The Vanishing Point di Bani Khoshnoudi – Il confine come via di fuga | Filmmaker Festival 2025
Il punto di fuga è il punto in cui convergono linee parallele che si allontanano dall’osservatore, creando un senso di profondità in un disegno o una fotografia, di per sé bidimensionale. È un concetto fondamentale in prospettiva, utilizzato per conferire realismo a un’immagine, e si trova sulla linea apparente dell’orizzonte, quel confine, ben visibile quando lo si scruta a debita distanza, che separa il cielo dalla terra o dal mare o, per meglio dire, che permette a due dimensioni di toccarsi. Quella retta immaginaria è stata via via investita di carica poetica, le è stata imputata la gravità di esiziale limite tra il conosciuto e l’ignoto. Di fatale ha senza dubbio la natura illusoria: giunti al fantomatico punto di fuga, non si ha prova di essere lì. Dove le linee convergono, la visione del quadro complessivo si dissolve e si naufraga, dimentichi di quella precedente ripartizione perfetta. L’orizzonte è un limite dello sguardo, non della realtà.
Bani Khoushnoudi sceglie The Vanishing Point (traducibile in «punto di fuga») come titolo del suo documentario, che è stato presentato alla sua prima italiana presso la Cineteca Milano Arlecchino durante il Filmmaker Festival 2025 e premiato dalla giuria giovani per la sua natura di «lucido appello alla speranza e alla lotta». La regista iraniana cresciuta negli Stati Uniti contempla la sua terra luttuosa con uno sguardo reso consapevole dalla distanza dell’esilio. È cosciente che il punto di fuga possa significare andare avanti senza la memoria del sacrificio e che non coincida necessariamente con la via di fuga, un movimento di speranza, scelto con avvedutezza verso un altrove.
È nella nozione di confine che Khoushnoudi si imbatte e vi si confronta, nel contenuto e nella forma, in un’opera che accoglie la memoria storica di un paese: dalla «merdoluzione» del 1979 alle proteste del Green Movement a seguito delle elezioni del 2009 (già filmate dalla regista in The Silent Majority Speaks, film diffuso clandestinamente che le ha precluso il rientro in Iran), fino alle recenti e violentissime lotte di cui l’ambiente urbano, ormai messo in ginocchio, si fa teatro.

In un montaggio disarticolato, che rifugge la linearità narrativa, i filmati da lei illegalmente realizzati – ora scrutando nel buio di una finestra, ora dando voce a donne che, per le strade, esigono che la loro disperazione per la scomparsa di un figlio risuoni in tutta la sua agonia – si alternano a inquadrature di pura osservazione di interni domestici, natura morta, foto sbiadite e materia inerte se non fosse per il dolore che richiama. Allora anche un confortante cantuccio è intaccato dal morbo dello strazio pubblico, il privato è attanagliato dal politico, tra studentesse a capo scoperto all’alba degli anni 80 e la brutalità della polizia morale nelle strade di Teheran pronta a punire i costumi odierni ritenuti trasgressivi, tra l’arresto e l’uccisione della giovane Nasanine e la lotta del movimento Donna Vita Libertà.
La struttura del film si deve anche all’incontro fortuito e decisivo con Claire Atherton, montatrice e occhio esterno, non coinvolto nell’attività di ripresa e in grado, dunque, di inanellare momenti intimi e frammenti di storia collettiva. L’apporto di Atherton consta di quel distacco che si confà a un documentario frutto di un processo lungo e stratificato, che coinvolge le stesse immagini che nei media naufragano in un mare magnum, ma che qui ci travolgono nel fluire inarrestabile dello schermo della sala. Le rivolte nello spazio pubblico, oltre a far apparire le nostre saltuarie manifestazioni nelle piazze ben poca cosa, fanno del corpo, per lo più femminile, un confine visibile e immediato, spazio di soggettività ma anche terreno di contesa politica, strumento di presenza che trasforma il limite imposto in campo di possibilità e permette alle barriere sociali e culturali di essere attraversate e rinegoziate.

La labilità del confine e la natura illusoria del punto di fuga assumono i connotati della tragedia se si ipotizza che Nasanine, la giovane cugina della madre di Bani Khoushnoudi, abbia condotto la sua battaglia invano. Ma in questa tensione, se non si configura come barriera che annichilisce la memoria, il confine può essere soglia di trasformazione che ridisegna possibilità e libertà.
Sembra questo, da anni, il mandato del Filmmaker Festival, muoversi sul crinale valorizzando le potenzialità del dispositivo, con la conseguenza di camminare molte volte sul filo del rasoio tra il documentario e la fiction (ibridati sin dai tempi di Flaherty, che già nel 1922 metteva in chiaro che il cinema, quand’anche con intento documentale, non è la realtà). È il caso del lavoro di Davide Palella che, nella sezione Moderns del festival, ha riproposto immagini dell’Archivio nazionale del cinema d’impresa di Ivrea, in una narrazione fantascientifica nella quale la Terra, nel 2960 d.C., è una landa desolata che fa gola ai Cacciatori d’uranio.
Altri esempi del Concorso Internazionale, pur con intenti, durata, nuclei tematici molto diversi, saggiano gli equilibri del confine. Di Notte di Anouk Chambaz, cortometraggio nato da Mind the border, residenza artistica che si è svolta tra Gorizia e Nova Gorica, contempla non solo la commistione linguistica, ma anche il margine tra la cura e la sua assenza, tra l’angoscia e la tenerezza, tra la luce e il buio, tra il giorno e la notte e il loro succedersi, tramite l’esperienza della ripetizione che il cinema può assicurare. Anche in questo caso la protagonista è una donna che, acconciata come la Rosemary di Polanski, sembra condividere con quel personaggio la vulnerabilità come pure la forza femminile, guardando in macchina con uno sguardo lacrimoso e autentico che ricorda quello di Sinéad O’Connor in Nothing Compares 2 U, in un primo piano tra la tenerezza e la disperazione.
Che si parli di linguaggio o di contenuto, del cinema e delle sue tendenze o della storia e delle sue ombre e rivendicazioni, lo sforzo auspicabile è quello di rendere il punto di fuga all’orizzonte non obnubilante né disorientante, ma via di attraversamento per prospettive di rinascita di un paese o della facoltà di raccontare la memoria, pubblica o privata. Davanti alle sciagure dell’oblio, camminare sul confine, concepito come luogo di tensione e di consapevolezza per chi narra e custodisce e per chi agisce e rivendica, è fruttuoso se si ha ben presente cosa ci sia da una parte e cosa dall’altra. Perché del resto, se la frontiera è la linea di battaglia che separa, il confine – e lo testimonia l’etimologia latina del termine – è il terreno in cui ci si incontra.
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