Naza estende la zona d’interesse a tutto il mondo e ci ricorda che il tempo per fare qualcosa sta scadendo
Yuval Abraham e Rachel Szor sono due registi coraggiosi: da israeliani raccontano il genocidio ai danni del popolo palestinese intervistando, sui tetti dei grattacieli di Tel Aviv, 24 tra soldati e agenti dell’intelligence israeliana colpevoli di aver preso parte al piano sistematico che opprime, sorveglia e infine elimina i propri nemici e tutti coloro che si trovano nei pressi, i cosiddetti “naza”, ovvero le vittime collaterali degli attacchi. Collaterali però non sembrano per niente, perché a sentire i racconti di chi spiava i palestinesi, di chi faceva partire gli attacchi e di chi analizzava i dati, le vittime “non necessarie” degli attacchi contro i membri di Hamas non sono mai state un vero problema per il governo israeliano, ma anzi, un piacevole inconveniente. Se 3, 20 o 500, non c’era differenza, l’obiettivo si doveva raggiungere a ogni costo.
Da Naza emerge l’intreccio di storie tutte uguali tra loro e parte di un piano ben preciso iniziato anni or sono con la mappatura delle abitazioni di Gaza e poi proseguito con gli attacchi continui volti a costringere la popolazione palestinese ad abbandonare le proprie case e spostarsi sempre più a sud, fino a soffrire bombardamenti, fame e malattie in un assedio che sembra infinito. Mentre il documentario ci mostra i profili oscurati degli intervistati, anonimi, la vita nelle modernissime case di Tel Aviv scorre pacifica come in qualsiasi Paese occidentale, con tutti i comfort, mentre a pochi chilometri si consuma un massacro dagli obiettivi ben precisi. Da questa “zona di interesse” – il documentario è peraltro prodotto da Johnatan Glazer – emerge la sostanziale mancanza di valori degli intervistati, quasi mai mossi da rimorso o vergogna, quasi sempre impersonali meccanismi di una macchina che non ha nulla di diverso da ciò che i nazisti progettarono per l’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, tra guerra di conquista e campi di concentramento.
Se Naza può sembrare un documentario ristretto alla sola questione palestinese, credo che invece Abraham e Szor – già registi di No Other Land insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal – abbiano il merito di aver universalizzato il pericolo a cui andiamo incontro: algoritmi, telecamere, tracciamento dei dati, celle telefoniche, chat private e molto altro sono tutti strumenti che oggi sono al primo posto nei pensieri di chi non ha a cuore la democrazie e i diritti civili e umani che abbiamo conquistato in secoli di sviluppo e lotta collettivi. All’interno di una Mostra del Cinema che ha portato in Concorso film di tanti generi e spesso pregni di istanze urgenti e contemporanee, Naza è un documentario ma è anche una lente distopica sulla nostra realtà e sui pericoli che corriamo abbassando la guardia, smettendo di pretendere risposte da chi ci governa.
Se il film avrebbe potuto forse essere più potente su un piano formale mostrando lo scenario palestinese solo dal punto di vista privilegiato dei grattacieli di Tel Aviv, la sua breve incursione nella realtà di Gaza, dei bombardamenti e delle tragedie familiari che tutti i giorni si consumano nella Striscia dà l’impressione che ci si trovi di fronte a qualcosa che trascende il concetto di arte cinematografica e la materia filmica, per sfociare nel territorio dell’urgente e dell’universale, come uno squarcio doloroso che elimina le distanze e ci pone di fronte all’orrore del qui e ora, facendo ciò che non fu possibile fare durante l’epoca nazista. Yuval Abraham e Rachel Szor vanno protetti e sostenuti perché il loro film è un manifesto che racconta l’umano attraverso il disumano, l’empatia attraverso l’indifferenza, la giustizia attraverso il genocidio.
Chi di dovere sarà capace di portarlo, a tempo debito, in prima serata sulla nostra TV pubblica? Spero di avere presto una risposta.
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