“Santiago, Italia” di Nanni Moretti: «Fare un film umano diventa un gesto politico»

Nel pomeriggio di sabato 8 dicembre, al Cinema Politeama di Pavia, Nanni Moretti ha presentato il suo nuovo documentario Santiago, Italia, uscito nelle sale il 6 dicembre. È una presentazione breve, un’introduzione che non vuole togliere spazio alle immagini. Il regista rivela la sua volontà di raccontare una «storia umana», una storia riportata alla sua memoria quando, un anno e mezzo fa, ha incontrato l’ambasciatore italiano a Santiago de Chile, e nella quale l’Italia ha avuto un ruolo «di cui essere orgogliosi». Una storia che ha acquisito maggior urgenza nel contesto odierno di una società italiana che si muove verso valori opposti all’accoglienza. Il documentario acquista così valore e senso: «Fare un film umano diventa un gesto politico».

Santiago, Italia racconta in quattro capitoli l’11 settembre 1973, il golpe militare cileno, i suoi motivi e le sue terribili conseguenze. Racconta del potere raggiunto democraticamente da Salvador Allende e del bombardamento de La Moneda per portarlo alla caduta, alla morte; racconta la dittatura militare del generale Pinochet, le violenze, le detenzioni illegali e le torture, e il ruolo fondamentale dell’ambasciata italiana che più di tutte si prodiga nell’accoglienza e nell’aiuto dei perseguitati.

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L’attacco a La Moneda, residenza ufficiale del Presidente della Repubblica del Cile

Le sporadiche immagini di repertorio frammentano il racconto che scorre dalle parole degli intervistati, di entrambe le fazioni, perseguitati e militari, anche se Moretti, nell’unica apparizione in video (oltre l’inquadratura iniziale, di spalle davanti alla vastità di Santiago sullo sfondo) ricorda ad un ex militare ora incarcerato che lui «non è imparziale».

Moretti si relega nel fuoricampo, lascia spazio alle parole («le parole sono importanti»), alla narrazione dei protagonisti. Va alla ricerca delle emozioni, non si focalizza sui “personaggi principali”, non sviscera maniacalmente gli eventi ma ricerca i sentimenti che gli eventi hanno provocato e i segni che hanno lasciato. Santiago, Italia è un documentario politico ma è soprattutto un documentario intimo, umano, sull’empatia e sulla capacità di ascoltare (non ha l’occhio insensibile con cui guardava il percorso verso una fine già scritta e inevitabile, verso la morte del PCI de La Cosa del 1990).

La seconda parte del film si concentra sul ruolo dell’ambasciata italiana, sui modi rocamboleschi di accedervi da parte dei perseguitati politici (saltando un muro, cercando di non essere visti dai militari del regime), sugli aiuti ai rifugiati e sull’arrivo in Italia dei cileni, accolti con grande umanità, l’umanità che il Cile aveva perduto. La parola “Solidarietà” è associata con costante frequenza, da tutti gli intervistati, all’Italia e agli Italiani: un’Italia con ancora forti valori civili, morali e umani, dimostrati dai rappresentati politici, non solo dai partiti di Sinistra ma anche da chi era al governo (come la DC), e dalla gente che accoglie nei luoghi di vita e di lavoro gli stranieri nuovi arrivati.

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Il cortile dell’ambasciata italiana a Santiago.

Senza mai parlare dell’attualità Santiago, Italia diventa così terribilmente attuale, l’attualità assente diventa presenza di confronto necessaria, assenza che riempie: in un documentario che mette al centro l’umanità si percepisce la continua presenza di una mancanza, la mancanza della civiltà nell’Italia odierna.

Solo le parole dell’ultimo intervistato si legano all’oggi, e risvegliano drammaticamente dalla nostalgia di qualcosa che probabilmente è impossibile da recuperare, una solidarietà umana squarciata e smarrita: «Oggi viaggio per l’Italia e vedo che l’Italia assomiglia sempre di più al Cile, nelle cose peggiori del Cile. Questa cosa di mettersi in questa società di consumismo terribile, dove della persona che hai al fianco non te ne frega niente; se la puoi calpestare, la calpesti. Questa è la corsa: l’individualismo.».

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