M Il figlio del secolo – Make Italy Great Again
M – Il figlio del secolo, la serie Sky diretta da Joe Wright e tratta dall’omonimo romanzo Premio Strega di Antonio Scurati, comincia con una sfida: è il 23 marzo 1919, giorno che passerà alla storia come la nascita dei Fasci italiani di combattimento, e il Benito Mussolini-seriale (Luca Marinelli) rivolge il suo sguardo alla macchina da presa e conseguentemente al pubblico, rompendo la quarta parete. Non è la scelta che sarebbe solito aspettarsi da una serie in un certo senso documentaria, nonostante sia tornata in voga negli ultimi anni anche a causa di Fleabag.
Qui la rottura della quarta parete diventa l’occasione per un lungo comizio, per convincere il pubblico della sua grandezza. Una delle prime frasi che il Benito Mussolini-seriale recita rivolto al pubblico è «Seguitemi. Anche voi mi amerete. Anche voi diventerete fascisti». È un invito, ma anche una sfida a diventare silenziosi complici dell’ascesa al potere di un dittatore che ha macchiato di sangue per sempre la storia italiana.

Silenziosi complici perché il pubblico è chiamato a stare per otto puntate davanti a Mussolini, ad ascoltare i suoi piani per conquistare il consenso di tutta Italia, ad orchestrare uccisioni e altre scorribande da parte dei suoi “cani rabbiosi” sapendo che quello spettro, che sembra lontano nel tempo, è ancora vivo nell’Italia di oggi.
Come il libro di Scurati, la serie tocca solo parzialmente la morte di Mussolini, che si trasforma in un cappello introduttivo per l’intera storia («Mi avete amato e temuto come una divinità e poi mi avete odiato perché avevate paura di quel folle amore», racconta la voce di Marinelli accompagnando le immagini del corpo deturpato di Mussolini in Piazzale Loreto), e non arriva alla Seconda Guerra Mondiale, che appare come uno spettro su tutta la narrazione, creando un climax di cui conosciamo bene la definitiva esplosione che tuttavia non giunge mai.

Il periodo scelto è quello tra la nascita dei Fasci italiani di Combattimento il 23 marzo 1919 e il discorso di Mussolini presso la Camera dei Deputati in seguito all’omicidio di Giacomo Matteotti il 3 gennaio 1925. Si potrebbe definire un periodo di costruzione, dove Mussolini assembla quella che poi è diventata per i posteri una bestia che «sente il tempo che viene» e che in quanto tale è capace di mutare come più gli conviene, diventando politico, criminale, giullare o mera celebrità, cambiando volto per spianarsi la strada verso il consenso.
M – Il figlio del secolo, presentata come evento speciale alla 81° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e su Sky nel 2025, non si concentra solo sulla carriera politica di Mussolini, ma anche sulla sfera personale attraverso i rapporti con le donne della sua vita. Se Ida Dalser è lasciata perlopiù in disparte (dopotutto dopo Vincere di Marco Bellocchio è difficile aggiungere altro sul tema), la moglie Donna Rachele (Benedetta Cimatti) e la consigliera/amante Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli) sono fondamentali nell’analisi della figura di Mussolini, e la serie riconosce loro lo spazio che meritano: la prima rappresenta un ultimo appiglio al passato e alla vita famigliare, la seconda è una forza propulsiva, una potente stratega che mira al futuro. Le due donne sono nella serie possibili voci della ragione, che aprono strade possibili da seguire, una verso la salvezza e una verso la distruzione. Al fianco di Mussolini vi è anche una figura terza, Cesare Rossi (Francesco Russo), un amico, un complice, un emulatore e un controcanto, un compagno nell’ascesa che verrà sacrificato prima della definitiva consacrazione.

Joe Wright non è nuovo alla rappresentazione di figure storiche che assomigliano a maschere teatrali, nel 2017 aveva portato Gary Oldman all’Oscar come Miglior Attore Protagonista con L’ora più buia, incentrato su Winston Churchill e sulla sua gestione dei primi mesi della seconda guerra mondiale. Nel caso di M – Il figlio del secolo, il suo approccio è diverso e può contare su un’innata distanza culturale: come racconta lo stesso Wright nelle note di regia, nella storiografia anglofona la figura di Mussolini è perlopiù periferica, “visto per lo più in chiave caricaturale”. Così è capace di portare sullo schermo la sceneggiatura di Stefano Bises e Davide Serino con uno sguardo non condizionato che riconosce l’eterno ritorno del fascismo nel panorama politico europeo, attraverso il recentissimo successo dei partiti di estrema destra. Uno dei più espliciti riferimenti al contemporaneo avviene in una delle numerose rotture della quarta parete, in cui il Benito Mussolini-seriale propone un nuovo slogan alla camera e al pubblico a casa: «Make Italy Great Again», una versione geolocalizzata dello slogan usato da Donald Trump durante la sua campagna presidenziale nel 2016.
La serie non segue le premesse di romanzo-documentario, come Scurati ha definito la sua opera, preferendo un approccio più libero, un volo pindarico sull’ascesa di Mussolini, preciso dal punto di vista della rappresentazione storica, ma con una sua inaspettata modernità data dalla scelta di rompere la quarta parete e da una colonna sonora martellante composta da Tom Rowlands dei The Chemical Brothers. La scelta strizza l’occhio alla cultura rave anni 90’ e nei momenti di maggiore tensione non concede respiro ai suoi personaggi, come se fosse il conto alla rovescia di una bomba destinata ad esplodere.

Più che un adattamento, M – Il figlio del secolo è un naturale prolungamento del romanzo di Scurati, che non cade mai nella dimensione spettacolare e indaga la scelta del male – perché di scelta si tratta, vista la totale assenza di spinte sociali esterne – da parte di Mussolini, senza pregiudizi in partenza. Tutto il pubblico conosce la figura del “Duce” attraverso il filtro asettico dei libri di storia, che per ovvie ragioni possono limitarsi al racconto dei fatti e alla riproposizione di estratti dai numerosi discorsi. M – Il figlio del secolo cala lo spettatore direttamente nella psiche di Mussolini, portata sullo schermo da un Marinelli feroce, dinamico e anche profondamente ingenuo, e questa scelta non lascia vie d’uscita. Non c’è modo più violento di capire il male che viverlo attraverso gli occhi di uno dei suoi più grandi fautori.
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