25 anni di In the Mood for Love – Come sopravvivere al gran finale
«Quell’epoca è passata, tutto ciò che ne faceva parte, ormai non esiste più»
A poche sequenze dal suo finale quasi ultraterreno, un pannello rosso sangue segna il diktat di In the Mood for Love, concludendone apparentemente le vicende. Wong Kar-wai verbalizza l’immagine, la sintesi di tutto ciò che abbiamo visto, e ce ne priva, mortificandone la ripetitività. Poi però si compie un piccolo miracolo, perché quella privazione altro non era che conservazione, e quel carosello di immagini sulle vicende di Hong Kong viene liberato in un altrove metafisico, attraversato da Tony Leung lungo le rovine di Angkor Wat. Millenaria, fuori e dentro il tempo, l’opera magna di Wong Kar-wai incontra la più tremenda tra le contraddizioni umane e vi si immerge, come in un acquario grondante di emozioni, intuizioni, cellule essenziali del nostro modo di vivere la “fine”. Tra la sua finitezza e il desiderio di eternità, l’uomo vive la tensione tra lo scadere del tempo esteriore e l’illimitato tempo interiore, tra gli eventi della vita, i trasferimenti, i compleanni, e la memoria, l’amore che resta, l’attesa di un sogno. In the Mood for Love è il racconto della nostra esperienza emotiva, di un mood, per l’appunto, che funziona universalmente per ogni Signor Chow e Signora Chan che attraverseranno Hong Kong.
Anno 2000, da lì a dieci anni sarebbero stati proiettati al cinema tre film tra i migliori del primo decennio del nuovo secolo e, per alcuni, dell’intera Storia del Cinema contemporaneo. In the Mood for Love esce nell’autunno dello stesso anno a cesellare il nuovo secolo, Mulholland Drive l’anno successivo, Il Petroliere nel tardo 2007, tre titoli che hanno segnato il punto di massima maturità dello sguardo cinematografico sullo Zeitgeist, il fermo immagine critico tra il sentire novecentesco e un tempo ancora sconosciuto. Ciascuno ha saputo cogliere e restituire un’immagine-paradigma, un’idea più che una sua possibile narrazione: “la finzione” per David Lynch, “il capitalismo” per Paul Thomas Anderson, “l’amore” per Wong Kar-wai, la lucida consapevolezza artistica della materia di cui era fatto il Secolo Breve e dell’immagine come medium ermeneutico e potente manifesto.

«Fu un momento imbarazzante. Lei se ne stava timida a testa bassa per dargli l’occasione di avvicinarsi, ma lui non poteva, non ne aveva il coraggio. Allora lei si voltò e andò via»
Ispirato al celebre standard jazz del 1935 I’m in the mood for love, il titolo internazionale non tradisce l’originale Faa yeung nin wa (Gli anni della fioritura) ma aggiunge un tassello al mosaico semantico dell’opera, manifestando quella predisposizione d’animo all’esperienza amorosa – che è anche primavera – cui si aggiunge ancora il tiolo del romanzo breve di Liu Yichang preso a ispirazione, Un incontro: antefatto e fatto amoroso insieme. I fatti riguardano la Hong Kong del 1962 e le vite dei coniugi Chow e Chan, trasferitisi in due appartamenti attigui. I fatti emotivi, invece, la nascita di un sentimento amoroso dai confini fantasmatici.
Il Signor Chow e la signora Chan (Tony Leung e Maggie Cheung in totale stato di grazia) non sono i protagonisti di una comune narrazione romantica, dove il fatto amoroso si estingue nel suo consumarsi. Scoperta l’infedeltà dei rispettivi coniugi, i due iniziano una lunga frequentazione la cui conditio sine qua non è però la castrazione: l’omissione diventa l’unica forma di occasione amorosa possibile. Erede extra-continentale della nouvelle vague francese e maggior esponente di quella hongkonghese, Wong Kar-wai porta avanti la sua fenomenologia amorosa per onde e risacche: non una narrazione lineare ma istantanee fluide di eventi ad alta intensità. Mette però in cantina tutto lo strumentario adoperato in Hong Kong Express e Fallen Angels, assumendo una postura filmica più adulta, trans-secolare. Niente più camera a mano o estetica videoclip, qui tutto è sublimato e rigidamente misurato, ridotto all’osso. Dissolvenze, dettagli e ralenti raccontano meglio il punto di vista emotivo dell’evento, quella scena che è innanzitutto mood e poi azione. Il regista sottrae, nasconde, elimina tutto il superfluo per trasformare le informazioni in intuizioni impalpabili e i non-detti nella pompa erotica rigonfia proprio in virtù del suo non-essere. Wong Kar-wai ritrae la pulsione in sé, che spesso si contrae in sguardo, in un temporale improvviso, o in una miscellanea di oggetti agenti: le scarpe, la cornetta di un telefono fisso, la fantasia floreale degli abiti cheongsam.

Ogni inquadratura fatica a contenere la passione del profilmico, così Wong Kar-wai la parcellizza, la confina in porte, finestre, fessure, stipiti, separa le figure del Signor Chow e della Signora Chan o le moltiplica attraverso le curvature degli specchi: la visione emotiva non è panottica e non è realistica, fa libere associazioni e sovrappone le immagini. Così in In the Mood for Love quello che vediamo ha la forma dell’intimità e della nostra lente amorosa. Il ritmo stesso del montaggio e del sonoro è una costante coreografia di prossimità e assenza tra i corpi degli amanti, impreziosita dalle note del walzer di Shigeru Umebayashi che accompagna i ralenti, e che si attiva all’improvviso, proprio come per sinestesia una madeleine riattiva un ricordo.
Esiste però una dimensione di sfogo amoroso per i due amanti, dove il non-detto si può dire e il gesto carnale compiere. Wong Kar-wai utilizza la finzione come carta copiativa in negativo: Chow e Chan mettono in scena più e più volte le ipotetiche esperienze vissute dai rispettivi marito e moglie quando sono diventati amanti, attivando un reenactment che ricorda Vertigo e che forse è una delle intuizioni più raffinate del regista. A metà tra lo psicodramma e il gioco di ruolo, i due protagonisti affrontano il trauma comune nel tentativo di comprenderlo, ma nel farlo lo inverano, diventano amanti pur non volendo, e attivando per contrasto una verità di cura reciproca.

«Quando pensa a quegli anni lontani, è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato. Il passato è qualcosa che può vedere ma non può toccare. E tutto ciò che vede è sfocato e indistinto»
Terminato il suo racconto fenomenologico, Wong Kar-wai aggiunge un’appendice contemplativa, una sequenza pre-titoli di coda in cui l’accettazione per la “fine” delle cose diventa un purgatorio obbligato. Chow consegna al tronco di un albero il segreto di quell’unione, verbo senza corpo imprigionato in una fessura sigillata col fango che significa poeticamente l’immanenza di quello che è stato. Nell’ansia collettiva del finale, perdiamo di vista il volume simbolico di ciò che è accaduto e che resta invariato di fronte alla suo stesso esaurimento. E sullo sfondo di quelle rovine quasi a-temporali, la permanenza di quel tempio cambogiano corrisponde al valore eterno di un vissuto che ha lasciato traccia, un fossile memoriale consegnato ai posteri.
In the Mood For Love apparve dunque come un’epifania sintetica capace di restituire, ora come allora, una possibile e universale verità sull’amore, così come un medicinale efficace per curare la paura della morte. Un lavoro incredibile sull’Amore e sul Tempo come condizioni a priori del nostro vivere nel mondo, e se l’amore è il motore che ci fa nascere e pulsare in avanti verso il futuro, il Tempo ci rende narrabili, fa iniziare e finire le cose in continuazione, ci rende cinematograficamente possibili. Allora, In the Mood for Love è anche canone per il cinema, che nel tempo ha fatto muovere le sue immagini e nell’amore le ha create.

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