanto meta-emotiva — del fatto stesso.

Succederà questa notte è il film di Moretti più comprensivo, apprensivo, indulgente verso l’essere umano: non più polemici maniaci del controllo un po’ narcisisti, ma corpi in balia del tempo, capaci di invecchiare e ringiovanire subito dopo, di rimanere in piedi anche dopo uno, due, cento colpi di pistola. Corpi in balia del vento e della musica, dei propri genitori e dei propri figli, così leggeri da volteggiare come nelle piroette sognanti che già connotarono il red carpet de Il sol dell’avvenire a Cannes. E questo canto d’amore inaspettato è tanto libero e danzante da farci a tratti dubitare a tratti, che tutta questa inevitabile passione sia vera, reale, che non sia tutta nella nostra testa, in quella dei protagonisti. Eppure è al contempo così fisica, così carnale da regalare al cinema italiano una delle scene erotiche più belle degli ultimi anni.
Così, con un passo più leggero, Moretti riscatta la verbosità di Tre piani, il suo primo adattamento tratto da un testo di Eshkol Nevo, che troppo incollato alla pagina imbalsamava i suoi personaggi nei loro interni borghesi. In questa trasposizione di Legámi, le geometrie relazionali della prosa di Nevo sembrano integrarsi in modo dialogico con la poetica divertita e malinconica di Moretti e al contempo con un desiderio urgente di un rinnovamento.

Scena dopo scena emerge la consapevolezza che, più che un film sulle occasioni mancate dell’amore (come già erano Bianca e Il sol dell’avvenire), sia piuttosto un film sull’occasione vitale che è la morte. Una morte anti-depressiva, a differenza di quelle di Mia madre e de La stanza del figlio. Perché sembra sia la consapevolezza della finitezza del tempo — con la sua invisibilità e la sua “assenza di odore” — a dare senso e urgenza al desiderio dell’Altro, così forte da farci riscrivere il vissuto, da trasformare i ricordi in favole, farse, gag, così potente da trasformare la routine metropolitana in un musical (finalmente non solo post-ironicamente trotskijano), a cui anche i passanti possono prendere parte.
Forse il Nanni che vivacemente polemico litigava con Monicelli a Match e il suo Michele Apicella affogato nella piscina di Palombella Rossa (per altro l’ultimo film di Moretti veneziano prima di questo) non amerebbero Succederà questa notte, forse criticherebbero questo Moretti-attore tanto in disparte da farsi notare di meno, tanto “innamorato” da sembrare lontano dai problemi del mondo. Ma non c’è niente di più commovente di un egotismo che torna sui suoi passi, di uno sguardo che da autarchico diventa auto-critico, di un culto vivente che ha il coraggio (non di rinnegarsi ma) di ammettere che in fondo, erano e sono solo parole. Nanni Moretti, qui docile, tenero e coreografico come un saggio teatrale recitato da bambini, sembra dirci, incredibilmente, di crederci ancora un po’, sembra dirci che, sì, magari succederà questa notte, becouse the night belongs to lovers. Un’opera sull’importanza dei legami affettivi, nel 2026: siamo sicuri non sia, anche questo un film politico?
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