Dieci Capodanni – Scene da una coppia
La 81ª Mostra del cinema di Venezia ha segnato, anche se in minuscola parte, una specie di rivoluzione. Infatti, per la prima volta, un festival cinematografico internazionale ha dedicato una parte abbastanza considerevole della propria selezione alle storie del piccolo schermo. Nasce infatti Fuori concorso – series, la sezione dove vengono presentati solo ed esclusivamente prodotti dedicati alle serie tv, e in particolare create da quattro autori contemporanei (quest’anno Thomas Vinterberg, Joe Wright, Alfonso Cuarón, e Rodrigo Sorogoyen). Nasce subito il problema della durata: 4 ore e mezza a proiezione, 8 ore circa da dedicare se si vuole vedere tutta la serie; facendo due calcoli, e considerando che a Venezia in 10 giorni vengono proiettati circa 200 film, significa che si dovrebbe dedicare 4 giorni interi di festival solo ad esse. Un interrogativo agli avventori del festival sorge spontaneo: ne vale la pena?

Sempre più autori si approcciano a questa forma di rappresentazione (oltre a quelli citati aggiungiamo anche i Fratelli D’Innocenzo con Dostoevskij) e il risultato è giocoforza un plasmare il tempo – quello che in fondo fa il cinema fin dagli albori – nel contrasto netto tra lo scorrere reale delle lancette e il tempo della narrazione, rinchiudendo gli spettatori in una trappola mentale (la classica bomba a orologeria pronta a esplodere). E tra tutte le serie Fuori concorso, Dieci Capodanni di Rodrigo Sorogoyen (Madre, The Beasts) è forse quella che narrativamente affronta in maniera maggiore la questione del tempo: partendo dal passato, racconta il presente e butta l’amo sul futuro, concentrando l’intera storia su quei piccoli anfratti cronologici che intercorrono tra il vecchio anno e quello nuovo (Los Años Nuevos è il titolo originale).
Il contributo di Sorogoyen alla sezione series, poi uscito straight-to-video su RaiPlay, in esclusiva e gratuitamente, e che il regista spagnolo ha scritto a sei mani con Sara Cano e Paula Fabra e diretto insieme a Sandra Romero e David Martín De Los Santos, è un (premettiamo) bellissimo racconto che inanella un decennale melò esistenziale sull’amore nella società contemporanea. La storia ha infatti un lungo arco narrativo: dal 2015 al 2025, le vite di Ana (Iria del Río), ragazza irrisolta e complessata, e Óscar (Francesco Carril), medico interinale e tipico uomo della porta accanto, si fondono quando si incontrano a 30 anni, e si innamorano iniziando una relazione che ci viene raccontata, tra alti e bassi, fino ai loro 40.

Lui, è del 31 dicembre 1985, lei, invece, è classe 1986, ma del primo gennaio. A dividerli c’è un anno intero, e allo stesso tempo una manciata di ore. Lo spettatore non vedrà mai altri momenti delle loro vite se non quelle che verranno, anzi, narrate dai protagonisti stessi in episodi in cui il vero cliffhanger è la consapevolezza che da un anno all’altro le cose possono essere stravolte, riscritte, ridisegnate nell’imprevedibilità che riserva normalmente la vita. Da ciò ne scaturisce – specialmente negli episodi iniziali – una riflessione sulla vita di coppia, sul sesso, diventando una nuda trasposizione sulla realtà, sociale, o volendo una ricerca antropologica sull’essere e il vivere.
E così c’è l’episodio iniziale, sensuale e focoso, dal sapore caldo e dolciastro, come la sbocciare di un amore; quello lisergico, dove la tensione cresce, la coppia si rincorre tra i club di Berlino senza mai trovarsi (Óscar dice ad Ana «È bello pensare solo a sé stessi»), per poi scoppiare in quel long take finale; ma anche quello monotono e intimista, che racconta la stabilità del loro rapporto, congelato nella sicurezza di una routine, nelle consuetudini relazionali (la visita dei parenti, la cena intima, la serata sul divano) dove a un primo sguardo è la perfezione della concezione monogama-borghese a farla da padrone, anche se tutto viene comunque palesato, a partire dalle fragilità e le crepe della relazione. Poi, il momento di rottura, la sfiducia che ne consegue, l’impossibilità di poter amare, la paura di rimanere feriti e quindi la prospettiva di chiudersi di fronte all’imprevisto. Dallo sgretolamento della relazione si passa alla riflessione sulla solitudine (bellissimo l’episodio del Capodanno 2021 in pieno Covid, con Óscar che vaga in solitaria per le strade di una Madrid vuota) dalla passionalità estrema si passa all’estenuante pesantezza dell’incertezza, così come le quattro mura di una casa, prima luogo di sicurezza e accoglienza poi spazio svuotato da ogni tipo di forma di amore.

Sorogoyen imbastisce un prodotto dalla matrice sociale che giochicchia con le fantasie e paure del pubblico contemporaneo; una favola melò dal sentimentalismo di Wong Kar-Wai, il quale tramite un processo bergmaniano intavola grandi temi del contemporaneo: l’incomprensione del presente, il divampare degli estremismi, la pandemia, la guerra, la disoccupazione e la questione dei giovani. Perché Dieci capodanni non fa altro in fondo che raccontare la vita – che è tutta una questione di tempi giusti o sbagliati – Ed è altresì emozioni alle stelle, sesso, sfogo, rabbia, incontri casuali che svoltano l’esistenza, ma anche calma, impazienza, squilibri, incomprensioni, noia esistenziale. Un dualismo che spesso, complice un intreccio spezzettato perde qualche frammento dietro di sé, e che per rimanere nei tempi della fiction costringe Sorogoyen a quel finale mezzo telefonato. Ma da segnalare c’è tutto il resto che rimane, ovvero un racconto esistenziale fatto e finito: in poche inquadrature i momenti di “relax” si caricano di tensioni (come dimostra il quasi incidente del primo episodio), fino a dilatarsi nelle più disparate azioni quotidiane, superficiali e apparentemente banali. La chimica, l’odore del sesso, il senso di vuoto, le delusioni, la depressione, l’insensata sregolatezza di Ana, e l’inettitudine patetica di Óscar. Tutto questo è la vida, e finché c’è né… quizas, quizas, quizas.
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[…] Ana e Oscar sono nati a un giorno di distanza l’una dall’altro, il 1 gennaio lei, il 31 dicembre lui. Dai 30 anni in poi, trascorreranno la notte di capodanno più o meno sempre insieme, per 10 anni e 10 episodi che ne descrivono il rapporto, il progressivo avvicinarsi, complicarsi, avvelenarsi, e qualcos’altro ancora. La chitarra di Nacho Vegas incanta le immagini, Gabo Ferro e Dalida conducono alle lacrime. Dovunque la poesia, quella recitata a tavola e quella registrata come nota vocale per i sé del futuro. Per ricordare come amare e per non commettere gli stessi errori, e incrociarsi in un ultimo campo-controcampo di sguardi che è il più potente e più riuscito dell’anno. Andrea Giangaspero | Leggi la recensione completa […]