Bestiari, erbari, lapidari – Un viaggio nella vita | Venezia 81
Bestiari, erbari, lapidari di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti ha un respiro diverso rispetto alle altre opere della coppia, pur mantenendo la stessa coerenza e lucidità di tutto il loro percorso cinematografico. Seguendo la stessa struttura in tre atti del loro penultimo Guerra e pace, è impossibile non percepire, anche in funzione della durata di 206 minuti, un’aspirazione a qualcosa di grande, ovvero a un’affermazione del mezzo cinematografico come strumento di cattura, analisi, e reinvenzione della realtà.

Il film è diviso nei tre capitoli che compongono il titolo, ognuno focalizzato su tre diversi elementi del nostro pianeta: animali, piante, pietre. Come in ogni loro film, d’Anolfi e Parenti piegano il genere del documentario a esigenze che vanno oltre il semplice scopo descrittivo e informativo. Si potrebbe pensare a un cinema vicino a Werner Herzog negli intenti, ma completamente opposto nei mezzi. I registi partono sempre da un luogo specifico, riprendendolo e concettualizzandolo attraverso una forma puramente analitica e contemplativa (opposta quindi al fuoricampo herzoghiano), per poi inserirlo all’interno di un discorso più di carattere esistenziale, addirittura ontologico. Ci troviamo di fronte a un cinema che cerca l’essenza delle cose all’interno di contesti estremamente particolari. Questo risulta fondamentale per trovare una direzione all’interno di questo viaggio in tre atti.

Bestiari tratta della conservazione di pellicole risalenti agli anni ’10 del Novecento che riguardano animali di diverse specie, i quali vengono addomesticati, catturati, cacciati oppure assoggettati a studi veterinari più o meno brutali. Il sottotitolo di questo capito definisce chiaramente la sua ambizione: “Come il cinema ha messo in gabbia gli animali“. Viene infatti analizzata la pulsione del mezzo cinematografico a “ingabbiare” il movimento animalesco. Ogni frame diventa infatti oggetto di analisi, che viene poi utilizzato per svariati motivi medici, scientifici, o d’intrattenimento. Di base, comunque, le pellicole mostrate espongono il nostro approccio di esseri umani nei confronti del regno animale: una completa rimozione di qualsiasi forma d’individualità, la trasformazione di esseri viventi che a causa del loro movimento diventano statici oggetti da studiare. Questa dinamica di privazione dell’individualità, di passaggio dal movimento alla staticità, è il tema fondamentale del film.

Erbari è una meditazione sulla vita delle piante realizzata attraverso le riprese delle varie attività dell’orto botanico di Padova. Se il primo capitolo riguardava lo sguardo degli uomini sugli mondo animale, questo capitolo ribalta completamente la prospettiva. Componendo solo lo 0,4% della biosfera, il regno animale, uomo incluso, risulta completamente irrilevante su questo pianeta. Il suo sguardo non interessa in alcun modo il regno vegetale, capace di avere elementi che possono sopravvivere fino a decine di millenni. Questo capitolo agisce da punto di rottura, distruggendo qualsiasi pretesa di ego e individualismo appartenente alla vita animale. Le piante sono organismi statici, la cui sopravvivenza è legata proprio alla moltiplicazione d’individui. Molti vegetali, infatti, sono legati dalle stesse radici sebbene appaiano in superficie come distinti. Questa dilatazione del tempo e conseguente dissoluzione dell’Io si riflette anche nell’aspetto formale del film: più rarefatto nel montaggio, e quasi completamente privo di primi piani.
Lapidari funge quasi da “sintesi” dei primi due capitoli. Le due manifestazioni della vita sono ormai dimenticate, e viene rappresentata la lavorazione all’interno di una fabbrica di cemento. Esiste ormai la fissità senza vita della pietra e la meccanicità dei movimenti della fabbrica. Potrebbe sembrare che il film voglia essere una denigrazione della vita, e un’apologia della staticità, dell’inumano. Eppure, come si vedrà, questo cemento viene poi lavorato, usato, e integrato in un processo storico, civile e di memoria. La memoria, una delle cose più umane di questo pianeta, ribalta ancora una volta il film. L’uomo non viene negato, ma inquadrato semplicemente nella giusta dimensione esistenziale di questo pianeta.

Bestiari, erbari, lapidari è quindi un’epica, o forse un’enciclopedia, che abbraccia l’interezza degli elementi del pianeta Terra. È una riflessione profonda e ambiziosa sul significato del tempo, e sulla nostra identità di essere umani come specie e individui, che conferma d’Anolfi e Parenti come le voci più interessanti del documentario italiano.
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[…] Ruth Beckermann e Apprendre di Claire Simon. Altri autori già noti al pubblico del Filmmaker sono D’Anolfi e Parenti, che in Un documento registrano l’intervista di un etnopischiatra a un migrante, ma anche il […]