Dostoevskij – L’ignota frontiera profonda dei fratelli D’Innocenzo
«Tu pensi di sapere chi sono, ma non lo sai». Dice il killer all’investigatore Enzo Vitello nella parte finale di Dostoevskij di Damiano e Fabio D’Innocenzo, opera uscita in due parti nei cinema per una settimana prima di approdare in sei episodi su Sky e piattaforme. Come noi crediamo di sapere cosa sia il loro ultimo lavoro ma comunque ci domandiamo: film o serie? Dal punto di vista distributivo il progetto ha pochissimi precedenti, fra i quali fa piacere ricordare Esterno notte (2022) di Marco Bellocchio e il recentissimo L’arte della gioia (2024) di Valeria Golino. Questo sembra essere il nuovo modello della produzione audiovisiva odierna. Avremmo forse dovuto aspettarcelo quando si è assestato il quasi-monopolio di Rai Cinema? Forse sì. A ogni modo, sul piano della qualità, i film a episodi citati non hanno niente da invidiare alla maggior parte dei lungometraggi italiani realizzati in una stagione qualsiasi del nuovo secolo. Persino prima dello scoccare dell’anno 2000 la rete nazionale aveva dimostrato di saper riconoscere il valore di un autore o un’autrice e di poterne finanziare le imprese artistiche per una fruizione non solo sul piccolo schermo. Basti pensare all’intera carriera di Ermanno Olmi, prestissimo inglobato in un sistema che qualificava i suoi film come prodotti Rai ma senza rinunciare al canonico passaggio nelle sale. E non va dimenticato che una ventina di anni fa un nuovo ciclo di questa routine si era aperto con La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, proposto in due parti ma di respiro evidentemente cinematografico.

Ci siamo presi la libertà di fare uno spoiler in apertura di questo pezzo perché ogni crime che si rispetti ha un confronto finale fra il predatore e la preda (e fra criminale e investigatori spesso non è chiaro chi sia il primo e chi la seconda) e la fatica dei due fratelli registi non si discosta molto da questa tradizione. «A Berlino, dopo aver presentato Favolacce, ci è stato chiesto se volevamo fare una serie, ma in quel momento non eravamo pronti», afferma Damiano D’Innocenzo in un’intervista esclusiva con chi scrive. Poi prosegue: «Quando abbiamo ripreso contatto con loro, abbiamo proposto di fare un western ma loro volevano un crime ed è ciò che il pubblico vedrà». Confermato. Enzo Vitello (Filippo Timi) è un disilluso poliziotto di provincia alle prese con un assassino che sceglie le sue vittime apparentemente a caso e lascia sulla scena del crimine delle lettere dall’afflato poetico. Per questo motivo, la sua squadra lo ha soprannominato Dostoevskij. Non solo. L’uomo, cinquantenne e affetto da disturbi che lo obbligano ad assumere farmaci non meglio specificati, deve fare i conti con una figlia ventina con problemi di droga (Carlotta Gamba) che lo detesta perché quando era ancora piccola il padre è andato via di casa e non è più tornato. Mentre i due cercano difficoltosamente di riavvicinarsi, il misterioso killer continua a seminare cadaveri e pagine, prendendosi gioco delle forze dell’ordine, che sembrano brancolare nel buio senza rimedio.

Allo stesso tempo, però, Dostoevskij è anche un po’ un western. Sì perché l’ambientazione in quella campagna geograficamente incollocabile e temporalmente un po’ sospesa, con tanto di isolati motel pulciosi e stazioni di benzina in mezzo al nulla, è quanto di più statunitense si possa immaginare. Sembra di assistere a quei film indie americani girati negli stati centrali del Paese, con furgoni che viaggiano su strade sterrate attraverso campi di grano che si perdono oltre l’orizzonte. Risulta evidente l’intenzione di creare una condizione di spaesamento, alla quale segue un forte grado di tensione dovuto al fatto che ovunque e in qualunque momento Dostoevskij colpirà, Vitello giungerà tardi. E ovviamente poi c’è il nome del protagonista, che può essere interpretato in due diverse maniere entrambe profondamente simboliche. Una prima lettura riguarda il fatto che fin dall’inizio lui sembri destinato tragicamente a incontrare il killer sulla sua strada, come una vittima sacrificale, un prescelto che infatti andrà incontro al proprio fato senza mai metterlo troppo in discussione. Come guidato da un’invisibile filo che lo unisce alla persona cui sta dando la caccia. Come nei più classici del racconti di frontiera in cui sceriffo e bandito di turno si inseguono in luoghi sconosciuti. Ma c’è anche una seconda intuizione possibile: il vitello è una creatura ancora acerba, non del tutto finita, non completamente sviluppata. Come in ogni noir che si rispetti, il protagonista subirà una mutazione che probabilmente ce ne mostrerà la vera natura solo grazie al male con cui si confronta.

Dostoevskij – che venga presentato come un (doppio) film o una serie tv – merita l’attenzione di chi guarda, per una serie di motivi squisitamente linguistici, di ordine cinematografico puro. In primis, la realizzazione in 16 millimetri, che evidenzia la ricerca chiaroscurale della fotografia di Matteo Cocco, qui alla sua primissima esperienza in pellicola. I fratelli D’Innocenzo, pure, che non si erano mai confrontati con questo formato, ne escono con dignità. Altro comparto in cui l’opera esprime una ricerca è quello registico, della messa in scena drammatica, sia che si tratti del lavoro con gli attori sia per quanto riguarda la scelta delle inquadrature e delle musiche, e più in generale il racconto dei momenti privati del personaggio. L’intenzione era sicuramente quella di mettersi al servizio delle emozioni, costruendo un’atmosfera di abbandono, disagio e incomunicabilità, tutto materiale che appartiene anche al nostro cinema del passato e che qui risorge con grande padronanza del mezzo. Timi – corpo estraneo della produzione contemporanea italiana – è impagabile mentre si aggira come in preda a un delirio, ripreso spesso con obiettivi grandangolari che ne distorcono l’immagine, alienato da tutti e tutto come Brad Dourif ne L’ignoto spazio profondo (2005) di Werner Herzog. Perfetta nella parte anche Gamba – ormai promessa mantenuta dopo la straordinaria prova in Gloria! (2024) di Margherita Vicario – con quei suoi grandi occhi blu da eterna bambina sperduta sul volto emaciato di tossicodipendente.

Nel complesso Dostoevskij ottiene, probabilmente, il risultato che si era prefisso: realizzare il sogno di una serialità di respiro cinematografico che non intenda rinunciare alla ricerca di un racconto più esteso e strutturato. Pur confermando la scrittura più istintiva che rigorosa dei D’Innocenzo, alla fine torna tutto. E per quanto riguarda il cinismo, connaturato a tutta l’opera dei fratelli registi e sceneggiatori romani, esso trova qui la dimensione ideale per portare agli estremi una certa tendenza affabulatoria quando non persino un po’ moralizzante. È però questo tratto, la dimensione del giudizio sui personaggi portati in scena, quello davvero riuscito. L’opera si compone infatti di una serie di momenti che potremmo identificare come le tappe di una via crucis, una sorta di martirio, che non è però mai definitivamente empatica con il suo protagonista. Non si giunge mai davvero né a giustificare né a condannare le sue azioni; ma piuttosto la serie, proprio grazie alla distensione immersiva permessa dal lungo minutaggio, suggerisce un avvicinamento agli eventi tale da fornire gli strumenti per infine svilupparne una lettura critica. E ciò comporta una maturità espressiva che gli autori non erano ancora stati in grado di raggiungere davvero in nessuno dei progetti precedenti. Al di là dei più o meno evidenti riferimenti cinefili esterni – da Seven (1995) di David Fincher, richiamato dal mood nichilista e dalla tipologia di indagine, ai fratelli Coen riconoscibili in certe situazioni ironicamente sospese – siamo di fronte a un lavoro finalmente in grado di dettare un passo al ripensamento del sistema dei generi nell’industria dell’intrattenimento audiovisivo italiano.
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