Filmmaker Festival 2024 — Cosa tenere d’occhio
Milano, 2024. Dal 16 al 24 Novembre va in scena il Filmmaker Festival, dedicato al meglio del cinema documentario, sperimentale e di ricerca, quella zona espressiva in cui il cinema ripensa a sé stesso, ai suoi strumenti, ai vari linguaggi che ha per guardare il mondo. In questo senso, Filmmaker Festival è un’oasi di libertà espressiva da più di quarant’anni, un punto panottico da cui guardare il mutare e il ripensarsi di un’arte, summa del lavoro di autori che spesso lo stesso festival ha consacrato, ma anche riassunto del futuro linguistico e tematico del cinema di oggi. Il programma, sugli schermi di Arcobaleno Film Center e Cineteca Milano Arlecchino, comprende otto sezioni: Concorso Internazionale, Concorso Prospettive, Fuori concorso, Interferenze, Filmmaker Expanded, Filmmaker Moderns e la Retrospettiva: Prometeo liberato – il “Nuovo Cinema” per Adriano Aprà (1940-2024), a cui è dedicata l’intera edizione 2024.

Grande critico, ma soprattutto programmatore, Aprà è tutt’ora un punto di riferimento per chiunque si occupi di festival e divulgazione – di chiunque si occupi, più che del cinema, del cinema del presente – : un critico che più che studiare, scopre e fa scoprire, e che la sezione, seguendo i suoi interventi pubblicati su Cinema&film, omaggia proiettando pellicole di Massimo Bacigalupo, Piero Bargellini, Tonino De Bernardi, Paolo Gioli, Alberto Grifi, Mario Schifano e tanti altri: voci che Aprà individuava come proprie di un cinema italiano “nuovo” e che fanno da premessa, bussola critica e manifesto a un’edizione che offre uno sguardo ambiziosamente diversificato sul cinema più vitale di oggi.

Gli undici titoli in anteprima italiana o mondiale del concorso internazionale osano con i linguaggi, gli strumenti e le ibridazioni, come in Revolving Rounds di Johann Lurf e Christina Jauernik, in cui il codice genetico di una pianta diventa dispositivo visivo sperimentale tra pellicola e 3D, o come in Being John Smith, in cui il maestro del cinema d’avanguardia britannico riflette ironicamente sull’auto-rappresentarsi.

Pur sperimentando con le forme, questi film non smettono di toccare l’epidermide del mondo, raccontando i temi del presente: il conflitto russo-ucraino nelle intercettazioni di conversazioni tra soldati in Intercepted di Oksana Karpovych, la decolonizzazione in Makamisa – Phantasm of Revenge dell’artista filippino Khavn De La Cruz, cura e salute mentale in Averroès & Rosa Parks di Nicolas Philbertla, la memoria e l’identità famigliare in Via Campegna 58, scala I, interno 8 di Donatella di Cicco e nel film di chiusura Sulla terra leggeri di Sara Fgaier, presentato a Locarno, infine il sistema scolastico nei film di due voci già viste al Festival: Favoriten di Ruth Beckermann e Apprendre di Claire Simon. Altri autori già noti al pubblico del Filmmaker sono D’Anolfi e Parenti, che in Un documento registrano l’intervista di un etnopischiatra a un migrante, ma anche il documentarista tedesco Romuald Karmakar, che in Der unsichtbare Zoo esplora lo zoo di Ginevra per indagare lo sguardo che rivolgiamo al mondo animale.

Altri decani si trovano nel Fuori Concorso, ad esempio Leos Carax, protagonista dell’apertura con il suo C’est pas moi e con la partecipazione in Allegorie Citadine di Alice Rohrwacher e JR; Edgar Reitz, che presenta il suo Filmstunde_23, in cui incontra dopo anni le sue ex studentesse di cinema; o Albert Serra, che in Tardes de soledad studia la mitologia della Corrida spagnola attraverso il torero Andrés Roca Rey.

Sono titoli che osano un’immersione e che interrogano i soggetti, ma soprattutto il modo in cui li guardiamo. Ad esempio, sempre nel Fuori Concorso, No other land, documentario collettivo che segue la vita di un giovane attivista palestinese durante l’occupazione israeliana in Cisgiordania, (premiato come miglior documentario all’ultima Berlinale), o Peaches goes Bananas di Marie Losier, ritratto dell’artista queer femminista icona dell’electroclash.

Oltre ai nomi già affermati, Filmmaker è soprattutto un osservatorio su un possibile cinema futuro, sperimentale perché libero dalle briglie di etichette, generi e norme. Nella sezione Prospettive, un vivaio di giovani sguardi si fanno strada nel reale, tra il lirismo spesso onirico di perlustrazioni intime e l’inserimento del coming of age nello spaesante, gentrificato, instabile ambiente urbano contemporaneo – un tema esplorato anche nello stesso Fuori concorso in Nè ombra né luce, realizzato da Andrea Caccia e gli studenti dell’Istituto Rosa Luxemburg -. In Interferenze, oltre all’attenzione rivolta al lavoro dell’artista Saodat Ismailova, il progetto Perdersi nell’espanso raccoglie le opere di 12 giovani sguardi guidati dal duo di artisti contemporanei Masbedo, in collaborazione con la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, in una sezione in cui il cinema non rifiuta di contaminare i suoi idiomi con quelli dell’arte contemporanea e della video-arte, di ridiscutere i suoi strumenti, ibridare le sue forme.

Sguardi liberi, sghembi tra passato e futuro come quelli di Francesco Ballo nella sezione Filmmaker Moderns; sguardi intermediali tra palco e schermo in Hijos de Buddha di Alessandro Rossetto, nella sezione Teatro sconfinato; sguardi espansi di un cinema che ridiscute la sua identità, come in Filmmaker Expanded che, in collaborazione con AN-ICON e Rai Cinema, presenta al pubblico un ricco programma di realtà virtuale. Tra i titoli: 43° 43′ 23.7972″ / 7° 21′ 32.3022 di Sara Tirelli, Grosse di Giulia Brusco, Sweet End of the World! di Stefano Conca Bonizzoni e wwwhisper di Emanuele Dainotti.

Un programma che è esperienza artistica ma anche studio del cinema, sia sguardo all’oggetto che riflessione sul vedere, un laboratorio che tra documenti, sperimentazioni underground, osservazioni in prima persona, video-saggi, sguardi etnografici e film militanti, oltre a raccontare il mondo, riesce a svelare le immagini a cui ci affidiamo per conoscerlo. Un percorso per immagini che attraverso 64 titoli, 40 prime mondiali, 11 prime italiane, tra pellicola e realtà e virtuale, ha ancora il coraggio di guardare alla passione per il cinema, quello più fervido e fertile del presente, come modalità della cittadinanza. Un cinema inquieto, incoerente e contaminato, quindi vivo e indipendente.
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